venerdì 24 marzo 2017

Treccia d'amore – racconto a puntate, parte prima.

Come mamma sto affrontando una tappa inevitabile, il primo malanno della pupattola. Nulla di grave, ma mi sto addentrando in tutta una serie di particolari "che solo le madri possono capire". Immaginavano qualcosa di più romantico, invece ho scoperto che ci sono capacità dei cuccioli d'uomo malati che se non se hai viste non ci credi proprio. Oggi, quando le cose sono iniziate a migliorare ho preso a pulire. Non voglio tediarvi con particolari di nessun interesse, basti sapere che ho trovato residui di latte parzialmente digerito in punti che mi hanno fatto dubitare delle leggi della fisica.
Questo per dire che la lucidità è andata a farsi un po' friggere ed è un peccato, perché volevo parlavi di un racconto che è un unicum nella mia produzione e che ho deciso di farvi leggere. Per tre volte è stato a un passo dalla pubblicazione poi ha cambiato strada. In una rivista specializzata in fantasy, ma aveva note troppo rosa, in una collana di racconti rosa, ma era troppo fantasy, infine nell'antologia La spada, il cuore e lo zaffiro, ma lì bisognava scegliere e sono convinta che quelli scelti siano quelli giusti.
Rimane un racconto che amo molto, perché è, in effetti, un rosa fantasy, l'unico che abbia scritto. Appartiene alla saga del Leynlared. In una serie di storie in cui uno dei temi ricorrenti è "gli amori impossibili" spesso vi dominano la malinconia e i temi plumbei. Questo racconto è, per certi versi, proprio una cavalcata liberatoria, con tutto quello che di solito non posso mettere, toni da commedia sofisticata, unita a un po' d'azione e un pizzico di magia. Infine, anche se è inserito in una saga, è del tutto autoconclusivo.
Per tre volte è stato considerato papabile per una pubblicazione per poi rimanere fuori. Se lo trovate qui è per merito di Viola. È tornata dal suo viaggio del Leynlared con un'illustrazione da questo racconto così bella che, semplicemente, non potevo non renderla pubblica. Quindi ho deciso che Treccia d'amore farà compagnia, a puntate, per qualche fine settimana.
Spero che vogliate leggerlo, anche se non amate il fantasy, anche se non amate il rosa. Spero che vogliate dare anche voi una possibilità a Eris, la protagonista. Del resto, come potete leggere in questa prima parte, una possibilità è tutto quel che chiede.

Per chi poi volesse saperne di più sui personaggi coinvolti, può ritrovarne alcuni sull'antologia, nei tre racconti finali. In particolare questo è ambientato tra il penultimo e l'ultimo.



TRECCIA D'AMORE – PARTE PRIMA

Illustrazione di Viola S.
Eris an’Tay era arrivata a Caysal per realizzare un sogno e compiere un’impresa impossibile. 

Nella mente di suo padre, però, il primo non era che il premio per il compimento della seconda. A Eris non importava molto. Sarebbe stata la prima donna a partecipare alla corsa dell’Isola di Tiv, la lunga gara equestre che in due giorni portava i concorrenti ad attraversare l’isola sulla quale sorgeva la capitale. Poteva essere anche la prima a vincerla. Era il suo sogno fin da quando era bambina e, pur di ottenere il permesso di iscriversi, aveva promesso a se stessa che avrebbe fatto di tutto. Anche cercare di sedurre il leylord.
      Erano dieci anni che Amrod sedeva sul trono e nessuna ragazza era ancora riuscita ad attrarre il suo sguardo. Il sovrano doveva avere quasi trent’anni ed Eris non vedeva come lei potesse riuscire nell’impresa che era fallita a dame più belle, più argute e più spietate. Non aveva remore, tuttavia, a provare. La figlia di un lord finisce comunque, presto o tardi, volente o nolente, per sposare qualcuno di gradito alla propria famiglia. È questo, dopo tutto, il matrimonio, il fine ultimo per cui viene allevata una figlia femmina e tutti i giovani rampolli che fino a quel momento le erano stati presentati si erano rivelati di una noia mortale. Quindi perché non il leylord? La semplicità del ragionamento di suo padre, inoltre, l’aveva divertita: se era vero, come si vociferava, che il leylord preferiva gli uomini, allora bisognava fargli conoscere una ragazza che fosse il più possibile simile ad un uomo!
Mentre attendeva in silenzio insieme al padre di essere ricevuta dal sovrano, Eris riusciva a pensare solo a una cosa: perché mai suo padre pensava che assomigliasse a un uomo? 
Di sicuro era alta più di molti ragazzi, più di suo fratello, ad esempio e, come lui le faceva notare, altrettanto priva di curve. Diceva spesso quello che pensava, ma quella era un’abitudine stupida sia per un uomo che per una donna. Se le fosse stato permesso, avrebbe passato tutta la sua vita in stalla o in sella e si portava sempre dietro l’odore dei cavalli, ma quel giorno era stata strigliata, ripulita e quasi annegata nel profumo di violetta. Per l’occasione, Aleiana, la sua dama di compagna, aveva acconsentito a farle indossare un abito da amazzone di ottima fattura, ma senza fronzoli e ad acconciarle i capelli bruni in una semplice crocchia e aveva dovuto cedere a un velo di cipria sulle guance alabastrine. L’insieme le donava una certa sobria eleganza. A suo modo femminile. Di sicuro meglio di quando scappava nelle scuderie con indosso gli abiti smessi di suo padre, che aveva requisito di nascosto!

