sabato 23 dicembre 2017

RACCONTO DI NATALE – racconto completo inedito

IL NATALE DI ANNALISA


 Più cercava di guardare fuori dalla finestre e più il fiato del suo respiro si ispessiva sul vetro, bloccandole la visuale. Tutto congiurava per tenerla lì. Prigioniera.
 Dietro di lei, nel salone, il Natale si allungava e diluiva in chiacchiere confuse che si avvolgevano nell’aria in gomitoli di noia. Con tutte le sue forze, Annalisa odiava essere lì. Odiava l’odore che aveva preso la stanza, di abitudine, arrosto con patate e profumo alla lavanda della zia Maria. Odiava la zia Maria, odiava sua sorella, la zia Olivia, che si era portata al seguito il marito che assomigliava ad uno gnu depresso e tutti i suoi tre figli, neppure uno che avesse più di dieci anni, e odiava più di tutti sua madre che li aveva invitati. 
 - Annalisa, viene ad aiutarmi a servire la zuppa inglese! – la chiamò sua madre.
 Ecco, appunto. Odiava servire a tavola e mostrarsi gentile con gli zii e simpatica con i cuginetti. Odiava scodinzolare dietro sua madre che prima invitava mezzo mondo e poi si lamentava del lavoro che questo comportava, come se non se lo fosse voluto lei. Annalisa soppesò le possibilità di una rivolta aperta, ma sarebbe solo riuscita ad aggravare la situazione, un’impresa non da poco. Si armò di sorriso e di ciotole da dessert.
 - Ma come sei cresciuta! – commentò la zia Maria, come aveva già fatto quando le era stato servito il primo e poi l’arrosto.
 - Chissà come ti annoi, con noi vecchi barbagianni. – zia Olivia, acutissima – Avresti dovuto andare a sciare con tuo padre.
 E un vero genio per le gaffe. Primo, non si nominava mai il padre di Annalisa con sua madre presente. Secondo, non ci era andata perché suo padre non l’aveva invitata, in montagna ci aveva portato una collega. Per scoparsela, come aveva sintetizzato mamma.
 - Scusatemi tutti, - zio Luigi, il marito di Olivia, senza la minima intenzione di scusarsi – ma con il dolce ci vuole proprio una sigaretta, se no, che festa è?
 Si tirò fuori una MS extra light, e se la ficcò in bocca.
 Annalisa sentì un brivido di desiderio percorrerle la schiena. Perfino per una MS extra light. 
 - Mai una light, se non vuoi sembrare debole. – le aveva detto Michele.
 Al diavolo Michele, anche lui ci sbaverebbe dietro, se si trovasse come lei, lì tra gomitoli di discorsi inutili, la zuppa inglese nel piatto, ad annusare il fumo di quello che desiderava, e non poteva avere.
 Aveva finito le sigarette il giorno prima e, con sua madre sempre a girarle intorno peggio di uno squalo, non aveva potuto approvvigionarsi. Di solito lo faceva andando a prendere il pulmino per la scuola, con una piccola deviazione passava davanti ad un distributore automatico, Michele le aveva spiegato come fingere a una macchina una maggiore età che non possedeva, e neppure sua madre faceva obiezioni se usciva di casa cinque minuti prima. Ma da quando erano iniziate le vacanze, tra saluti a parenti, amici di famiglia e altre persone che sarebbe stato meglio strozzare, non aveva avuto nessuna libertà d’azione. E così si trovava con l’acquolina in bocca alla vista di una MS extra light.
 Ed era strano, perché il Natale precedente aveva tossito per fumo della sigaretta dello zio e desiderato che la zuppa inglese arrivasse prima.
 Spizzicò un poco di dolce e poi aiutò sua madre a sparecchiare e mettere su il caffè. In tutta l’operazione, mentre si trovavano da sole in cucina, sua madre non fece altro che criticare le sorelle, per come erano vestite, pettinate, per il regali dozzinali che avevano portato, per come educavano i figli.
 Appena poté, Annalisa tornò alla finestra. Non doveva essere molto tardi, le 15.30 al massimo. Questo voleva dire che la giornata sarebbe stata ancora lunghissima. Conosceva il rituale. Sul caffè le chiacchiere si cristallizzavano, forse ormai i gomitoli erano tanto annodati che nessuno più riusciva a districarli e sua madre e le zie potevano rimanere ore a parlarsi addosso trovandosi reciprocamente insopportabili e tuttavia provando un piacere perverso nel sondare i limiti di questa insopportabilità. Se fosse uscita adesso, nessuno se ne sarebbe accorto.
 Si fermò, stupita da quel pensiero. Se fosse uscita ora, nessuno se ne sarebbe accorto. Gettò una cauta occhiata alla stanza. Sua madre e le due zie, sedute al tavolo, avevano stretto un’effimera alleanza nello sparlare di una conoscente comune. Lo zio, sprofondato in divano, era perso nell’estasi congiunta della sigaretta e del bicchiere di cognac. Le tre pesti avevano monopolizzato il computer, installandovi un aberrante gioco di Dragonball che, Annalisa ne era certa, nei prossimi tre mesi sarebbe partito in automatico ogni volta, invadendo lo schermo con i suoi mostriciattoli in kimono. Se fosse uscita nessuno se ne sarebbe accorto per davvero. Se si sbrigava, andava al distributore di sigarette e tornava subito indietro, non ci avrebbe messo più di un quarto d’ora. E se anche l’avessero vista rientrare avrebbe potuto dire di essere solo uscita in cortile. A fare cosa? A guardare l’albero di Natale. Avrebbero persino potuto crederle.

