martedì 22 maggio 2018

Il racconto dell'ancella – Letture


Il racconto dell'ancella, romanzo distropico di Margaret Atwood adesso molto in voga anche per una serie tv che io comunque non ho visto, è stata per me un'esperienza di lettura assai particolare.
Non ricordo un altro romanzo che mi sia piaciuto così tanto che ci abbia messo così tanto a leggere.
I motivi sono molteplici, anche aver scritto quelle 130 pagine per puro diletto con annessa documentazione ha influito. Ma è innegabile che sia un romanzo da cui ho dovuto più volte staccarmi perché emotivamente insostenibile. Certo, sono un po' ipersensibile di questi tempi, ma questo la dice lunga sull'intensità di questo libro.

Siamo in una distropia, un'America alternativa in cui è salita al potere una dittatura di stampo religioso che segrega le donne, negando loro qualsiasi identità e dividendole per finalità sociali. Le mogli, compagne di vita degli uomini di alto rango, le zie, insegnanti e controllori di altre donne, le marte, donne adibite ai lavori domestici e le ancelle, donne fertili che devono procreare per conto delle mogli sterili.

È proprio un'ancella l'io narrante della vicenda che racconta, in qualche modo registra, la propria vita momento per momento e la quotidianità del sopruso e dell'alienazione.

Sono moltissimi i motivi che rendono questo libro così intenso e duro.

La prima cosa che mi ha colpito è la voce della protagonista. Una donna come potremmo essere molte di noi, istruita, figlia di una femminista, moglie di un divorziato che si trova in un regime disumanizzante che le nega persino il diritto al proprio nome.
Le ancelle, tra tutte le donne, sono forse le più sole. È vietato loro quasi ogni contatto umano, nella casa a cui sono state assegnate sono malviste dalla moglie legittima e guardate con sospetto dalle marte. Su di loro aleggia la possibilità di qualcosa di terribile e non esplicitato. Cosa accadrà se non riusciranno ad adempiere al loro ruolo di donne fertili?
Questa protagonista si mostra fin dalle prime pagine forte di una silenziosa relisienza. Non lotta, non si ribella, non progetta la fuga, almeno non subito. Sopravvive e ricorda. Ricorda l'uomo che ha amato, la figlia che le è stata tolta. Si adatta al silenzio, alle imposizioni assurde, si insinua nelle piccole possibilità che la vita le offre. La sua è a tutti gli effetti una resistenza attiva, un mantenere la mente libera che nulla ha a che fare con l'arrendevolezza del corpo e delle azioni. Lei ricorda il mondo di prima, i propri valori e rimane libera nella mente pur mostrando una totale passività di facciata.
Colpisce la violenza silenziosa a cui è soggetta che non è fatta di maltrattamenti plateali, ma di mille cose negate, di silenzio, di solitudine. Il tempo che non scorre, il tornare della mente sempre sugli stessi pensieri. 
È, narrativamente parlando, un'immersione sublime. Una lettura che quasi schiaccia. Quanti esseri umani e quante donne in particolare, ho pensato, si trovano oggi in situazioni simili, di totale sottomissione, senza altra fuga che quella del pensiero? Quanta sofferenza l'umanità riesce a infliggere ad altra umanità nella granitica certezza di essere nel giusto? Perché il dramma è questo. Come tutte le dittature, anche quella di Gaalad nasce dalla certezza di essere una miglioria. Che sia la strada per la felicità. Del resto, chi è costretto al mutismo non può esprimere un dissenso.
Poi, per me, c'è anche il non sottovalutabile aspetto che la protagonista sia una donna destinata ad essere madre di un figlio che non potrà crescere e già madre di una figlia che le è stata sottratta. Ecco per me questo a tratti è stato troppo. Ho chiuso il libro e ho fatto altro. L'ho letto per non più di un quarto d'ora di fila. 

Un pugno nello stomaco è il modo in cui il regime si è insinuato ed è andato al potere. Oltre all'aspetto della sterilità di massa, che porta questo aberrante sistema delle ancelle, colpiscono i ricordi spezzati della protagonista su come il regime abbia preso il potere.
Lei, come molte di noi nelle stesse condizioni, non pensava che sarebbe stato possibile. E anch'io, leggendo, ho pensato: non potrebbe accadere in una democrazia occidentale. Peccato che sia stato esattamente lo stesso ragionamento che hanno fatto molti ebrei davanti al nazismo, immagino anche molti iraniani prima della rivoluzione (che tra l'altro precede di pochi anni la pubblicazione di questo romanzo, non so l'autrice pensasse all'Iran, ma, almeno in modo inconscio è probabile). 
E quindi sì, la dittatura è sempre un rischio possibile. E insinua piano le proprie idee tra la gente, partendo da problematiche reali e innegabili. Partendo dalle paure, alimentate ad arte. Partendo, a ben vedere, dalla nostra realtà, dalle nostre paure, dai nostri problemi.
Tra noi e la dittatura di Gaalad c'è veramente poco. La libertà di pensiero e di espressione non è né un diritto acquisito né uno stato di natura. È fragile e lo diventa tanto più quanto più la diamo per scontata.
Infine, questo è considerato un romanzo femminista. Lo sguardo è quello di una donna, quelle a cui viene negato persino il nome sono donne. Ma gli uomini non sono più liberi. Divisi per categorie loro pure, con la possibilità o meno di avere una moglie o una donna fertile deciso da altri, inviati in guerra... Togliere libertà a una categoria è sempre togliere libertà a tutti.

Un pugno allo stomaco per me è stato anche il finale.
SPOILER ALLERT
Non sappiamo che ne è stato della protagonista, ma le sue registrazioni sopravvivono, sopravvivono alla fine di Gaalad e arrivano a un convegno di storici.
Annoiati, ironici, interessati ad altro. Del tutto poco empatici rispetto alle sue sofferenze. Che danno per scontato le libertà in cui vivono.
Se da un lato è rassicurante sapere che Gaalad è finito, dall'altro fa male questo pressapochismo nei confronti di chi ne ha sofferto. E questa mancanza di empatia è proprio l'humus ideale per un nuovo autoritarismo...


Se volete, un'altra bellissima riflessione su questo libro la trovate qua

Qualcun altro ha letto questo romanzo?
Io non ho visto la serie tv che ne è stata tratta, se qualcuno l'ha fatto sono curiosissima di conoscere i vostri pareri.

sabato 19 maggio 2018

Battiti d'ala di farfalla che modificano in tutto


Battesimo pupattola: fatto
Corso per neo immessi in ruolo: terminato
Gita: fatta
Documentazione per l'anno di prova: quasi terminata
Verifiche di fine anno: quasi terminate.

Torno anche al blog, grazie per la pazienza di avermi aspettato. Immagino che d'ora in avanti andrà così, momenti in cui riesco a stare sul web in maniera più o meno regolare e momenti in cui è meglio desistere e aspettare tempi migliori.

Tra le cose che ho fatto in questi ultimi tempi c'è stata anche ultimare (quasi) la scrittura privata. Ora sono in trepidante attesa del secondo giro di produzione da parte delle altre persone coinvolte.

Da questa esperienza credo possa nascere tutta una serie di post per il blog, perché è stata particolare e intensa, a tratti quasi troppo intensa. 
Ne sono nati momenti di riflessione anche profonda, di certo più profonda di quella che poi è finita sulla pagina scritta.

Oggi, però, racconto solo un aspetto tecnico. Sulla costruzione dei personaggi.
Qualche tempo fa andava parecchio di moda, anche solo a livello divulagativo, la matematica dei sistemi complessi, la famosa teoria del caos. Quella del famoso esempio "una farfalla sbatte le ali in Australia e in America si scatena un nubifragio". Esempio per altro scientificamente poco accurato, ma che dà l'idea di come in un sistema complesso un elemento in apparenza insignificante possa scatenare grandi cambiamenti globali.

Noi lo abbiamo visto in azione in campo narrativo.
Questo nostro non è stato un gioco pre impostato, ma una genesi spontanea a partire da una base comune, genesi radicata probabilmente in motivi assai diversi in ciascuna di noi.
Però, se fosse stato un gioco, avrebbe avuto delle regole ferree: storie ambientate nel mondo reale in un determinato settore sportivo (e quindi con alcuni punti fermi e comuni di location e tempistica), personaggi dati ma con passato e motivazioni in gran parte da costruire.