Suo padre attraversò la sala senza esitare, senza rivolgere uno sguardo ai tappeti o ai mosaici del soffitto. Eris cercò di tenere il passo, disinvolta e rispettosa come le aveva raccomandato Aleiana.
La sala era enorme, studiata apposta per far sentire più piccolo il visitatore. Non c’erano altri arredi se non, proprio al centro, una pedana in marmo nero in cima alla quale stava il trono.
Davanti ad esso, in piedi sull’ultimo gradino, stava un uomo bruno sui trent’anni, il lord ciambellano, con tra le mani un enorme bastone di legno su cui erano incise antiche rune di potere. Eris si chiese se non fosse proprio quello, piuttosto che le due guardie armate ai lati della pedana, l’ultima difesa del sovrano. Il bastone sembrava un’arma piuttosto temibile e il lord lo stringeva con mani grosse che avevano tutta l’aria di saperlo usare. Il ciambellano, però, si limitò a batterlo per terra provocando un cupo rimbombo e ad annunciare:
– Lord Evran Tay e sua figlia, Eris an’Tay.
Poi si scostò, mostrando il leylord.
Ad Eris era stato detto infinite volte che Amrod era bello, ma quando un sovrano giovane siede sul trono chi si può azzardare a dire che è brutto? 
Non se l’era aspettato fulgido.
Emanava bellezza. Si irradiava dai capelli dorati, portati lunghi e legati in una coda, dal viso alabastrino in cui brillavano occhi tra il grigio e l’azzurro. Persino il modo in cui muoveva le mani, da suonatrice d’arpa, aveva una sua grazia.
– Non sapevo aveste una figlia, lord Tay – disse Amrod.
Eris pensò che avrebbe potuto dire qualsiasi cosa e lei sarebbe rimasta ad ascoltare inebetita, come i serpenti che aveva visto una volta, incantati dal suono di un flauto.
– È la mia disgrazia – rispose suo padre. – Testarda come un orso che abbia fiutato il miele. Addestra i cavalli della mia tenuta e si è messa in testa di partecipare alla corsa.
  – Non si è mai sentito di una ragazza che abbia partecipato alla corsa – disse Amrod.
Quello era il suo sogno, per difenderlo Eris ritrovò la parola.
– Nel regolamento non ci sono divieti – puntualizzò. – Possono parteciparvi i nobili sopra i sedici anni, quale io sono.
Amrod sorrise.
– È vero. Il regolamento non dice nulla neppure riguardo ai leylord, e io domani sarò alla partenza.
– Sarà un onore tentare di battervi, mio signore.
– Anche per me. Questo pomeriggio andremo a controllare la parte finale del percorso, ci fareste l’onore di unirvi a noi?
Eris abbozzò una riverenza, sperando di non sembrare, come le diceva Aleiana, una gallina sul becchime.

– Ne sarò onorata.

      Di solito, quando si trattava di accompagnarla in una cavalcata, Aleiana cercava ogni scusa per mandare a monte l’escursione. Non quella volta. Quel giorno Aleiana era euforica, come del resto suo padre. Pochi minuti ed era riuscita a attrarre l’attenzione del leylord! Nell’entusiasmo la dama le permise persino di sciogliere i capelli dalla crocchia, per legarli in una coda ancor più semplice e di indossare gli abiti maschili, tanto più comodi.
  – Conosco una fattucchiera, qui a Caysal, che può fare un’autentica Treccia d’Amore – disse la dama di compagnia, mentre si apprestavano ad uscire. – Non possiamo perdere quest’occasione per  stregare il leylord! Dovete solo procurarvi tre dei suoi capelli.
  – Tre dei suoi capelli? – replicò Eris. – Persino la sua spazzola avrà delle guardie.
Alla fine, Aleiana insistette tanto che Eris dovette promettere che avrebbe rubato, se possibile, tre capelli d’oro ad Amrod.

domenica 19 marzo 2017

Obelischi in autostrada e la poetica della dislessia

In questi giorni sto trascurando in blog. Colpa delle belle giornata che mi portano fuori, insieme alla pupattola, a rubare foto ai fiori selvatici o a famigliarizzare con gli asinelli dello zio. La pupattola è già stata messa in groppa all'asinella Zenobia, con apparente soddisfazione reciproca.
Il poco tempo che riesco a stare al computer cerco di dedicarlo alla narrativa. Ho troppi conti aperti con troppe storie lunghe, alcune da piazzare, altre da rivedere, altre ancora da finire. Ho deciso di chiuderne almeno uno, quello con la storia delle "Piccole Nonne", interrotta per causa di forza maggiore. Mi sono accorta che purtroppo ha più magagne di trama di quanto ricordassi, il che rende il lavoro più incerto e frustrante di quanto vorrei. Avendo poco tempo, vorrei avere una scrittura facile, una storia in cui sguinzagliare la mia creatività e immergermi totalmente in un mondo o in un personaggio, invece litigo con parole e coerenza interna. Ma questo è il motivo per cui i conti in sospeso sono i più difficili da saldare.
Rubo letture qua e là, in momenti persi e nanne improvvise, spesso fuori casa, cosa che acuisce la mia tendenza alla decontestualizzazione. Ricordo i contenuti, ma fatico ad associarli a nomi precisi, faccio il pieno di affermazioni senza autori.
Quindi è su un qualche giornale nella caffetteria sotto casa, cosa che restringe il campo a La Stampa o al bollettino parrocchiale, che mi sono imbattuta nell'intervista a un poeta dislessico. Per me rimarrà solo questo, il poeta dislessico, di cui non ricordo ne il nome ne il viso. Presumo solo di non averne letto le opere, in caso contrario confido che sarei riuscita a fissarlo con più precisione nella memoria. Ecco, come me, un altro dislessico scrivente. Certo, la sua intervista finisce su La Stampa, la mia nel bollettino parrocchiale, ma facciamo parte della stessa sparuta minoranza.
Spiegava, il poeta dislessico, come per lui la dislessia sia strettamente connessa con la poesia. Non so se un non dislessico possa davvero apprezzare l'articolata spiegazione data dal poeta. Ma io potrei dire, con altrettanta sicurezza che la dislessia è strettamente connessa alla narrativa. O, almeno, alla mia narrativa. Della poesia non mi è stato dato il dono, purtroppo, mi sono votata a muse differenti, ma probabilmente il poeta ha ragione. La dislessia è di per sé vocazione poetica o narrativa.
Qui mi tocca fare il solito spiegone per i nuovi arrivati. La dislessia non è, come mi è stato detto "la malattia di chi non vuol studiare". Non è proprio una malattia, è una funzionamento non patologico, ma minoritario del cervello. Si ragiona per percorsi differenti rispetto a quelli percorsi dalla maggioranza. Cosa che rende più lenti degli altri ad associare un'immagine a un suono o a una parola. Si è più lenti (frazioni di secondo, secondo un recente studio pubblicato su Le Scienze) nel ricordarsi il nome di un conoscente incontrato per strada (anche minuti, nel mio caso). Non si crea automatismo nel collegare i simboli, come le lettere, ai suoni. Per la maggioranza questa è una via di collegamento mentale facilmente percorribile, per noi è sbarrata. Io non so dedurre la grafia di una parola dal suo ascolto. Devo imparare a memoria la sequenza di lettere senza riuscire ad attribuire ad esse un senso fonetico. Fatico a ricordare elenchi a cui non so attribuire il senso. Fatico a ricordarmi il posto di ciascuna lettera nell'alfabeto e, dovendolo dire velocemente, è facile che ne perda dei pezzi per strada. 
Sono sopravvissuta al liceo classico in un'epoca in cui la dislessia non era certificata perché comunque il cervello crea altre strade, altre vie. Io non leggo le parole, le riconosco, come se fossero un geroglifico, un'immagine. Questo mi dà, nei momenti migliori, una velocità di lettura invidiabile. C'è però da dire che le parole, per me, sono come le sagome di animali che il cacciatore spia da lontano in un'alba nebbiosa. Il cavallo, il cervo e la renna possono confondersi. Il cacciatore esperto saprà se è più probabile che sia l'uno o l'altro. Le parole lunghe più o meno o uguali con all'incirca le stesse lettere mi sembrano uguali. È il contesto che mi dice se sto leggendo "megera" o "mangerà", ad esempio. 
Se però il contesto manca, si insinua la poesia, o la narrativa. Perché il cervello fa le sue sostituzioni, attraversa le sue vie, arriva poi alla soluzione giusta, ma intanto si è creata un'immagine che può essere l'inizio di una poesia o di un racconto.
Qualche giorno fa ero in autostrada, guidava il marito e io osservavo pigra il paesaggio. Abbiamo incontrato uno di quegli avvisi agli automobilisti. E io come prima parola ho letto obelisco. Ovviamente la parola era "obbligo". Ma io avevo letto obelisco. E mentre la parte della mia mente preposta al linguaggio segnalava il possibile errore e cercava una soluzione logica, l'altra, quella creativa, mi presentava un quadro surrealista con un obelisco, o meglio, un monolito come quello di 2001 Odissea nello Spazio sorto all'improvviso in mezzo a un'autostrada. 
Se fossi un poeta le avrei tratto dei versi, ma essendo il mio animo narrativo, mentre il paesaggio cambiava, mi facevo domande, avrebbe causato incidenti l'obelisco? Perché era sorto? Qualche civiltà aliena che lo aveva inviato? Come avrebbero dato la notizia i telegiornali?
Come raccontava il poeta dislessico nell'intervista, quando si tratta di compilare velocemente dei moduli è un incubo, sopratutto se ci sono delle persone in coda dietro di te che hanno fretta. Però la dislessia ha una sua poesia, si prendono armadilli per armadi (per anni ho pensato che il famoso libro di Lewis fosse "Il leone, la strega e l'armadillo", fino a che non mi sono imbattuta nella pubblicità del film e ho finalmente capito che non era una fiaba africana) e si aprono intuizioni improvvise, immagini non cercate che possono essere porte per altri mondi.