 Cauta, scivolò attraverso la stanza. Nessuno se ne accorse quando lasciò il salotto, e neppure quando ripassò davanti alla porta tutta imbacuccata nella giacca a vento. Annalisa registrò quella mancanza di attenzione con una blanda curiosità. Doveva essere così che si sentiva un fantasma costretto ad infestare un castello invaso di turisti. 
 Uscita di casa, rimase un attimo sull’uscio con un orecchio premuto sul portoncino per registrare eventuali reazioni. Non ve ne furono.

 Le strade le fecero un effetto strano, vuote ed immobili a parte le luci delle decorazioni che lampeggiavano o si rincorrevano sugli alberi dei cortili. Persino il cielo non aveva voglia di fare niente, di un neutro grigio chiaro che gli avrebbe permesso di scurirsi placidamente nella sera senza nulla di emozionante e faticoso come un tramonto.
 Non c’era nessuno in giro, nessuno. Se stava proprio immobile, le pareva di sentire un ronzio confuso proveniente da ogni casa, dove la gente pasteggiava, chiacchierava e si annoiava, prigioniera. Lei era libera. 
 Una libertà scomoda, o quanto meno fredda. Passata l’iniziale euforia, Annalisa comprese che non c’era nulla da fare lì fuori, nel sobborgo svuotato, senza persone da incontrare e luoghi accoglienti in cui andare. L’unica era raggiungere in fretta il distributore di sigarette, comprarne un pacchetto con i soldi regalatele dalla zia Maria (alla fine anche la zia Maria aveva una sua utilità), fumarsene una in pace e tornarsene a casa. La ragazzina sospirò, incamminandosi, una parte di lei aveva sperato che la sua fuga potesse diventare più definitiva. O almeno più emozionante.