Personalmente temevo il rischio sovrapposizione. Io sento di voler raccontare questa storia, ma sarà simile all'altra, la mia sarà scritta peggio e vorrò morire. Oddio, questo cosa, "la mia sarà scritta peggio e vorrò morire" c'è ancora. C'è anche "questo pezzo è meraviglioso, vorrei averlo scritto io".
Però le storie non sono uguali. I personaggi divergono, anche di tantissimo, pur avendo degli archi narrativi per certi versi obbligati.
Percorrendo a ritroso il lavoro di costruzione abbiamo visto le ali delle farfalle sbattere.
Strane convergenze: il personaggio X non è figlio unico (nulla di ciò che era pre impostato ci parlava della sua famiglia), ma per me è il maggiore di quattro fratelli, per qualcun altro è l'ultimo. Questo cambia il suo senso del dovere verso la famiglia, la propria percezione di sé. Ha una mente analitica. Studia? Cosa studia? Quanto influisce questo sul suo modo di essere? Risultato finale, il mio personaggio non sta bene dove sta, ma lo trattiene il senso del dovere, il suo gemello di un altro universo parallelo sta bene dove sta. Presumibilmente, non abbiamo ancora tratto tutte le fila, le azioni e le conseguenze delle azioni saranno molto diverse.

A parità di evento inevitabile per motivi narrativi intrinsechi (giocando con la realtà sportiva ci sono appuntamenti inevitabili, rischi prevedibilissimi ma inevitabili e almeno una cosa che di certo almeno uno dei nostri personaggi avrebbe tentato di fare) le reazioni possono essere divergenti.

Un narratore, temo, deve essere un po' pazzo e passare parecchio tempo a parlare con gente che non esiste di cose che non racconterà. Nel mio racconto non c'è nulla sull'infanzia dei personaggi, se non brevissimi accenni. Ma è chiaro che una personalità lì si forma. Piccoli particolari divergenti e di nuovo portano a reazioni diverse.
Sarebbe stato comunque inutile, almeno nel mio caso, raccontare il pregresso. Io lo conosco, il mio personaggio lo conosce e suppongo che agisca di conseguenza. La mia non era e non voleva essere in nessun caso la triste storia di atleti che vengono da infanzie difficili. Il fatto che una cosa non venga raccontata non vuol dire che un autore non la conosca.
Il confronto ha reso questo più evidente e mi ha mandato campanelli d'allarme quando mi sono trovata magari a dire "no, il mio personaggio non farebbe mai così, ma non so perché". Ecco, "non so perché" non va bene per un'autrice. È stato poi un viaggio davvero interessante il capire perché il mio personaggio avrebbe in determinate circostanze fatto una cosa e l'altra versione dello stesso personaggio nello stesse circostanze ne avrebbe fatta un'altra. La risposta stava nel sommerso non raccontato, ma pensato, nei battiti d'ala di farfalla.

Alla fine, credo, anche noi persone vere siamo così, la somma delle grandi e piccole scelte, dei grandi e piccoli eventi, del contesto in cui viviamo. Due gemelli separati alla nascita, portati in ambienti simili ma non uguali, che percorrono vite parallele ma non coincidenti alla fine svilupperanno inevitabilmente caratteri e comportamenti magari simili ma non sovrapponibili.

Tutto ciò, a livello narrativo, non influenza solo la trama, il ciò che succede, ma anche lo stile, la tessitura del narrato. Ecco che il punto di vista di un personaggio, secondo una versione era ricco di citazioni cinematografiche e di un certo cinema d'autore. Senza perdersi in mille spiegoni, veniva fuori un personaggio dai gusti raffinati con evidentemente degli studi pregressi. Nella stessa situazione la mia versione dello stesso personaggio avrebbe pensato a pubblicità di riviste patinate. Questo influenza lo sguardo, il lessico, persino la sintassi di un brano scritto tenendo una terza persona focalizzata o una prima persona.

Per certi verso credo che questo sia stato uno dei più intensi laboratori di scrittura a cui abbia mai partecipato. Mi ha messo in crisi, mi ha portato a immergermi molto profondamente in personaggi a cui mi sono accostata all'inizio in modo giocoso e che mi hanno invece dato inaspettati pugni nello stomaco. Ma penso mi abbia reso molto più consapevole e portata più a fondo in una parte essenziale del lavoro di scrittura.

venerdì 11 maggio 2018

Con Manzetti e Sherlock Holmes a Cureggio


Venerdì 18 maggio 2018
Cureggio – No
Biblioteca comunale ore 21
Innocenzo Manzetti colui che inventò il telefono
Con 
Fabio Valeggia
Antonella Mecenero, autrice del romanzo
"Sherlock Holmes e il mistero dell'uomo meccanico"

martedì 8 maggio 2018

La spada, il cuore, lo zaffiro al salone del libro di Torino


Incombenze scolastiche, preparazione del battesimo della pupattola e anche la scrittura privata mi hanno tenuta un po' lontana dal blog.
Adesso però è tempo di tornare, anche perché alcuni appuntamenti si avvicinano.

La spada, il cuore, lo zaffiro la mia antologia fantasy curata da Rill, che ha avuto recensioni tanto commuoventi da farmi seriamente pensare di approfondire il mio rapporto con il fantasy, sarà presente alla Fiera del Libro di Torino.

Quindi se volete accaparrarvi una delle ultime copie della prima edizione (pare ci sia odore di ristampa) dell'antologia, non avete che da andare
Salone del libro di Torino – dal 10 al 14 maggio
Stand di Plesio Editore – Padiglione 1, stand E42

I miei personaggi fantasy sono in buona compagnia. Troverete anche le altre antologie Rill, sia quelle legate al concorso (in alcune sono presenti i miei racconti), sia quelle personali, tra cui l'ultima, bellissima, di Davide Camparsi, Tra cielo e terra. Un autore da tenere d'occhio, perché diventerà un riferimento per il fantastico italiano.

Ovviamente ci sono anche tutti i bei libri di Plesio, un editore ben noto ai lettori di questo blog, che difende da sempre il fantastico italiano.

Io non ci sarò, perché, appunto, c'è il battesimo della pupattola, cosa che significa anche che ora è davvero davvero nostra figlia, con tanto di carta d'identità.
Voi però non lasciate soli i miei personaggi. Se andate a Torino non dimenticate di salutarli e magari di portarveli a casa!

lunedì 30 aprile 2018

Scorci di scrittura privata

Spiegone sul post precedente.

Scrivendo per me posso concedermi di rallentare il ritmo e di buttarla sullo schifosamente romantico.
Di solito i miei personaggi hanno un assassino da prendere o qualcosa da salvare (non che ci riescano) e non hanno mai tempo per lanciare questi sguardi...

Lo trovò in giardino, seduto su una panchina, intento a tirare la palla a M.
Rimase un istante a guardarlo. Non sembrava sotto pressione, a poco più di una settimana da una finale internazionale, con tutte le aspettative di uno stato iper competitivo addosso e i problemi fisici con cui fare i conti. Giocava col cane in modo infantile, lasciandosi leccare in faccia e senza tuttavia perdere quell’eleganza che lo contraddistingueva. Se non si sapeva chi fosse, poteva essere scambiato per un modello o un attore. Uno di quegli individui frivoli e vanesi pronti a fare una scenata se tutto non era esattamente come lo pretendevano.

Fantasie atletiche per interposto personaggio (punto di vista differente rispetto a quello di prima).

Quindi era questo che significava essere un atleta olimpico.
Aveva ripetuto a tutti che era solo una gara come le altre. Anche l'allenatore lo aveva ripetuto un milione di volte. Quella mattina, mentre assisteva alla prima prova a squadre, gli era sembrato che fosse davvero così, una gara come le altre, solo in un posto più ventoso e scomodo del solito e quel senso generale da vacanza organizzata per bambini dei quartieri disagiati che aleggiava sul villaggio olimpico.
La cerimonia d’apertura era un’altra cosa.
Anche se non voleva, anche se cercava di rifugiarsi in quella pozza di rabbia e cinismo del suo animo a cui poteva quasi sempre attingere forza, gli faceva effetto. Gli faceva effetto essere uno di quella massa di atleti che sfilava, ognuno con i propri sogni, ognuno consapevole di essere solo polvere nell’universo, ma di avere, in quel momento che forse mai nella vita si sarebbe ripetuto, la possibilità di fare la storia. Dava, suo malgrado, l’idea di quanto fosse immane l’impresa di vincere una medaglia olimpica. Solo pochissimi di quelle centinaia e centinaia di atleti avrebbe terminato le competizioni con qualcosa al collo. Ancora meno con qualcosa d’oro al collo. Un numero ancora più piccolo avrebbe portato a termine davvero un’impresa degna di essere ricordata. Con i suoi diciotto anni non ancora compiuti e i suoi sessanta chili scarsi, per la prima volta si sentiva piccolo.

giovedì 26 aprile 2018

Scrittura privata


In questi giorni, rubando il tempo un po' qui e un po' là, anche al blog, sto scrivendo parecchio.
Cose che sicuramente non verranno mai pubblicate, neppure in rete sotto pseudonimo.
Cose che, nella migliore delle ipotesi verranno lette da quattro persone.