mercoledì 15 marzo 2017

Discorso sul cambiamento climatico e l'immigrazione – racconto breve

DISCORSO SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO E L’IMMIGRAZIONE

L’uomo prese la parola con un sorriso triste nel bel volto massiccio. La luce della saggezza brillava nei suoi occhi chiari, all’ombra delle grandi sopracciglia. 
– Non possiamo più nasconderci davanti all’evidenza. Il clima sta cambiando – esordì. – I ghiacci si stanno ritirando e le calotte si assottigliano sempre più. Chiunque abbia un poco di dimestichezza con i ritmi della natura se ne può accorgere, il nocciolo ormai fiorisce fino ai cinquecento metri d’altitudine. Presto dovremo abbandonare per sempre i ricchi pascoli della Francia, che ci sostengono da millenni e il rimboschimento selvaggio sta distruggendo la tundra.
Ma la cosa peggiore è l’ondata migratoria che questo cambiamento climatico minaccia di portare.
Non possiamo più nasconderci. Gli africani stanno per invadere l’Europa. Non crediate a chi dice il contrario.
     Da troppo tempo i pacifisti indicano il medio oriente come la culla di una possibile convivenza felice, con i suoi insediamenti misti e, orrore, le sue famiglie meticce. 
       No. Loro non vogliono convivere con noi. Loro sono diversi, geneticamente portati alla violenza. Non fatevi ingannare dalla loro struttura slanciata ed esile. Si fanno chiamare sapiens ma la loro sapienza sta tutta nell’uccidere. Dove arrivano loro i grandi animali si estinguono, le risorse si esauriscono e, sopratutto, scompaiono le altre specie umane. Da troppo tempo, ormai, non abbiamo notizie dei nostri cugini australopitechi d’Africa. 
Ora, la formazione di un deserto appena a sud delle coste africane del Mediterraneo li porterà giocoforza ad emigrare e noi dobbiamo essere pronti. Perché io ve lo dico, vengono per uccidere i nostri mammut e i nostri rinoceronti, violentare le nostre donne e uccidere i nostri figli. Come una marea inarrestabile vogliono invadere l’Europa e l’Asia e persino le lontane Americhe dove l’uomo non ha mai messo piede. 

Se non prendiamo provvedimenti ora, fino a che siamo ancora in tempo, ci distruggeranno. Saranno gli unici padroni di un mondo che hanno strappato ai loro fratelli e non avranno pace fino a che non sarà morto l’ultimo neandertal d’Europa, l’ultimo doneviano delle steppe e l’ultimo florensis d’Asia. Padroni di un mondo usato esclusivamente come una carcassa da depredare, dove di noi non resterà che un ricordo sbiadito, evaporato con la fine della glaciazione.

lunedì 13 marzo 2017

venerdì 10 marzo 2017

Dal classico al fumetto, figure femminili da proporre e riproporre

E eccoci alla carrellata di figure femminile in letture poco impegnative da proporre. Tutte ragazze o donne che a un certo punto prendono in mano la propria vita, fanno la loro scelta e si rendono conto che, guarda un po', sono perfettamente in grado di autodeterminarsi. Molte fanno scelte del tutto semplice, quasi scontate, ma sono le loro. Perché quello che dobbiamo dire alle ragazze non è che debbano per forza essere astronaute, solo che possono, se lo desiderano, così come possono diventare moglie e madri, ma solo se lo desiderano davvero.

LETTERATURA PER RAGAZZI
Stargirl, dal romanzo Stargirl di Jo Spinelli.
Stargirl è una ragazza che, a ben vedere, non vuole certo fare la rivoluzione. Vuole solo vestirsi con gli abiti le piacciono, portare la sua buffa borsa e chiamarsi, appunto Stargirl. Questo basta a farla definire una "strana", a farla isolare e quello che le chiede il ragazzo che si innamora di lei è proprio di adeguarsi, essere come le altre. Ebbene, la scelta della ragazza  è un bel no. Non si rinuncia a se stessi neppure per amore, sopratutto da ragazzini.



Jo, dal romanzo Piccole Donne. Ricordato anche nei commenti all'introduzione, il personaggio di Jo è in giro dal 1880 e forse è il caso di farlo scoprire anche alle bambine di oggi. Perché lei, delle quattro sorelle, è quella che prende la difficile via della scelta. Lei è quella che sbaglia, perché questa è la caratteristica di chi sceglie, la possibilità dell'errore, ma anche quella che più di tutte, ha la possibilità di scegliere. Si fa carico della famiglia, vende i propri capelli per portare un aiuto, diventa scrittrice, all'inizio un po' per scherzo e un po' per guadagno. Anche grazie al lavoro si fa via via più indipendente, una di quelle donne di fine ottocento che iniziano prima con incertezza a camminare con le proprie gambe e quasi con sorpresa si scoprono forti.


CLASSICI
Elisabeth da Orgoglio e pregiudizio.
Molti leggono Orgoglio e pregiudizio come una storia romantica in cui alla fine l'amore trionfa. Può essere, personalmente ci vedo anche molta pungente ironia che a volte sfocia nel cinismo. Sopratutto è la storia di una ragazza di inizio ottocento che, pur consapevole della scarsa indipendenza che la società le concede e non intenzionata a sovvertirne le regole, rifiuta non una, ma due proposte di matrimonio, una più vantaggiosa dell'altra. In un mondo in cui una donna, sopratutto se senza dote, può solo pregare in ginocchio che qualcuno "se la prenda su", Elisabeth è una sorta di rivoluzionaria dolce. Il senso comune è ben esemplificato dalla sua amica, che si sposa a un uomo noiossissimo ma che "non sarà peggiore di altri", le può garantire un avvenire e le darà dei figli su cui riversare amore e affetto. Che altro si può chiedere. Elisabeth legge e pensa, ha le sue idee, le sue passioni e fa le sue scelte. E poi, certo, Darcy è Darcy, ma voi non avete avuto l'impressione, leggendo, che Elisabeth se la sarebbe cavata benissimo anche da sola?

FANTASCIENZA
Cordelia da L'onore dei Vor e Barrayan de La saga dei vorkosigan
La fantascienza, sopratutto cinematografica, ci ha regalato una serie di donne fortissime, in grado di ammazzare alieni che spuntano dalla pancia della gente come di sterminare zombie. Molte di loro, però, hanno poco da scegliere. Si trovano lì e devono ballare o morire. Per quel che mi riguarda preferisco un personaggio dagli angoli più smussati, ma non meno capace di farsi valere. Cordelia è la protagonista di due romanzi di Luis McMaster Bujold. Comandante di una missione esplorativa, si trova isolata su un pianeta sconosciuto con la non voluta compagnia di un militare in aggressivo pianeta rivale. Ovviamente scatta qualcosa tra loro, ma ci sono dei ma. Io adoro le storie d'amore dove ci sono dei ma importanti e sopratutto interni. I loro mondi sono inconciliabili, Barrayan, il pianeta di cui lui è originario ha una mentalità feudale e considera le donne poco più che soprammobili. Quindi Cordelia torna a casa e si arruola poco dopo, ovviamente contro Barrayan. E se alla fine l'amore trionfa è perché Cordelia ha avuto il tempo di ragionare e di fare le sue scelte. Tenersi l'uomo che ama, seguirlo sul suo pianeta natale e cambiare Barrayan. Porsi volutamente come esempio e modello di donna diversa, a partire dalla scelta di dare alla luce e difendere con le unghie e i denti il proprio figlio disabile.

GIALLI
Livia Ussaro da Le indagini di Duca Lamberti di Scerbanenco.
Dopo molti dubbi, poiché il giallo propone molte belle figure femminili, ho optato per Livia Ussaro, dato che il tema è la scelta. E Livia è una che le sue scelte le fa e le paga fino in fondo. Troppo intelligente per la Milano di fine anni '60, entra in scena come una ragazza alla ricerca di emozioni forti. Si delinea poi come un personaggio tutto celebrale, che vuole capire il mondo sperimentando anche il suo lato peggiore. Si fa coinvolgere in un'indagine, insiste per avere un ruolo pericoloso e finisce male. Scerbanenco non indora la pillola su quello che accade a Livia. La cosa che, però, me l'ha fatta amare moltissimo è che Livia non esce di scena così. Rimane se stessa, razionale, solida, capace sempre di chiamare le cose col loro nome e, forse, più consapevole nel scegliere la propria strada nella vita.

FUMETTI
Marjane in Persepolis di Marjane Satrapi

Al contrario che per gli esempi precedenti, qui abbiamo a che fare con una storia vera e quindi a tratti più dura e commuovente. Persepoli è un'autobiografia a fumetti in cui Marjane Satrapi racconta la propria infanzia e la giovinezza tra Iran e Europa, tra modelli culturali, sociali oltre che femminili, differenti. Appartenente a una famiglia che si oppone al regime religioso, a Marjane è richiesta una precoce consapevolezza e capacità di scelta. Non a caso, mandata a studiare in Europa per la propria sicurezza, si stupirà per la vacuità dei discorsi degli adolescenti europei, del loro menefreghismo. Commuovente e doloroso, il racconto di Marjane insiste anche sul peso delle scelte. La giovane cerca di assecondare prima le richieste della società europea, poi di quella iraniana, prima di capire quale possa essere la sua strada. E la sua strada, quella di artista che denuncia le durezze del regime, non può che portare verso l'esilio, con tutta quella lacerazione degli affetti che questo comporta. Dal fumetto l'autrice ha anche tratto un film animato che è subito diventato tra i miei preferiti in assoluto.