È un'esperienza nuova per me. Non ho mai avuto un diario personale, ad esempio.
Il mio computer stralipa di racconti, anche romanzi, che non vedranno mai la luce. Alcuni nascono volutamente come esercizi, propedeutici a qualcos'altro. Altri sono malriusciti. Di alcuni francamente mi vergogno (per la resa, in realtà pochissimo per i contenuti). Altri non hanno trovato una casa editoriale e non si prestano a essere pubblicati qui, quindi, poveri, finiscono per restare nel mio archivio e basta. Altri erano destinati a progetti abortiti.
Un numero davvero esiguo nasce come "scrittura interna", relativa per lo più al gioco di ruolo e quindi funzionale a narrare e a condividere con gli altri giocatori la storia di un personaggio o il suo punto di vista su un determinato evento. Si tratta di storie brevi, di non più di cinque pagine. Solo in un caso ne è nato un racconto che aveva una sua ragione d'essere e che, infatti, è poi finito su questo blog.

Questo caso è del tutto diverso. Intanto il per la quantità di pagine che stanno uscendo. Sono già  sopra le 100000 battute e manca almeno un terzo della storia. Non è un dato solo numerico. Chiunque scriva sa che non si può andare molto in là in una narrazione se non c'è un'esigenza profonda, qualcosa che preme per uscire. 
La cosa più curiosa è che il tutto nasce da una serie di esperienze condivise con altre amiche (di fatto le 4 persone che, forse, leggeranno) e che ha portato tutte sulla strada della narrativa, con esiti molto diversi in fatto di racconti, perché in ciascuna di noi, evidentemente, si è smosso qualcosa di importante ma di differente.

Ne sta uscendo un'esperienza molto strana.
Io avevo appena terminato un racconto molto doloroso, per le tematiche trattate e i contraccolpi psicologici e ora invece scrivo davvero con la gioia di scrivere. 
Da un punto di vista meramente tecnico ho la sensazione di inoltrami in generi che mi sono sempre negata, perché non sentivo di padroneggiare o perché avrei scritto cose che mi sarei vergognata a far leggere in giro. Sì, insomma, ho un'anima schifosamente romantica e me ne vergogno e, siccome ritengo di non saper fare una storia romantica, non ne ho mai scritte. Ma dato che questa volta è una faccenda privata chisseneimporta.
La cosa che sto producendo si articola in due narrazioni separate. La seconda, volendo poteva essere convertita a giallo (certo, avrei dovuto ammazzare un personaggio che mi sta simpatico...). La parte della mia mente che ragiona per schemi narrativi mi ha avvisato subito delle potenzialità del contesto. Anzi, non escludo in un futuro di usare ambientazione (non pensiate che non ci sia un lavoro di documentazione dietro, anzi...) e motivazioni dei potenziali assassini per un bel giallo. Però adesso, davvero, questi personaggi non li voglio ammazzare. Di più, li voglio portare al miglior lieto fine possibile, magari non quello che vorrebbero loro, ma quello che, forse, alla lunga, li farà stare meglio. Già il lieto fine è una cosa che mi concedo davvero di rado.
Questo mi porta  in un universo di equilibri narrativi sconosciuti, perché, bene o male, un giallo so come si scrive e come ci si ragiona, una storia d'altro genere no e quindi è continuo andare avanti e indietro a sistemare, inserire e togliere elementi e premesse come non mi succedeva da anni (con gran divertimento del marito che mi sente sbuffare e non capisce come una cosa che faccio per puro sfizio mi dia più difficoltà di racconti pensati per concorsi).
Ci sono considerazioni stilistiche che normalmente non farei. Mi è venuto in mente troppo tardi perché mi metta davvero a riscrivere una cosa come 50000 battute, ma è la prima volta che ho ipotizzato di fare un racconto tutto in prima persona presente, alternando tre punti di vista. Non escludo neppure di farlo in un'ipotetica seconda stesura, anche se mi vien male al solo pensiero.

Questo solo per la parte tecnica, che poi è la meno particolare del tutto.

Di certo questa esperienza mi sta facendo bene a molti livelli.
Scrivere sapendo che chi mi leggerà già mi conosce mi leva un gran numero di paranoie e mi permette per certi versi di essere più scoperta e per altri più giocosa. Di questi tre punti di vista, ad esempio, capiranno subito qual è quello più personale e quello che invece mi ha divertito molto scrivere perché con me ci azzecca poco. D'altro canto, essere più scoperta mi permette di entrare più in sintonia con me stessa, accettare le mie paure e le mie (molte) paranoie come mie. In un momento della mia vita in cui sono molto presa da quello che devo fare e dai miei molti ruoli esterni, diventa una coccola per l'anima. Si capiscono cose della propria vita sorprendenti. Ad esempio io ho praticato sport a livello agonistico nazionale per molti anni e, come tutti gli atleti, ho sognato di avere le capacità e le possibilità di andare oltre (tra l'altro una mia compagna di scuola faceva gli europei nella stessa disciplina, con mia somma invidia). Lo avrei davvero vissuto bene? Alla luce di questa narrazione, no, sarebbe stato un incubo. Prima non l'avevo mai realizzato. Ora, questa è una sciocchezza, ma mette una bella riga sopra a un rimpianto della vita. Ed è liberatorio.
A livello di scrittura mi permette di ragionare con molta più libertà, di sperimentare, di giocare anche e di recuperare un livello più autentico di scrittura che forse stavo perdendo.

A qualcun altro è capitato?

lunedì 23 aprile 2018

Amore a prima vista


– Mamma... Armatura!
(tono sognante e affascinato)



Per la giornata del drago, il 21 aprile, di solito scrivo qualcosa a tema draghesco, ma visto come la pupattola ha reagito alla festa a tema (orgoglio di mamma!) organizzata sabato pomeriggio a Gozzano, ho il sospetto che il cucciolo di drago, qui, sia lei.

Tanto tempo fa, quando ho scelto il mio nikname, chi avrebbe potuto immaginare che sarebbe arrivata una piccola Tehanu?

Speriamo solo che con l'adolescenza non inizi poi a sputare (troppe) fiamme.

PS: poi torno a parlare di scrittura, promesso.

mercoledì 18 aprile 2018

I dubbi della mamma socratica – La carica delle mamme estremiste


L'arrivo della pupattola è stata per me la più spiazzante esperienza di "nuota o annega". Un giorno e mezzo per apprendere i fondamentali su cosa fosse un neonato, come girarlo, cambiarlo e nutrirlo senza romperlo e poi un grande "speriamo in bene". Il tutto con una pediatra che risponde alla mia mail di panico (aiuto! Ho un neonato in casa e non so niente!) con un serafico "se la bambina mangia e piange poco va tutto bene, ci vediamo tra un mese".
Col senno si poi, ora che i social si sono accorti che ho una puppatola e mi propongono articoli e discussioni a tema, ora che sono entrata nel grande universo delle mamme, mi è andata di lusso!

La cosa più spaventosa, ho scoperto, non sono le colichette o i pianti notturni, è l'esercito delle mamme estremiste.
Non ero così ingenua da pensare che il mondo delle mamme fosse il paradiso della solidarietà femminile, ma pensavo che fosse popolato da donne più o meno insicure, più o meno interessate a confrontarsi.
Sbagliato.
La mamma, sopratutto quella che puoi frequentare quando sei in maternità, cioè la mamma virtuale, è una mamma che SA.
Lei SA e non vede l'ora di spandere il sapere nel mondo con una dedizione che i testimoni di Geova a confronto sono dei principianti.

Obbligo alla felicità
Una povera e, sopratutto, ingenua, neo mamma osa levare una voce lamentosa per le ore insonni? meglio che abbia già preparato un piano per l'espatrio per evitare il linciaggio.
La moda è vantarsi di tutte le cose che non si fanno più dicendo "non mi mancano per niente, ora che ho mio figlio". Elencare punto per punto ogni disagio solo per mostrare come lo si affronta col sorriso, traboccanti della gioia interiore data dalla maternità.
Che poi boh, io sono una mamma fortunata, ma non è che abbia rinunciato a grandi cose. Però ho capito che devo pensarci due volte prima di confidare a un'altra mamma che ho ancora una vita sociale. E che con gli amici non parlo solo di pupu e pappine.

Il latte materno sempre e comunque
Ora, lungi da me criticare le linee guida dell'OMS. Sono del tutto convinta che il latte materno sia l'alimento migliore per il neonato. E pur tuttavia questo è il punto che più mi ha inquietato.
Perché questa cosa dell'allattamento al seno senza se e senza ma è diventata una crociata. Ma una crociata di quelle "ammazzatele tutte quelle che non allattano che poi Dio riconoscerà le sue".
Mamme cadute in depressione per non avere latte.
Scarsissima memoria storica. "Una volta tutte le donne avevano il latte" (e come no, mai sentito parlare delle balie? Della capretta che ogni famiglia aveva per le emergenze)
Follie psicologiche. "Se non allatti è perché non lo vuoi davvero"
Ma sopratutto scarsissimo rispetto per l'altro.
Mi è personalmente capitato di essere guardata male perché acquistavo del latte in polvere. E una perfetta sconosciuta che non mi aveva mai visto prima, vedendomi tirar fuori il latte artificiale per la pupattola dopo l'acquaticità, che si permette di chiedermi come mai non allatto, che sarebbe tanto meglio. Ora, io mi sono trattenuta a stento dal riderle in faccia, ma un'altra magari sarebbe scoppiata a piangere.