Avrei voluto continuare ancora e non è detto che in futuro non riprenda il discorso, ma questa sera mi è ostile la connessione e la stanchezza. Non ho toccato il fantasy, perché il mio personaggio femminile di riferimento nel fantasy già lo conoscete, è Tenar, raccontato a U.K.Le Guin ne La saga di Earthsea 
Giovane prescelta per essere sacerdotessa di divinità oscure, salva, più che essere salvata,  un giovane mago. Che non le regala il suo amore, ma del tempo per scegliere chi vuole essere. E Tenar, che non rinnega se stessa e la propria storia, sceglie di essere una donna comune. Solo molti anni dopo, ormai vedova, incontrerà di nuovo l'ormai non più giovane mago. Si rivelerà una donna fortissima, in grado di tenere testa a draghi, principi e stregoni senza né spade né incantesimi, solo con la propria saggezza e il proprio sguardo disincantato sul mondo. Mi chiedo, adesso, quanto aver incontrato da adolescente questo personaggio sia stato importante per me. Per capire che non c'è niente di male ad essere una persona dai pensieri complessi e dai desideri semplici. Per capire che genere di vita desiderare. Per capire... Chi lo sa... La storia di Tenar, alla fine, è anche la bellissima storia di un'adozione, quella della piccola Teanu. Difficile quindi non chiedersi quale sia davvero l'importanza di queste letture leggere, che però si sedimentano dentro e finiscono per sgrezzare i nostri pensieri.
Speriamo, però, di non aver portato a casa un cucciolo di drago...
Vi lascio con due immagini di Tenar, un giovane e una matura (questa dal purtroppo non soddisfacente film dello studio Ghibli). E la curiosità di sapere qual è il personaggio in cui più vi riconoscete e perché.
Il film non è un gran che, ma alla alla fine io e il Nik
ci assomigliamo proprio a questi Tenar e Ged
  




mercoledì 8 marzo 2017

Dal classico al fumetto figure da proporre per l'8 marzo – introduzione


Mia madre era una femminista convinta. Troppo convinta. Verso i sei anni il mio sogno proibito era una gonna rosa che mettevo di nascosto solo quando d'estate ero in vacanza dei nonni. Davanti a lei mi sarei vergognata tantissimo a indossarla, manco fossi il nerboruto capitano di una squadra di rugby, invece che un'esile bambina bionda. Ovviamente portavo i capelli cortissimi nonostante i miei sogni boccolosi e mi è stata inculcata talmente a fondo l'idea che gli orecchini sono come gli anelli al naso dei vitelli che quando mi è stata ventilata l'ipotesi di metterli alla pupattola ho guardato il malcapitato come fosse uno che i bambini gli squarta un giorno sì e uno anche. 
Sono però anche consapevole di essere solo la seconda generazione nella mia famiglia di donne che possono autodeterminare la propria vita. 
Mia nonna apparteneva a una famiglia bene, una privilegiata che non ha sofferto mai fame o freddo e credo che anche il suo concetto di miseria fosse relativo. Ciò nonostante non le è stato permesso di continuare a studiare, perché una donna troppo istruita era considerata inutile. Il periodo della sua vita che ricordava con maggior piacere era quello della guerra, che ha passato in un postaccio, Omegna, al confine con la Repubblica Partigiana dell'Ossola, un posto dove partigiani e veri o presunti simpatizzanti venivano fucilati in piazza. Eppure lei ricordava quegli anni con nostalgia. Suo zio aveva una bottega là e, essendo per ovvi motivi a corto di garzoni, aveva preso la nipote come aiuto. Lo zio, poi, vendeva ai tedeschi dalla porta principale e teneva quella di servizio per i partigiani. Mia nonna fu arruolata quindi per portare cibo a partigiani nascosti, piccolo contrabbando, saltuari passaggi di informazioni. E sopratutto stava in bottega. Brevi anni di libertà rubata. Sessant'anni dopo ancora si dispiaceva di non aver continuato a lavorare in negozio. A ben guardare avrebbe avuto tutte le possibilità di farlo, persino di aprire una bottega sua. Ma non stava bene. La famiglia fu ben felice di vederla sposata a un uomo (mio nonno) economicamente un po' in disgrazia, ma che aveva rispettabilità da vendere in quanto professore e avvocato. E la moglie rispettabile di un avvocato non lavora in bottega. A pensarci adesso non credo che a mio nonno sarebbe importato poi molto. È che era semplicemente impensabile. Impensabile che una donna studiasse (almeno se un fratello maschio poteva portare avanti le attività di famiglia) o lavorasse senza averne la necessità. A ben guardare mia nonna sarebbe stata brava il doppio del prozio a portare avanti quelle attività che, ovviamente, non ereditò, perché suo padre si premurò di passare tutte le proprietà al figlio maschio. Non credo che mia nonna sia stata infelice nella sua vita ed era, agli occhi di mia madre la femminista, l'essenza stessa della donna reazionaria, tutta casa e chiesa, ma a me bambina raccontò senza giri di parole i propri rimpianti. Il fatto, principalmente, di non aver potuto scegliere. I suoi sogni, poi, erano del tutto ragionevoli: continuare a studiare o almeno a leggere, svolgere un lavoro rispettabile e per cui era portata. Ma tra le molte cose impensabili c'era che una donna potesse avere sogni propri.
Per questo, per la possibilità di scegliere che a me è stata data e a lei no, nonostante ne conosca fin troppo bene gli eccessi, sarò sempre grata al femminismo. La possibilità di scegliere e autodeterminare la propria vita è vecchia di appena due generazioni e a ben vedere è fragile e assolutamente non scontata.
Io alla fine ho scelto una vita che non sarebbe spiaciuta neppure alla mia bisnonna, un lavoro rispettabile (che la famiglia non è più così "bene" da permettermi di non lavorare), un marito rispettabile e ora pure una figlia, ma questa vita ho potuto sceglierla tra scavi archeologici, viaggi in solitaria, scegliendo studi, letture e amicizie come meglio credevo, fino ad essere sicura di cosa volessi davvero. Questo è non solo un privilegio che è stato conquistato, ma è anche necessario conservarlo. Io non voglio alcun futuro predefinito per mia figlia, solo che abbia la possibilità di scegliersi il suo, eppure troppe volte vedo alunne, ragazzine nate, supponevo negli anni della libertà, limitate persino nei sogni, esattamente com'era stata mia nonna.
Ragazze che ancora crescono pensando che ci sia un solo futuro possibile per loro, che la cosa importante sia essere graziose per essere scelte dal "giusto" ragazzo, magari quello che se fa una scenata di gelosia un po' eccessiva, magari anche fino al ceffone, lo fa "perché le ama".
Mi preoccupano un po' le letture che vanno in mano alle ragazzine e alle adolescenti di oggi. Noi, tutto sommato, anche accendendo la tv ci trovavamo di fronte ai famigerati "cartoni animati giapponesi", che però ci presentavano pallavoliste di successo e capitane d'armi insieme a giovani romantiche, cioè una vastissima gamma di modelli tra cui scegliere. Oggi abbondano le ragazzette "prescelte" impegnate a redimere il bello e maledetto di turno, future mogliettine da cinquanta sfumature. Non che ci sia nulla di male nel sognare il marito bello, ricco, innamorato e con un certo gusto per pratiche piccanti, purché sia chiaro che questa è una dei possibili sogni che una ragazza può avere, non l'unico.
Nel prossimo post (che il discorso si è fatto lungo e la palpebra cala, non tanto per l'ora, quanto per la stanchezza, dato che ogni tanto anche la pupattola non dorme la notte) quindi proporrò una serie di figure femminili letterarie in letture poco impegnative incentrate sul tema della scelta del proprio futuro.
Nel mentre inizio a chiede voi che letture proporreste su questo argomento.

lunedì 6 marzo 2017

Seguendo la cometa 15 – La scelta del paese



Mi raccomando, cliccate sulla meravigliosa prima tavola per ingrandirla!