Le fazioni dello svezzamento
La mia pediatra è lo zen fatta pediatra.
È ora di iniziare a svezzarla.
E cosa le do?
Ma un po' quello che le piace, tanto non c'è nessuno studio che dimostri davvero che un cibo vada dato prima e uno dopo. Adesso va di moda l'autosvezzamento, le giro un po' di articoli, so che ad alcune mamme mette ansia, quindi faccia un po' lei.
Quindi la mia sempre affamata pupattola ha iniziato a sbranare un po' di tutto, salvo poi scoprire di essere comunque un'infante e le verdure adesso le considera ora armi da lancio.
Questo non mi aveva preparato allo scontro frontale, che Montecchi e Capuleti a confronto sono niente, tra autosvezzamento e svezzamento tradizionale.
Per i primi il bimbo può mangiare di tutto, subito, sbranare panini e piatti di pasta al primo dentino. Si fa a gara a mostrare che il pargolo ha mangiato le cose più improbabili. Il mio la peperonata. Il mio il cibo indiano (giuro).
Dall'altra i paladini della tabella. Posso inserire la zucchina? Ma la zucchina quale? La mia pediatra mi permette solo quella cornuta biologica di Trapani, ma siccome vivo in Trentino faccio un po' fatica a trovarla. Ne ho presa una qualsiasi. Malissimo! Il pargolo ne avrà ripercussioni per tutta la vita!
A questo si aggiunge la follia del biologico costi quel che costi. Che, anche qui, intendiamoci, io acquisto biologico sempre, quando posso. Però trovarsi in un dialogo come quello che segue è un po' assurdo:
Le hai dato i lamponi?
Sì ne va matta
Ma con quello che hanno su i frutti di bosco? Lo sai che sono tra le cose più trattate? Li hai trovati biologici?
No, li ho colti nel mio giardino.
Ah, ma quindi non sono certificati.
Nel. Mio. Giardino.
Chissà cosa contengono! Io mi fido solo del marchio tal del tali controllato dal tal ente che...
Tra l'altro su quest'ansia da biologico c'è gente che lucra in modo indegno. Mi è arrivata la pubblicità (giuro) di un'azienda agricola che coltiva senza mezzi meccanici. Di nessun tipo. Neppure l'aratro. Neanche a trazione animale o umana.
Cari contadini dell'anno 1000 che avete introdotto l'aratro pesante, siete tutti morti invano.

Per il momento qui mi fermo.
Ma temo arriveranno altre puntate di questa follia...

lunedì 16 aprile 2018

Sonata a Kreutzer – Piovono libri


Era il mio primo impatto con la grande letteratura russa e ho mancato il gruppo di lettura.
Questo anche perché per il mio compleanno mi è stato regalato un mazzetto di batteri che mi hanno tenuto "allegra" compagnia sopratutto di notte (che poi non tutto il male vien per nuocere, febbre o non febbre  mi sono regalata un'intera mattinata passata a scrivere, cosa che non facevo da anni).

Mi è spiaciuto, però, mancare il confronto, perché questo primo impatto con la letteratura russa non è stato dei più indolori.

Sonata a Kreutzer è il racconto di un femminicidio annunciato.
Durante un viaggio in treno un tizio inizia a raccontare di aver ucciso la moglie (e di essere poi stato assolto, in quanto "delitto d'onore") in quanto convinto, a torto o a ragione non lo sapremo mai, di essere stato tradito. Dopo l'omicidio, a suo dire, ha capito tutto della vita, ma in realtà ai miei occhi di lettrice è piombato in un'ossessione ancora peggiore, tanto più pericolosa perché radicata in una visione distorta della religione.

La cosa davvero interessante e magistralmente descritta è proprio la storia dell'ossessione, la descrizione di una vita matrimoniale diretta verso il disastro e che, tuttavia, tutti, in primis il narratore, giudicano normale.
Quella che si racconta è la nobiltà (o quanto meno alta borghesia) della Russia zarista, ma ho il sospetto che anche nel mondo di oggi ci siano relazioni più o meno simili a queste. Ossessionato in modo patologico dal sesso (questo sempre, desiderato, fino a che la moglie è in vita, negato, dopo, ma sempre al centro del suo pensiero), il narratore non riesce mai a vedere la fidanzata prima e poi moglie come un individuo, ma sempre e soltanto come un oggetto di desiderio, suo o altrui. Non ha mai un moto di empatia nei suoi confronti né un tentativo di comprenderne i pensieri. In filigrana vediamo tutta la disperazione di una donna sposatasi troppo giovane, innamorata non del fidanzato, ma dell'idea che aveva di lui. La vediamo cadere in depressione, fisicamente spossata dalle gravidanze e cercare comunque coraggiosamente di rinascere, pur accettando il sostanziale fallimento della propria vita. Costruendo così le condizioni del proprio omicidio. Credo che pochi personaggi della storia letteraria mi abbiano mai fatto pena quanto lei.
Dall'altra parte abbiamo l'assoluta incapacità di amare del marito che cerca alibi sempre più aberranti per il suo voler mantenere uno stato di quiete e non voler farsi toccare da niente.

Le pagine che più mi hanno sconvolta, credo, sono quelle dedicate ai figli. Da marito, quest'uomo non si capacita di come sua moglie sia sempre preoccupata per la salute dei figli, come sia sempre in ansia per le loro malattie e trova questo continuo agitarsi di lei un fastidio mortale. Il problema non è che i bambini si ammalano e che la moglie ha tutti i sintomi di un esaurimento nervoso, il problema è che lui, poverino, viene stressato da questo.
Il suo sguardo in retrospettiva sui fatti, poi, è ancora più agghiacciante. La donna, dice, dovrebbe essere come una gallina, fidarsi del superiore volere di Dio, tenere il figlioletto al caldo, se muore starnazzare un po' e poi farsene una ragione. 
Di fatto non si è mosso un passo dalle proprie posizioni, solo che dopo scomoda addirittura Dio per giustificare il suo sommo "non voglio che mi vengano rotte le scatole!"

Devo dire che più dell'omicidio in sé, ampiamente annunciato e in cui l'effettivo esserci di un tradimento della moglie è del tutto secondario (c'era in potenza nella testa di lui e tanto bastava) è il suo sguardo in retrospettiva ad agghiacciarmi.
Ormai sente di aver trovato la fede e la verità e non fa che sentenziare su come dovrebbe comportarsi una donna per il suo stesso bene finendo, appunto, per considerarla non più solo un oggetto desiderabile, ma addirittura un animale da cortile. Che una donna possa avere idee proprie, aspirazioni e desideri è un'idea che neppure sembra sfiorarlo.

Da un lato questo viaggio nell'ossessione è stato interessante, dall'altro mi ha lasciato addosso una sensazione di sporco e sgradevolezza che non mi invoglia ad approfondire la conoscenza della grande letteratura russa.
Sopratutto, mi rimane il sospetto che di persone come questo uxoricida sia pieno il mondo. E non so in che veste siano più pericolosi, se come assassini o come moralizzatori.

Qualcun altro lo ha letto? Cosa ne pensate?

mercoledì 11 aprile 2018

Riflettere e riflettersi nella scrittura


Ho terminato di scrivere (con molta sofferenza) il mio racconto molto sofferto.
Non so darne un giudizio tecnico, ma il fatto che non sia destinato, almeno a breve, a una pubblicazione mi permette di ragionarci con più distanza, o almeno da altri punti di vista.

Per un po', almeno, non voglio scrivere pensando a una possibile pubblicazione, non è esatto dire, in questo caso, neppure che io abbia scritto per il puro piacere di farlo. Ho scritto per dare una forma i sentimenti, in questo caso al magone, alla tristezza per alcune cose che non si possono fermare e alla paura.
Non è stato facile, ma mi ha fatto bene, nonostante il rischio "psicoterapia fai da te" insito nella scrittura di certe storie.

I miei nuovi ritmi di vita mi hanno imposto anche dei ritmi di lavoro più lunghi. Un racconto che una volta avrei scritto in una settimana mi ha tenuto compagnia quasi un mese e questo mi ha permesso di ragionarci meglio.

La scrittura è davvero il metodo con cui rielaboro la vita. Qui ci è entrato di tutto, lo spettacolo di falconeria a cui ho assistito a Pasquetta, una lezione di storia che ho preparato per i miei ragazzi, le cose che ho visto e che ho letto ultimamente, persino i mondiali di pattinaggio, le cose con cui si è parlato con gli amici. Allo stesso modo è impossibile trovare nel testo le cose che ho nominato prima, ad eccezione della falconeria, anche se niente è ricollegabile a questa più recente esibizione a cui ho assistito.

Non mi piace quando ci si chiede in quale personaggio un autore si immedesima. Con tutti e con nessuno.
Ci sono alcuni tipi di personaggi che posso rendere credibili e altri che non mi verranno mai naturali. Tutti quelli di questo racconto hanno un enorme senso del dovere che li schiaccia o li motiva. Bene o male questo ritorna in quasi tutti i miei protagonisti, di qualsiasi storia, perché in fondo io sono così. Devo fare le cose che devo fare, devo farle bene e non mi faccio sconti. Né io né i miei personaggi siamo bravi ad autoassolverci.
Poi però c'è sempre un personaggio che è più mio. E qui, in retrospettiva, vedo tutta la mia capacità mimetica, faccio davvero di tutto per nascondermi. Cinque punti di vista, uno solo femminile ed è, tra tutti, quello più lontano da me, oltre che quello che mi è uscito peggio. Di certo non è il personaggio più carismatico.
In retrospettiva, scopro di averci messo molto più di me di quanto intendessi. Eccolo lì, a 17/18 anni, l'unico del gruppo troppo concentrato su se stesso per avere o aver avuto un vero interesse sentimentale, che non sa neppure dire se sia stato innamorato o no. Diviso tra l'istinto di fare e quello di paralizzarsi per la paura. Col desiderio di trovare una causa a cui votarsi, ma possibilmente senza esporsi troppo. Insomma, ci ho messo dentro tutta la mia vigliaccheria!

Devo dire che mi è piaciuto molto scrivere senza pensare a una finalizzazione. Poi magari qualcosa ne uscirà comunque, ma non è quello lo scopo. Mi è venuta persin voglia di scrivere qualcosa che non potrebbe in alcun modo essere pubblicato, per il puro piacere di scrivere. Sono in attesa di un paio di riscontri su cui, in realtà, non ho molte speranze (anche se in qualche modo bisognerà cercare casa almeno a una di queste storie). Sono contenta, in tanto, di aver ritrovato una mia dimensione più intima e in fondo più soddisfacente della scrittura, non rivolta a un riscontro esterno, quanto a un riflettere e un riflettersi.

venerdì 6 aprile 2018

Visioni – Yuri on ice


Durante le vacanze pasquali mi sono concessa di mandare il cervello in vacanza, con una storia di rara leggerezza, una serie animata esile e piacevole come raramente capitano. 
Mi ci sono imbattuta come effetto collaterale del ritorno di fiamma col pattinaggio artistico, dato che è dedicata proprio a questo sport a cui, in effetti, deve tre quarti del suo fascino. Si tratta di una storia, tuttavia, con alcune caratteristiche particolari che meritano qualche riga di riflessione, anche a livello narrativo.

La vicenda segue lungo un anno il pattinatore giapponese Yuri. Reduce da una performance disastrosa, torna in patria con l'idea di abbandonare l'agonismo. Un video di un suo allenamento finito a sua insaputa in rete, però, spinge il più volte campione del mondo Victor a proporsi come suo suo allenatore, cambiandone la vita e le sorti agonistiche.


UNA STORIA SCRITTA DALL'INTERNO E SENZA ANTAGONISTI
La prima caratteristica unica di questa storia è che, al contrario di quanto si dice di solito ogni riferimento a fatti o persone è puramente voluto. Non solo è una serie realizzata dall'interno del mondo del pattinaggio, con coreografi e allenatori coinvolti nelle realizzazioni delle performance dei protagonisti, ma ogni personaggio è ispirato a uno o più pattinatori reali. La cosa è dichiarata e il mondo del pattinaggio sembra aver reagito con entusiasmo alla cosa. C'è chi partecipa alla serie come se stesso e chi si è divertito a posare come il personaggio a lui ispirato. La ragione d'essere dell'anime, del resto, è avvicinare il pubblico al pattinaggio artistico.
Qui, se volete dare un'occhiata, un articolo su "chi è chi" e le reazioni dei pattinatori.

Questo ha un contraccolpo tutt'altro che secondario sulla trama: non possono esserci personaggi negativi.
Yuri non ha altro nemico che se stesso e la propria insicurezza.
Chiunque sia cresciuto negli anni '80 ricorderà le storie sportive giapponesi piene di allenatori ai limiti del sadismo e le rivalità che sfociavano in odi personali. Non c'è nulla di tutto questo. Gli allenatori possono essere severi e burberi, ma si sciolgono per un abbraccio. Ognuno può voler far ben figurare il proprio paese, ma con grande ammirazione per gli avversari. C'è stima persino tra cinesi e giapponesi o tra russi e americani.
A livello narrativo, sembra un possibile suicidio, se non che gli sceneggiatori riescono a rendere una potenziale debolezza in un punto di forza lavorando bene sul carattere ansioso del protagonista e trasformando il naturale antagonista nel miglior personaggio della serie.
Yuri si chiama come il protagonista, ma ha quindici anni ed è russo. Vuole vincere tutto e ha già chiesto a Victor un aiuto per mettere a punto i programmi per il suo debutto nella categoria principale. Quando Victor molla tutto per andare in Giappone per seguire un atleta per cui lui ha già manifestato aperta antipatia la rabbia ci sta tutta. Ma Yuri, soprannominato Yurio per distinguerlo, non è in grado di serbare rancore. Va a sua volta in Giappone con l'intento di far tornare indietro Victor e finisce suo mal grado per far amicizia con le persone con cui si trova a interagire e con lo stesso Yuri. Ne risulta un personaggio credibilissimo, nella sua rabbia adolescenziale, nel suo desiderio di rivalsa anche sociale (basta pochissimo per far capire da dove provenga), ma anche nei suoi slanci. È proprio lui a confortare il protagonista in un momento di tristezza con un gesto semplice, ma che racchiude lo spirito di una storia in cui dall'incontro tra culture si può uscire solo arricchiti.

UNA STORIA D'AMORE POSITIVA E MATURA
Il target di questo anime è probabilmente la tarda adolescenza (diciamo dai 15/16 anni). Ora io ho ormai un sacro terrore per la parte romantica delle storie rivolte a questo pubblico, perché trovo che spesso lancino messaggi aberranti, con atti di stolkeraggio passati per dimostrazioni d'amore e totale annullamento di una delle due parti.
Anche se è pensata per un pubblico più giovane, questa, però non è una storia di adolescenti o di giovani promesse. Anche se Yuri ha l'autostima di un gatto schiacciato in autostrada, è tra i migliori pattinatori del mondo, a 24 anni è all'apice della carriera, a tutti gli effetti un adulto in un mondo in cui si matura in fretta. Victor ha quattro anni in più ed è prossimo al ritiro. E la loro storia mi è piaciuta per molti motivi.

Non siamo dalle parti dell'amicizia affettuosa che tanto va di moda, quella tra Victor e Yuri è anche la storia di una relazione, mostrata con molto pudore (giusto qualche abbraccio e bacetti sulle mani), ma che non si nasconde. E del resto viene vissuta con assoluta normalità da tutti, famiglia e amici di Yuri compresi. Se la produzione fosse stata americana o europea, quasi sicuramente entrambi gli Yuri sarebbero diventati delle ragazze e la storia sarebbe rimasta identica, salvo che per un particolare, che poi è l'unico che interessi ai fini della trama, cioè che Victor e Yuri sono potenziali avversari.

L'inizio della loro storia è, sia per Yuri che per lo spettatore, piuttosto spiazzante. Yuri è tornato a casa pensando al ritiro e si trova il suo idolo di sempre sulla soglia di casa che palesemente (per motivi che verranno chiariti in seguito) si aspetta di essere accolto con baci e abbracci. Come gli dice più o meno velatamente un'amica "chissenefrega se è un capriccio, approfittane biecamente". Invece Yuri si rende conto che non potrà mai costruire niente con un idolo sempre ammirato da lontano, ha bisogno di conoscere Victor come persona e gli chiede di limitarsi ad essere il suo allenatore. E, dato in fondo  Yuri per Victor non è un capriccio, il pattinatore russo acconsente. Questo mi sembra già un messaggio assai positivo a fronte di storie in cui una parte è disposta a tutto pur di compiacere l'altra.
Nel corso dell'anno raccontato, Yuri cresce come atleta e Victor impara, non senza difficoltà, a fare l'allenatore, fino a che entrambi capiscono di essere abbastanza maturi da non doversi annullare per l'altro ed entrambi spronano l'altro a continuare o a riprendere la carriera agonistica.
Credo che sia questo ciò che davvero mi ha colpito. Dopo i primi episodi pensavo fosse qualcosa di trito e ritrito, con il personaggio più forte che gioca con quello più debole e finisce per innamorarsene, rimanendo comunque in posizione di forza. Invece Yuri, nonostante si consideri un debole, non ha nessuna intenzione di diventare uno zerbino, come atleta o come persona. E Victor, nonostante un'entrata in scena non proprio felice, non ha mai voluto scherzare o cercare qualcuno da plagiare. Al di là della parte atletica, l'unica cosa che insegna a Yuri è l'importanza di amare se stessi e di trovare la propria personalità. In fin dei conti, la loro relazione mi sembra tra le più sane viste o lette ultimamente.