Ed ecco poi com'è andata la scelta del paese. 
La scelta del paese è un atto ufficiale, che viene comunicato sia al ministero italiano che a quello del paese, quindi, anche se per cause eccezionali (ad esempio colpi di stato, catastrofi naturali o guerre che impediscano fisicamente di andare là e che avvengano prima che ci sia un abbinamento a un minore) si può modificare, è una scelta davvero importante. La domanda per l'adozione nazionale rimane attiva, fatto salvo per alcuni paesi (come la Corea) che chiedono una formale rinuncia. Se c'è un abbinamento in nazionale prima di quello in internazionale (come poi è capitato a noi) l'internazionale decade. Stessa cosa se avviene il contrario. Dal momento che le adozioni nazionali sono numericamente inferiori e proprio in quei mesi c'era un rallentamento per motivi burocratici noi avevamo già dato la nazionale per persa e la scelta del paese è stato uno dei momenti di maggior crisi.
Abbiamo scelto un ente che ci dava delle garanzie sul piano etico, cioè la piena trasparenza sul destino dei nostri soldi, non per taccagneria, ma perché stavano uscendo scandali uno dopo l'altro e non volevamo certo che la nostra adozione andasse a finanziare, che so, il traffico d'armi. Inoltre in ogni paese l'ente aveva un referente in loco che si sarebbe accertato delle reali condizioni di salute del bambino. Purtroppo ho sentito di molte coppie che hanno dovuto rinunciare all'adozione sul posto dopo aver capito che il bambino aveva delle patologie per loro insostenibili. Questo credo che sia l'aspetto più brutto dell'adozione, nessuno (spero) vuole la garanzia del figlio perfetto, ma arrivando di solito un bambino già grandicello devi essere certo di poter gestire determinati problemi. Ad esempio casa nostra, per motivi di muri portanti, non può essere adattata per una carrozzina disabili e non si può capire di dover traslocare quando si è all'estero con magari un ritorno tassativo quindici giorni dopo e altre patologie già presenti in famiglia non ci rendono la coppia ideale per un figlio cieco (mentre avevamo disponibilità, ad esempio, per alcuni tipi di sordità).
Quindi date le nostre disponibilità (soffertissime, vi assicuro che ogni crocetta in quei maledetti questionari è una morte) ci siamo affidati al personale dell'ente che ha sentito a uno ad uno i ministeri di vari paesi alla ricerca di uno che potesse andare bene. Siamo stati sballottati per un bel po' tra un'ipotesi e l'altra (perfetti per la Corea, no, non vi vuole, meglio Lettonia, no, non ci sono minori compatibili con la fascia d'età scritta nelle relazioni...) con la sensazione di non andare bene per nessuno nonostante le ottime relazioni dei servizi sociali e psicologici. Alla fine siamo approdati alla Colombia per pura esclusione.
La Colombia ci è piaciuta tanto per il modo di fare, il sito dedicato all'adozione per altro è mille volte più chiaro e trasparente di quello italiano, ma lasciare per tre mesi tutto ci preoccupava davvero tanto, sopratutto per le condizioni di salute dei miei (infatti il mese scorso mio padre è stato operato, anche se è stata una cosetta già superata). 
Insomma, come dicevano le operatrici, le adozioni si fanno, ma con fatica (e fortuna), e sopratutto mettendo sempre alla prova le proprie forze reali, che a sopravvalutarle si rischia il disastro.

PS: presto avremo la prima trance dei documenti della pupattola, che per ora è ancora nel suo limbo burocratico di parziale esistenza. Potremo darle una residenza ufficiale (non vi dico le facce ogni volta che spiego che non posso compilare la voce "residenza" sui moduli) e più avanti iscriverla nel nostro stato di famiglia!

sabato 4 marzo 2017

Piovono Libri – La buona terra

Il prescelto di questo mese al gruppo di lettura è stato La buona terra un romanzo di cui, prima dell'estrazione, ignoravo tutto. Ho scoperto essere stato scritto nel 1931 da una scrittrice premio Nobel americana che ha vissuto gran parte della propria vita in Cina.
Prima di parlare del contenuto del libro e delle riflessioni sorte, due note personali.
Uscire la sera sta diventando difficile, non tanto per la pupattola, che è un amore e si addormenta a orari consoni e per lo più dorme, quanto per il peso non metaforico della suddetto pupattola. Ha da poco compiuto sei mesi ed è già taglia un anno per per la lunghezza, con uno sviluppo corporeo proporzionato. Alla sera, a un certo punto io semplicemente mi spengo come una bambola meccanica dalla batteria scarica e avrei anche bisogno un fisioterapista. Il gruppo di lettura ha l'unico difetto si essere ubicato a un'ora d'auto e l'idea di spegnermi sola alla guida in una notte di pioggia un po' mi preoccupava. Sono stata soccorsa dai lettori che hanno approntato, per me e un altro lettore malato, una chat audio via fb che ha funzionato alla grande e mi ha permesso di partecipare alla seduta dal mio divano, con la cucciola a portata di mano! GRAZIE DI CUORE! Se c'è una cosa che un po' mi manca in questi giorni è la qualità della conversazione e la serata è stata meravigliosa!
La seconda nota personale è che uno degli svantaggi dell'abitare in un piccolo paese è che non ci sono librerie, quindi in questi mesi sto acquistando per lo più i libri via internet. Quindi ho fatto arrivare il mio volume, scegliendo un "usato in buon condizioni"
In buone condizioni e in pratici fascicoli...
Ma veniamo ora al libro.
La storia, ambientata nella Cina del primo novecento, è quella dell'ascesa sociale del contadino Wang Lung, inizialmente poverissimo che, sopravvissuto con moglie e figli a una carestia epocale, brandello di terra dopo brandello di terra diventa il capostipite di una ricca famiglia.
La cosa che più mi ha colpita, nel confronto con gli altri lettori è che in quasi tutti la storia di Wang Lung ha rievocato memorie di famiglia. Si parla di un contadino cinese dei primi del novecento descritto da un'americana e a noi sono venuti in mente i nostri nonni. 
Io ho riconosciuto alcuni elementi dei racconti dei miei, il percepire la guerra quasi come una catastrofe naturale come le altre e come tale inevitabile (mio nonno ripeteva "mio nonno ha visto la guerra, mio padre ha visto la guerra, io ho visto la guerra, preparatevi a vedere la guerra"), delle conoscenze pratiche e raccapriccianti per sopravvivere alle carestia (la memoria di quali erbe mangiare, addirittura di quale terra mangiare in assenza d'altro), la vergogna per la propria scarsa istruzione una volta che le condizioni economiche sono migliorate, oltre all'attaccamento viscerale per la proprio "buona terra". Non sono stata l'unica, dato che una buona fetta della discussione è diventata un rievocare i propri ricordi di famiglia. 
È stato un bel momento di riappropriazione collettiva del proprio passato e che mi/ci ha fatto capire che la miseria più nera, quella che spinge Wang Lung a pensare di vendere una delle figlie e sua moglie a uccidere un neonato che non è possibile nutrire, è distante da noi solo due generazioni. Proprio come i figli di Wang Lung tendiamo a dimenticarci le nostre origini e le sofferenze patite dai nostri avi, magari per guardare con superiorità chi oggi si trova in queste condizioni.
La povertà, la fame e certe tradizioni contadine, però, sono evidentemente uguali in tutto il mondo e davvero apparteniamo tutti a una comune umanità se un libro che ci parla di cinesi di inizio '900 ci riporta ai nostri nonni.