L'USO DEI SOCIAL
Chi ha scritto questo anime sa come usare i social ai fine della trama e della promozione e tutto sommato riesce a lanciare anche qui un messaggio positivo.
I personaggi di Yuri on ice sono iperconnessi, più sono giovani e più hanno nel cellulare una propaggine di loro stessi. Victor si decide ad andare in Giappone dopo la visione di un video di un allenamento di Yuri registrato e postato da tre bambine. Yurio lo raggiunge seguendo i tag delle foto che Victor ha postato sul suo profilo quasi come moderne briciole di pane. Tutte le relazioni tra i pattinatori, sparsi per metà dell'anno ai quattro angoli del mondo, avvengono attraverso i social, con cui comunicano, si spiano, lanciano messaggi di sfida.
La promozione stessa dell'anime credo sia passata in gran parte attraverso i sociale e i commenti dei pattinatori stessi.
I personaggi più maturi, tuttavia, hanno un uso più consapevole del mezzo e sanno di praticare una disciplina che vive molto anche d'immagine. Victor spende bene il proprio tempo nello spiegare ai due Yuri che non sono in grado di gestire la loro immagine e che ci sarà sempre una differenza tra ciò che si mostra in foto o in scena e la loro personalità. In uno degli episodi vediamo Victor e un suo storico avversario/amico posare in foto ammiccanti da mandare in rete, ma loro sono i primi a proteggere la propria e l'altrui privacy quando sanno di avere nelle memorie dei cellulari materiale davvero imbarazzante.

LE COSE CHE NON FUNZIONANO
Non è che sia tutto perfetto, sia chiaro.
Yuri on ice è, in fin dei conti, uno spottone al pattinaggio artistico, che mostra in maniera fin troppo edulcorata. Il grande assente dalla trama è l'infortunio. Victor e il suo amico e rivale, ancora competitivi anche se prossimi ai trent'anni, sono praticamente dei sopravvissuti in uno sport in cui si si rompe spesso e spesso male. Raccontare una stagione in cui nessuno dei personaggi, neppure quelli secondari abbia un infortunio non sono non è credibile, ma rende il pattinaggio stesso un po' troppo lezioso per i miei gusti (sarà che sono d'accordo con il kazako, "al diavolo la danza, per me il pattinaggio è una guerra").
Il personaggio di Victor è scritto male, cosa piuttosto grave in una storia che si regge su tre personaggi. Victor galleggia senza un passato, definito solo dal fatto di essere una leggenda vivente del pattinaggio. Dobbiamo fidarci degli altri personaggi, quando dicono che lo stare con Yuri lo ha cambiato, dato che non abbiamo idea, neppure come sottotesto, di come si comportasse prima.  E avere in scena un personaggio che ha mollato tutto da un giorno all'altro senza che lo spettatore riesca a capire se l'impulsività fosse o meno un tratto del suo carattere non è il massimo. Inoltre non sappiamo cosa davvero lo abbia spinto a un ritiro temporaneo, basta davvero il non aver più stimoli? Questo toglie molta forza al suo percorso come personaggio, oltre tutto compresso negli ultimi tre episodi, ed è, dal mio punto di vista un po' un peccato.

Al netto di tutto, Yuri on ice è una storia volutamente leggera, fatta per far star bene e far apprezzare il pattinaggio.
Funziona come antidepressivo e antistress senza effetti collaterali (a parte l'insano desiderio di acquistare un portafazzoletti a forma di barboncino) e tutto sommato, in questo mondo che ci mostra sempre più cattiveria, competitività, ritorno di nazionalismi esasperati, porta dei messaggi tutt'altro che disprezzabili.

mercoledì 4 aprile 2018

La storia sbagliata


In queste vacanze di Pasqua mi sono concessa il lusso di usare del tempo per farmi ossessionare dalle storie. Storie da scrivere, storie da guardare (più che da leggere, devo ammettere), un'immersione nella narrativa non sempre facile, ma che senza dubbio mi ha fatto bene.
In questo clima di immersione intensa in mondi altri mi è successo un episodio assai curioso.

Come ho già avuto modo di raccontare qui, il racconto (racconto, ormai naviga verso le 100000 battute e potrebbe anche superarle...) che sto scrivendo non è facile, sotto nessun aspetto.
Per quanto riguarda la parte tecnica, è la prima volta che alterno in una narrazione così tanti punti di vista, cinque per la precisione, saltando come una cavalletta da una mente all'altra. Una difficoltà accentuata dal fatto che si tratta di personaggi quasi coetanei, hanno tutti tra i 18 e i 23 anni, di cui, però, vorrei far emergere le diverse personalità. Aggiungiamoci anche il fatto che si tratta di una storia drammatica e che tocca dei temi per me sensibili e avete un quadro della situazione.
Nulla di strano, quindi, se una notte io avessi sognato la mia storia, o magari una storia che stavo comunque seguendo, o un miscuglio delle cose.

Invece ho sognato una storia incentrata su cinque personaggi quasi coetanei, ma che NON ERA LA MIA STORIA.
Non solo non era la mia storia, ma era del tutto estranea al mio immaginario.
Oltre tutto continuavo a svegliarmi, riaddormentarmi, ritrovarmici dentro, con una gran fatica a capire di cosa si trattasse. Di fatto ho passato tutto la mattina di Pasqua, mentre cucinavo, a cercare di venirne a capo, poiché la trama aveva una sua logica e il personaggi un loro spessore. Ma non potevano in nessun modo venire dal mio immaginario.

La storia sbagliata si svolgeva apparentemente negli anni '20 o negli anni '30 in una città universitaria nordeuropea posta sul mare. Un luogo senza rilievi montuosi, Danimarca? Olanda?

I protagonisti erano cinque ricercatori/giovani insegnanti universitari tra i 25 e i 30 anni, quattro uomini e un'unica donna. Sicuramente tre di loro lavoravano nella stessa équipe, di una qualche ricerca scientifica (fisica? biologia? medicina?). Tutti, però, frequentavano un gruppo di lettura e questo è l'unico elemento che può venire dal mio immaginario.
Tutti e cinque erano importanti a livello della trama, ma i personaggi che ricordo meglio sono due.

La donna, riccia e castana, abita da sola con una sorella molto più giovane, preadolescente, e per motivi economici deve lasciare la propria casa sul mare, a cui è molto affezionata. Ha forse una sorella maggiore, sposata, che la invita a sistemarsi tramite in matrimonio. Così finisce per fidanzarsi con uno dei tre ricercatori che fanno parte della stessa équipe.
Questi è un tipo timido e grassoccio, innamorato di un'altra donna, bruna, a cui però non si è mai dichiarato (potrebbe essere la sorella o anche la moglie di uno dei due colleghi). Il suo apporto è fondamentale per la ricerca che stanno svolgendo, ma lui non pensa che sia così ed è schiacciato dal carisma dei due colleghi, molto affiatati tra loro.  Non è davvero innamorato della donna riccia, ma è lusingato dal fatto di essere considerato da una persona di cui ha stima e per questo si fidanza con lei.

Degli altri tre ricordo meno.
Uno era leggermente più vecchio, sui 35 anni, un bell'uomo ma molto solo e con un ruolo di responsabilità, forse innamorato della donna riccia, ma impossibilitato per qualche motivo a dichiararsi (?).
Infine i due ricercatori erano amici da sempre, molto affiatati, non escludo che uno dei due fosse in realtà innamorato dell'altro, che però è sposato (con la bella bruna?), con figli e che nulla sospetta. In generale, benché siano persone di successo, hanno un animo gentile e anche il grassoccio, che invidia la loro disinvoltura e il vedersi attribuito il merito, non riesce a non stimarli.
Se deve arrivare un qualche tipo di tragedia, ho pensato, colpirà senza dubbio uno di questi due.

Il tutto aveva un'atmosfera ben definita, una tonalità virata al seppia, la città sempre nuvolosa, ma mai con la pioggia, il mare piatto e grigio (e io che pensavo "ma perché la riccia vuole tanto una casa su un mare così triste?").
Ricordo nel dettaglio gli abiti, le decorazioni degli ambienti, persino il centro tavola all'uncinetto della sala che utilizzavano per il gruppo di lettura. Il tutto mi sembrava più da film d'autore nordeuropeo che da romanzo.

Ora, il come sia arrivata una storia simile alla mie mente è un mistero.
Non ho idea di quali ricordi/suggestioni la mia mente possa aver rielaborato. Non so nulla del nord Europa degli anni '20 o '30, al punto che non so neppure scegliere con precisione il decennio, anche se sono sicura che se facessi una ricerca seria, in base agli abiti che ricordo, troverei l'anno preciso.
Non sono mai stati in Danimarca.
Non ho mai pensato, neppure di striscio, a una storia ambientata in un campus universitario prima della seconda guerra mondiale.
Il tipo di relazioni raccontato, in cui in fondo sembra che nessuno abbia ciò che desidera, ma fa del suo meglio per accontentarsi, non è per nulla quello che generalmente racconto io. Di certo non è l'accontentarsi il messaggio che voglio mandare con le mie storie, mentre qui tutto sembrava urlare "l'amore è sopravvalutato, meglio puntare a obiettivi più concreti".

So che non è possibile (credo), ma se ci fosse stato in quel momento nel mondo un'altra persona immersa in una storia con cinque punti di vista e ci fossimo scambiati i sogni?
Chissà, uno sceneggiatore danese, risvegliatosi sognando falchi e omicidi in un ambiente dall'aspetto scandinavo?

E questo, in fin dei conti, è già il possibile inizio di un'altra storia.

mercoledì 28 marzo 2018

La risposta della luna – racconto breve


Sbocciano i primi fiori e si avvicina anche la Pasqua, con il suo breve, ma apprezzato corollario di vacanze.
Ci sono gite da fare, in queste vacanze, e racconti da scrivere (con terrore). Il blog si prende quindi qualche giorno di riposo.
Vi lascio con i miei più CARI AUGURI DI BUONA PASQUA per voi e le vostre famiglie.
Vi lascio inoltre un racconto con cui ho uno speciale rapporto sentimentale. Scritto anch'esso per il programma radiofonico Siamo in Onda sul tema "Luna" è stato registrato da una ragazza allora giovanissima che poi ne ha parlato anche nella sua tesina alla maturità. Colgo l'occasione per ringraziarla ancora per aver dato vita alle mie parole.

LA RISPOSTA DELLA LUNA

Sì, somiglia la mia vita alla vita del pastore. 
Mi muovo nel vuoto percorso da orfane particelle e vedo stelle, soli lontani, pianeti e l’azzurra terra e altro mai non spero.

E no, poeta, non so a che vale al pastore la sua vita o la mia vita a voi. E ignoro, poeta, dove tenda la tua vita e dove porti la mia, che ai tuoi occhi appare immortale e immortale non è.

Sono nata sola in questo nero che mai sbiadisce, qua, dove la luce delle stelle è fredda, dall’aggregarsi delle polveri del cosmo. Prigioniera dell’attrazione di questo pianeta azzurro, sul quale i mari si innalzano a salutarmi al mio passaggio, senza mai sperare di sfiorarmi. Abbastanza vicina da spiare una ad una le vostre vite, ascoltare ciascuna delle vostre domande disperate. Troppo lontana perché voi possiate sentire le mie risposte.

Unico satellite di questo vostro pianeta, guardo le stelle lontane come il pastore guarda le greggi. E mi chiedo se siano sole, se sentano la noia o la paura della fine. E mi pare, a volte, di sentire sussurrare tra gli atomi rarefatti del cosmo in un inintelligibile linguaggio. Il canto delle stelle dal quale la luna è esclusa.

Tu, poeta disperato, che consideri fatale all’uomo il dì natale, che accusi i genitori di consolare i figli del fatto di essere nati, considera questo. Sono nata dalla gravità e dalle forze impersonali. Nessuno mai è venuto a consolare i miei vagiti di neonato. Nessuno mai è venuto a tergere le mie lacrime, ogni volta che un asteroide mi ha percosso. Persino adesso, non ho speranza di risposta a queste mie parole e tu, poeta, già ti lamenti, laggiù, che io non ti ascolto.

E se tutti andiamo verso quell’abisso orrido di cui tu parli, poeta, preferirei farlo come voi. Potendo sfiorare con la mia pelle altra pelle. 
Scegliere qualcuno a cui camminare a fianco, per farci coraggio a vicenda. 

lunedì 26 marzo 2018

Il richiamo delle cose dimenticate

La parola "pattinaggio" non credo sia mai stata usata sul questo blog.
Erano anni che non dedicato un pensiero al pattinaggio che non fosse frettoloso, unito magari a un sospiro per un qualcosa che, un tempo, aveva avuto un significato.
Forse, ognuno di noi ha un bagaglio di questi sospiri, passioni che non sono mai del tutto sbocciate, come fascinazioni adolescenziali che non si sono mai consumate.

Eppure il pattinaggio è stata la prima cosa che ho fortemente voluto. A tre anni, perché già allora avevo un carattere debole. 
Abitavo allora in città, dove c'era una delle migliori accademie di pattinaggio su rotelle. E dato che per un problema congenito al ginocchio dovevo rafforzare le gambe (cosa che di fatto ha segnato la mia vita) i miei sono stati ben contenti di assecondarmi. Ho quindi iniziato uno sport particolare all'età giusta per farlo, imparando a trottolare e (quasi) a saltare nell'unico momento della vita in cui si può farlo.
È stata anche la mia prima vera rabbia. Al saggio, a sei anni, mi hanno fatto interpretare il ruolo di un maschietto, con un costume che non mi piaceva, e non ho più voluto andare, per ripicca. Cosa di fatto ininfluente, dato che, comunque nel giro di poco mi sarei trasferita con la famiglia in queste lande in cui non si conosceva bene la differenza tra un pattino e un vaso di fiori.

Di quella passione infantile è rimasto comunque il ricordo della sensazione inebriante, così simile al volo, che ben poco altro può dare, e una certa tecnica nel cadere senza farmi male che, a un'imbaranata cronica come me, si è rivelata utile più di una volta.
Chissà come, o meglio, sempre il fatto che il mio ginocchio ha bisogno di una muscolatura di supporto per non fare danni, mi sono trovata poi a praticare a livello agonistico uno sport che è l'estremo opposto. La corsa di resistenza è lineare, senza guizzi, con una fatica reale, ma spesso esibita o comunque mai negata. Nulla a che vedere con i volteggi apparentemente senza peso di atlete e atleti che esibiscono il sorriso anche se stanno morendo dal dolore.
Questo, credo, mi ha sempre affascinato, tanto che, ripensandoci, il nascondere la fatica e il dolore sotto un'apparenza di facilità, cosa che assolutamente non mi appartiene, è un tratto di molti dei miei personaggi.

Ho seguito a pezzi e bocconi il pattinaggio di figura, con una predilezione per quello maschile, all'incirca fino al 2006. Anno in cui, in pieno spirito olimpico (tra l'altro abitavo a Torino), mi sono trovata, per la prima volta da che avevo sei anni, a rimettere i pattini, questa volta da ghiaccio, scoprendo di saper ancora pattinare, ma di non avere idea di come frenare. Purtroppo, dato che non ci sono piste nei pressi del mio pur splendido paese e non avendo trovato compagni di scrivolata, anche questo ritorno di fiamma è durato poco.
Fino a settimana scorsa, quando una cara amica dichiara di avere un biglietto in più per il Programma Libero Maschile ai Mondiali di Milano.
Ho abbandonato tutti, marito, figlia, incombenze scolastiche e sono andata, richiamata da un'antica sirena.

L'effetto è stato stranissimo, l'essere investita da ricordi potenti ma difficili da mettere in sequenza. Non riuscire più a riconoscere i salti, anche se tutto sembrava famigliare. Non ricollegare i nomi dei pattinatori seguiti all'epoca alle loro esibizioni (se avessi ricollegato subito nome e viso attuale a certe esibizioni del passato non mi sarei permessa di soprannominare "Coso Buffo" così, anche se ora rimarrà Coso Buffo per sempre, temo). Emozionarmi per degli atleti mai visti prima, ma di cui in pochi passi si intuisce la storia. 
Emozionarmi, come non pensavo fosse possibile per una cosa dimenticata.

Che poi certo, con tanti atleti assenti, compreso il detentore delle ultime due medaglie olimpiche, e tante prestazioni sotto tono, forse non è stata neppure una gara memorabile. Che poi, certo, questo regolamento che obbliga gli atleti a diventare dei saltatori folli anche quando sarebbe meglio astenersi non aiuta lo spettacolo, con l'assurdo di performance bellissime finite in graduatorie dietro ad altre con anche due o tre cadute.
Che poi, niente. 
Mi sono emozionata come non pensavo.
I palazzetto dalla fine degli allenamenti, prima delle 9.30, alle 14, senza un istante di noia.