Si è discusso, ovviamente, di quanta Cina autentica ci possa essere in questo romanzo scritto con maestria e stile assai piacevole da una donna americana che la Cina l'ha vissuta a lungo, ma sicuramente non ha sperimentato la realtà dei contadini analfabeti.
Credo che Pearl Buck fosse un'eccezionale osservatrice. L'autenticità della Cina mi appare non tanto nella descrizione dei pensieri di Wang Lung, che, appunto, diventa una sorta di contadino archetipo che potrebbe vivere ovunque, quanto nei personaggi che lui solo osserva, senza indagarne la psiche e senza neppure capirli, sopratutto quelli femminili. 
Il cuore emotivo del romanzo è, a mio avviso, costituito da O-Lan, la taciturna moglie di Wang Lung. 
Wang Lung è un contadino povero, quindi risolve in modo pratico il problema di avere un aiuto in casa e qualcuno nel letto: si compre come moglie una schiava di seconda mano, avendo cura di sceglierla brutta per pagarla meno. Pur essendo un uomo a suo modo gentile (si prenderà cura per tutta la vita, ad esempio, della figlia ritardata), Wang Lung non ha nessuna intenzione di stabilire un rapporto empatico con la moglie che per tutta la vita considererà stupida, una sorta di capace animale domestico. È nei gesti silenziosi di O-Lan, nelle sue frasi spezzate che emerge potente il ritratto di una donna pratica e caparbia, venduta come schiava da una famiglia a sua volta distrutta da una carestia, maltrattata dai padroni e che vede nel fortuito matrimonio una possibilità di riscatto sociale che può portarla ad essere il massimo a cui una donna può aspirare: madre di figli maschi legittimi in una grande casa. O-Lan per certi versi non sposa la persona Wang Lung, sposa la terra di lui e il suo ruolo sociale. O-Lan lavora fino al giorno del parto, si rivela vitale nei momenti di crisi, non chiede mai nulla per sé, se non portare ricchezza e prosperità alla famiglia e allontanare sempre più il ricordo dei suoi giorni da schiava. Non a caso l'unico suo cedimento avviene quando la famiglia si è già arricchita e il marito si porta in casa una concubina la cui serva è un'altra ex schiava della stessa famiglia presso cui O-Lan aveva servito. Non è la concubina a ferirla, ma l'altra schiava, forse il ricordo di se stessa schiava, il rendersi conto di non potersi mai del tutto affrancare da quel periodo della propria vita.
Emerge, grazie a queste figure, un mondo in cui le donne sono solo oggetti e funzioni, chiamate "schiave" anche quando sono libere. La vezzeggiata concubina Loto, del resto, non è più libera della moglie legittima O-Lan, né lo è la figlia legittima, costretta alla tortura del bendaggio dei piedi e consegnata come moglie ancora quasi bambina. E Wang Lung non è un uomo cattivo. È un contadino forse semplice nei pensieri, ma pratico e non privo di una sua gentilezza (indicativa è la sua scoperta che la figlia piange per il dolore ai piedi fasciati, dolore che la bambina era stata invitata a nascondere al padre, poiché lui di certo si sarebbe impietosito, le avrebbe sfasciato i piedi e questo le avrebbe nel migliore dei casi negato un buon matrimonio). Semplicemente non è stato educato a pensare le donne come individui dotati di intelligenza e sensibilità. Le sue crudeltà sono senza malizia o volontà di ferire, eppure non per questo meno dure. Anche questa non credo sia una realtà solo cinese. La mancanza di un'educazione sentimentale è, a mio avviso, alla base di molti drammi famigliari. L'empatia è solo in parte innata, va educata e coltivata come qualsiasi altra dote. Wang Lung trascorre tutta la sua vita senza, di fatto, mai capire o conoscere le persone che gli sono accanto, moglie, concubina, figli gli passano accanto senza che lui riesca mai a conoscerli davvero. Mi sono chiesta quanto lui stesso si conosca. Fa quello che è giusto fare, secondo gli insegnamenti di suo padre e desidera ciò che gli è stato insegnato desiderare. L'unico sentimento genuino è questo amore profondo e viscerale non solo per la terra, ma proprio per il lavoro nei campi, il contatto con il terreno, con il bue che traina l'aratro. La felicità vera Wang Lung non la conosce se non arando. Mi sono chiesta, leggendo, quante persone, ancora oggi vivano così, senza conoscere e senza conoscersi, con l'unica possibilità di imbattersi accidentalmente in ciò che il loro spirito desidera davvero.

Di questo libro non conoscevo neppure l'esistenza. Il mio interesse per l'epopea contadina della Cina di inizio novecento era, a dire il vero, scarsa. Eppure questo libro, più di tanti altri, mi ha riportato a me stessa, alle mie origini famigliari, a chiedermi da quale "buona terra" vengo io.
Miracoli della lettura e del gruppo di lettura.

giovedì 2 marzo 2017

L'importanza del contesto (dai punti del supermercato passando da Daverio)

C'è chi fa della raccolta punti al supermercato uno sport, una sorta di caccia al premio perfetto, con cassetti dedicati alle cartelline di raccolta dei bollini e un mercato clandestino di scambi con tessere che si passano di mano alla ricerca dell'ultimo Punto Fragola.
Ammetto di essere una ben scarsa cacciatrice di punti. Preferisco di gran lunga gli sconti e il drago interiore gode per ogni meno vede sullo scontrino. Tuttavia le cose cambiano se invece dei soliti piatti/coperchi/frullini/asciugamani, mi si mette tra i premi dei libri.
Anche il drago interiore è stato ben felice di investire duemila preziosissimi (?) punti fragola per il cofanetto Le storie della pittura.
All'interno ci sono due libri di Philippe Daverio, Il gioco della pittura e Guardar lontano, veder vicino. Finito il libro del mese del gruppo di lettura, con un giallo medioevale la cui partenza mi convince poco (migliorerà, suppongo, perché è ben scritto, ma pagina 50 si sa già chi è l'assassino, quale il movente e che ne è stato del bimbo scomparso), Daverio si è subito imposto alla mia attenzione.
In realtà Il gioco della pittura si è rivelato una mezza delusione. Un libro editorialmente lussuoso, meraviglioso nell'apparato iconografico, ma presso che inutile a chi già mastichi un po' d'arte. Diciamo un piacevole riassuntone divulgativo per chi abbia dimenticato (o mai seguito) le lezioni di storia dell'arte.
Ben più interessante, anche se non folgorante, si è dimostrato invece Guardar lontano, veder vicino che si concentra sui grandi artisti italiani da Giotto a Caravaggio e, sopratutto, sul contesto storico, sociale e sopratutto culturale che ha reso possibile questa esplosione artistica.
Credo che sia un problema dovuto alla frammentazione dei saperi, al fatto che a scuola le ore di letteratura, storie dell'arte, filosofia, storia, matematica e via dicendo sono separate che ci fanno perdere il senso di interconnessione che sta dietro al reale.

Ogni uomo, che lo voglia o no, che sia in armonia o in opposizione a ciò che capita intorno a lui, è sempre, inevitabilmente, figlio del proprio tempo. Sarà influenzato da ciò che gli accade intorno e, ancor di più, dalle idee che circolano, dalla sua visione del mondo, dalla sua fede, dalle sue letture e frequentazioni. 
La cosa interessante del libro di Daverio è il mettere l'accento sul fatto che neppure i grandi geni assoluti, nel caso Leonardo e Michelangelo, possono essere decontestualizzati. Entrambi geniali, intellettuali a tutto tondo, uomini complicati, pur vivendo negli stessi posti e negli stessi anni frequentano ambienti culturali diversi, respirano arie diverse. Di scuola aristotelica e frequentazioni domenicane (ecco, se c'è una cosa che non sapevo e che mi ha davvero stupito è l'idea che Leonardo frequentasse, almeno in certi periodi della sua vita, i domenicani, quelli dell'inquisizione, per intenderci) Leonardo e quindi formato all'osservazione della natura e allo sperimentalismo. Formato in una scuola neoplatonica Michelangelo, ossessionata dalle Idee pure e preesistenti, amico d'infanzia di futuri papi, ma vicino a pensatori in odore di protestantesimo. 
Mi sono chiesta, leggendo il libro, che artisti avremmo avuto se le loro formazioni si fossero invertite, se Leonardo fosse stato mandato alla scuola dei giardini medicei, tutta estetizzante e neoplatonica e se a Michelangelo fosse stata data fin da subito una forma mentis più concreta, meno ossessionata dall'assoluto? Sicuramente avremmo avuto due artisti/pensatori ugualmente geniali, ma diversi.

Nelle opere e negli atti di ciascuno di noi c'è tanto la nostra individualità unica, quanto la somma del nostro mondo mentale e del nostro contesto socio-culturale, per non dire i nostri riferimenti filosofici, religiosi e politici. Un Michelangelo non neoplatonico non avrebbe mai scolpito una pietà con una madonna giovanissima, più del proprio figlio morto. Un Michelangelo che non avesse frequentato in gioventù dei futuri papi (meno ben introdotto), con il suo carattere e le sue derive protestanti non avrebbe mai dipinto la sistina.

Quello che trovo che manchi a molti personaggi romanzeschi è questa contestualizzazione, uno studio accurato di qual è il loro mondo mentale, la loro formazione culturale, la loro, consapevole o no, filosofia.
Io vivo in Italia nel 2017, ma da una parte mi raggiungono notizie da tutto il mondo, che mi colpiscono e mi influenzano, dall'altro sono influenzata dal mio mondo mentale, dalla mia formazione. Il fatto che abbia frequentato fino a una certa età scuole cattoliche, pur venendo da una famiglia non praticante, che abbia fatto studi classici, che io abbia letto determinati libri, visto determinati film inevitabilmente mi influenza. Il "personaggio Tenar" non potrebbe essere mosso in modo consapevole senza tener presente tutto questo contesto. 

Mi irrita oltremodo quando in un romanzo dei personaggi agiscono come geni solitari del tutto avulsi dal loro contesto, magari perché, appunto "sono geniali". Anche i geni rielaborano idee altrui, arrivano a risultati sorprendenti e unici, ma partendo da una qualche base.

In questi casi si fa sempre l'esempio de I promessi sposi, che funziona proprio perché Manzoni ha ben chiaro quale sia il contesto per ciascun personaggio e ogni personaggio si muove in coerenze sia alla propria personalità, sia al contesto che lo ha formato. Ma non sono solo i grandi autori inarrivabili a fare questo lavoro. Anche senza essere Manzoni secondo me è utile farsi una serie di domande sui propri personaggi.
In che ambiente è cresciuto?
Che studi ha compiuto?
Quali sono i suoi gusti letterari e musicali?
Quali sono i suoi interessi principali e da dove sono nati?
È religioso?
Si interessa di politica?
Quali personaggi del suo tempo segue con più interesse/ha avuto la possibilità di conoscere?
Chi sono e cosa fanno i suoi amici?
Come tutto ciò influenza il suo carattere e la sua quotidianità?

Certo, a questo punto mi viene il dubbio di essere io a farmi troppi problemi eppure contestualizzare nel suo mondo mentale un personaggio mi sembra indispensabile. Voi non trovate?