Qualche nota non proprio positiva solo all'organizzazione non impeccabile. Neppure un cartello chiaro che conducesse dall'autostrada al giusto parcheggio, bar interni senza cappuccini e brioche alle 9 del mattino e panini già esauriti alle 11 e un gran caos all'uscita con i flussi di chi tornava all'auto e chi entrava per al competizione del pomeriggio che continuavano a mescolarsi.

Ma ora, come farò a rimettere il pattinaggio tra le cose dimenticate?
Ora per altro che ben ricordo il problema di seguire uno sport ad altissimo tasso di infortuni rovinosi per una come me, che tendenzialmente tifa per tutti e per tutti si preoccupa? Ne uscirò emotivamente distrutta.

E a qualcun altro è capitato di sentire il richiamo delle cose dimenticate?

PS: un grazie infinite a Manu, che mi ha "pascolato" per tutta la giornata, un abbraccio di supporto al marito che da due giorni mi sente parlare solo di pattinaggio.

venerdì 23 marzo 2018

Come inizio un racconto? Con terrore!


Questa settimana sono stata assai poco sul web. In parte perché è un periodo di intenso lavoro scolastico, come credo si intuisca dal post scorso, un po' perché non ho più vent'anni e una singola notte di sonno saltata si trasforma in un'intera settimana da zombi raffreddato che ciondola qua e là nel vano tentativo di capire cosa bisogna fare.
Quel poco di tempo con connessione neurale l'ho usato per iniziare un racconto che avevo in programma da scrivere da qualcosa come dieci anni (all'inizio, pensando alla frase, credevo fosse un'esagerazione e invece no, forse sono anche dodici...) e che ho sempre rimandato. Perché? Perché ne ho il terrore.

Ogni tanto, parlando con chi non scrive, ma vorrebbe farlo, mi imbatto nell'idea romantica della scrittura. Che bello mettersi lì e dare vita sulla carta alle proprie fantasie.
Questo è sicuramente un aspetto della scrittura che esiste. Il bello di vivere altre vite, buttarsi in mondi, epoche, situazioni differenti, immergersi in storie a un livello assai più profondo di come si possa fare con la lettura.

È che a volte non è così bello. A volte immergersi in altre vite non è così piacevole, perché quelle altre vite non sono così gradevoli.
Ne parlavo con un'amica che scrive e almeno mi sono rassicurata che, sì, forse sono pazza, ma non sono l'unica pazza.

Ci sono racconti che si possono affrontare solo con terrore. Perché si andrà a scavare nel dolore e in luoghi oscuri dell'anima dei personaggi. Ma, dato che l'unica anima da cui possiamo attingere alla fine è la nostra, sarà nel nostro dolore e nei nodi oscuri della nostra anima che andremo a scavare.
L'immagine che ho in questi casi, ne ho anche già scritto, è quello di calarsi nei sotterranei dell'io, con il rischio di stappare i "tombini dell'inconscio" senza saper bene cosa ne verrà fuori. Magari le temibili pantegane del rimosso.

L'esperienza mi ha insegnato che ci sono narrazioni che in alcuni momenti è meglio non affrontare. Diciamo che in alcune occasioni ho avuto la malaugurata idea di scrivere di personaggi particolarmente soli e depressi in momenti di solitudine. Non so se a livello di scrittura il testo ne abbia beneficiato. Io di sicuro no.
È di gran lunga preferibile, per me, scrivere certe narrazioni in situazioni in cui non sono sola e di certo non depressa. E anche così, non so mai cosa ne verrà fuori.
E quindi eccomi qui, alle prese con un racconto che parla del diventare adulti affrontando le perdite e le conseguenze delle proprie decisioni. 
Sono abbastanza consapevole di me stessa da capire perché io lo abbia pensato all'epoca e perché mi sia tornato in mente ora. So quali tombini è più probabile che io vada ad aprire. Non so bene cosa uscirà da questi tombini.

Persino il racconto che ho da poco terminato, l'esperimento fantascientifico, qualcosa di non troppo piacevole dall'inconscio ha tirata fuori, anche se progettandolo non me ne ero preoccupata. Ma la sensazione di essere persi in un universo incomprensibile, soli, senza uno scopo nella vita mi è rimasto addosso. Questa cosa della paura della solitudine e dell'abbandono, ad esempio, torna spesso e a tradimento. Evocata, a volte, anche da lavori narrativi che non dovrebbero avere questa forza.

Quando poi la narrazione, per sua natura, mi porta verso qualcosa di traumatico, la guardo con terrore. Da dici anni so cosa accadrà ai miei quattro protagonisti, chi morirà e come, quale peso si portino dietro gli altri.

Quindi, ecco, con che spirito inizio, a volte, un racconto? Con terrore.
A voi è mai capitato?

martedì 20 marzo 2018

Prepararsi alle Giornate del FAI – Al museo dello Scalpellino di Madonna del Sasso con i ragazzi di San Maurizio






Si parla tanto, a scuola di "apprendimento per competenze" e di "compito di realtà o prova situata". In teoria si tratta di far lavorare i ragazzi mettendoli alla prova in contesti reali. Di fatto spesso e volentieri sono voli pindarici di simulazioni. Anche simpatiche, divertenti e formative (immaginare di essere un personaggio storico, di poterlo intervistare...), ma pur sempre simulazioni.
Ogni tanto, però, si può davvero uscire da scuola.

Sabato 24 e domenica 25 marzo ci sono le Giornate del Fai
Noi siamo stati coinvolti per il sito del Museo dello Scalpellino di Madonna del Sasso. Si tratta di un museo a cui io sono particolarmente legata, avendoci lavorato a lungo tramite il progetto Musei Aperti di Ecomuseo.
Per me, quindi, è stata l'occasione per mettermi più in gioco e ragionare con i ragazzi su come il paesaggio vada a incidere sulla storia e la vita di una popolazione. In più, con l'aiuto della mia prof tutor, ho provato una tecnica didattica nuova, che spero sia stata divertente e utile tanto per me, quanto per gli studenti: far impersonare loro un antenato al lavoro sulle cave di granito di Madonna del Sasso.

Il frutto di questo lavoro, il famoso "compito situato" sono i volantini illustrativi che nel fine settimana i visitatori troveranno in museo. Inoltre una delegazione di alunni accompagnerà i turisti nella visita nella giornata di sabato.

MI RACCOMANDO, ANDIAMO A TROVARLI!

Un grazie sentito alla prof.ssa Cannata, promotrice dell'iniziativa, alle professoresse delle lingue straniere, alla mia tutor, prof.ssa Mantegazza e ai volontari del FAI.
Grazie a tutti coloro che ci aiutano a portare la scuola fuori da scuola

sabato 17 marzo 2018

Cibo colore delle nubi – racconto breve

CIBO COLOR DELLE NUBI

Il giorno in cui per la prima volta accompagnai mio padre a vendere le pelli all’emporio del forte il mercante mi diede un piccolo pane.

All’esterno era color della paglia e ruvido al tatto, ma quando lo aprii scoprii un tesoro di profumo e di bianco.

Io di bianco conoscevo le nubi d’estate, prima che si facessero grigie di pioggia. La neve che d’inverno portava la fame e assediava le tende. I petali sottili di piccoli fiori, prima che li calpestasse il bisonte.
Le nubi le inseguivo, senza poterle prendere mai. Catturavo la neve, che mi raffreddava le dita e poi andavano scaldate vicino al fuoco e si facevano rosse e dolenti. I petali invece, quando li stingevi, subito appassivano, scurendosi nel palmo della mano. 
Era bianco anche il grasso della carne di un animale appena ucciso, ma si scioglieva sul fuoco o mutava in rancido giallo. 

Non avevo mai mangiato niente di bianco, chiaro come la pelle dell’uomo che me l’aveva donato, buono, pensai, come il suo sorriso.
L’aroma riempiva la bocca prima quasi del morso. Pensai che ci si potesse saziare solo con quel profumo, ma poi lo addentai, croccante e poi morbido e dolce.
E io invidiai l’uomo bianco di un’invidia da bambino. Non per i troppi fucili, i cavalli e i cannoni. Lo invidiai per il pane e pensai che era davvero gente migliore, se poteva mangiare ogni giorno così.

Quando poi uscimmo nel cortile, vidi i soldati con le giacche azzurre tutte macchiate di fango, come cieli sporcati di nubi, che si riposavano all’ombra di quella grande tenda che non si può spostare e che chiamavano “forte”. Mangiavano piano anche loro pezzi di pane, ma le loro pagnotte erano scure, color della pelle del bisonte e ne masticavano a lungo i pezzetti, come fossero dure cotenne.


E io fui contento, allora, che ai soldati fosse negato il privilegio del cibo color delle nubi. Ma poi sorse, piano, il disagio per un popolo che sapeva colorare differenze anche con un boccone di pane.

Racconto scritto per il programma radiofonico Siamo in Onda