 Qualcosa la seguiva al lato della strada, dietro le staccionate, passando da giardino in giardino. Quella consapevolezza la fece bloccare di colpo, guardinga.
 C’era un gatto che la osservava.
 Era un grosso, grasso gatto grigio tigrato che la fissava spudorato con gli occhi gialli e tondi. Nell’immobilità generale sembrava che in tutto il paese non esistessero che loro due, lei e il grosso micio che la fissava. Ma era solo un gatto, e la ragazzina proseguì.
 Rapido, con un’agilità insospettabile per una così gran mole, l’animale saltò il muretto che divideva il giardino nel quale si trovava con quello del vicino e proseguì, rimanendo all’altezza di Annalisa. Quando questa, pochi passi dopo, si fermò, anche lui lo fece e ritornò a fissarla.
 Sembrava sorridere e le ricordava quel gatto magico e sciocco di Alice nel Paese delle Meraviglie. Lo Stregatto? Che assurdità. Era passata una vita da quando aveva smesso di leggere tutte quelle idiozie che non avevano niente a che vedere con la realtà. Il gatto non la stava seguendo né fissando. Però adesso, con tre agili balzi, il felino era giunto sul marciapiede, proprio ad un passo da lei. Forse era stato abbandonato e aveva fame, pensò Annalisa, anche se non sembrava proprio denutrito.
 - Perché mi segui? – domandò, sentendosi stupida.
 Perché mi annoio
 La risposta le arrivò direttamente nella mente, chiara e con un sottofondo di fusa.
 Annalisa fece un balzo indietro, spaventata, ma il gatto venne a strusciarsi contro la sua gamba. Ron Ron. Per niente aggressivo.
 - I gatti non parlano. – disse ad alta voce, per convincersi che era vero.
 Che idiozia, certo che parlano. Avanti, accarezzami.
 - E allora perché non ne ho mai sentito uno? – adesso la situazione stava diventando irritate.
 Su, accarezzami, se vuoi che ti faccia le fusa, hai mai avuto un gatto?
 Quasi automaticamente, la ragazzina si piegò a grattargli la testa. Ron Ron Ron.
 - Mia nonna ne aveva uno, Fiocco.
 Un gattone bianco e sordo che si lasciava fare qualsiasi cosa. Quando era morto aveva pianto per ore. Che bambina sciocca che era stata!
 Accarezzami sotto il mento. Ecco, così, brava. Quando eri in casa col gatto ti è mai capitato di smettere di fare quello che stavi facendo per dargli da mangiare? O interromperti per fargli una carezza? Si? Lo vedi, i gatti parlano, ma di solito preferiscono non farsi sentire.
 - E perché tu lo stai facendo?
 Ormai si era seduta su un muretto, con il gatto al fianco tutto soddisfatto delle carezze. Aveva socchiuso e gli occhi e abbassato beato le orecchie.
 Te l’ho detto, mi annoio. I miei umani sono andati a trovare dei parenti e mi hanno chiuso fuori per paura che mi facessi le unghie sul divano.
 - Lo avresti fatto?
 Il divano è perfetto, per farsi le unghie.
 Se la strada non fosse stata così vuota, Annalisa si sarebbe preoccupata di parlare ad alta voce ad un gatto che le rispondeva con i pensieri. Ma non c’era nessuno.
 - A casa mia è arrivata un’intera tribù di parenti e non sanno fare altro che parlare di cose inutili, ignorandomi come se non ci fossi neppure. Avevo voglia di una sigaretta. – spiegò.
 Il micio si era girato sulla schiena, offrendole da accarezzare la pancia, dove il pelo era più chiaro e morbido.
 Territorio invaso, strategia di difesa, sbagliata, ma comprensibile, sei poco più di un cucciolo.
 - Ho tredici anni! – protestò Annalisa – Non farmi la predica anche tu!
 Ritrasse la mano. Il gatto la guardò male.
 Su accarezzami, ti fa stare meglio, lo sai. Ecco, così. Cuccioli, vogliono farsi notare, dimostrare di essere adulti e per farlo si comportano ancora più da cuccioli e poi si lamentano se i grandi li trattano come tali o li ignorano. Succede sempre così.
 Annalisa si corrucciò. Non sapeva se a darle più fastidio fosse quel giudizio affrettato o l’affermazione che tutti si comportavano così. I suoi problemi erano solo suoi!
 - Ma guarda, mi doveva toccare anche il gatto moralista. Adesso mi dirai anche che non devo fumare.
 No. Fece il micio. Gli umani fanno un sacco di cose che fanno loro del male. Mangiate cose che non sono mai state vive, non avete ancora imparato a sotterrare e ricoprire ciò che puzza, dormite troppo poco. Aspirate fumo. A volte non capisco come faccio a sopportarvi.
 - Guarda che sono gli uomini a darti da mangiare!
 Noi facciamo le fusa. Vi fanno stare bene. E poi vi fa piacere pensare che noi si dipenda totalmente da voi.
 Ron. Ron. Ron.
 - E’ stato Michele a insegnarmi a fumare. – chissà perché, Annalisa si sentiva di dare una spiegazione proprio al gatto – Ha quindici anni e, al ritorno, prende il bus alla mia fermata. Se fumo, dice, dimostro quattordici anni.
 Non sei tu che devi fargli la corte. Se gli piaci, deve essere lui ad azzuffarsi con gli altri maschi per averti. Poi tu devi decidere se lo vuoi o no.
 La ragazzina si alzò in piedi. Diede un’ultima pacca al gatto. Se voleva le sigarette doveva andare.
 - Le cose da noi non funzionano così. – disse con un sorriso amaro.
 No?
 Il micione non sembrava volerla mollare, le trotterellava al fianco, tutto interessato.
 - Noi dobbiamo assecondare i maschi, se no, per un niente ti lasciano per una più bella o più giovane, come a fatto papà con la mamma.
 Ah. Fece il gatto, con fare saputo. Ecco cosa c’è. Tuo padre ha lasciato tua madre, non te. I maschi umani non abbandonano i figli.
 - No?
 No. Io non ricordo l’odore dei piccoli che ho avuto l’anno scorso dalla rossa. Ricordo la rossa, però. So che ormai hanno raggiunto l’età per cacciare. Ma i maschi umani non fanno così, perché voi rimanete sempre un po’ cuccioli e ne avete bisogno.
 Avevano raggiunto il distributore delle sigarette. Annalisa inserì i soldi e digitò il codice, un po’ distratta dai pensieri del gatto. Prese il pacchetto che ne uscì e se lo rigirò tra le mani. C’era scritto “Il fumo invecchia la pelle”. La cosa più assurda che avesse mai letto. Se lo cacciò in tasca. 
 - Adesso lo vedo solo una volta ogni due settimane e anche così non facciamo altro che litigare. – Mormorò, mentre ricominciava a camminare.
 Ah, e il fatto che non fate altro che graffiarvi dovrebbe fargli desiderare di vederti di più…
 Certo che sì, era suo padre, che diamine! Invece così quando stava con lui desiderava solo tornare con mamma e tutto di lui le dava sui nervi. Quando stava con mamma, tutto di mamma le dava sui nervi e voleva tornare da lui e rimpiangeva la sentenza del giudice che glielo impediva. Voleva spiegarlo al gatto, ma non trovò le parole.
 - E cosa dovrei fare, allora? – Era la domanda che faceva a tutti, e nessuno rispondeva mai.
 Mangiare, dormire, fare le fusa. Guardare i maschi che si azzuffano per te.
 La risposta le strappò un sorriso.
 - Non ho mai visto nessuno azzuffarsi per me.
 Non avevi neanche mai sentito un gatto parlare. 
 Non si poteva proprio discutere con un micio. Forse era per quello che Fiocco finiva sempre per averle tutte vinte. 
 La ragazzina e il gatto camminarono un poco in silenzio fianco a fianco. Intorno a loro lampeggiavano le luci mute del Natale e le case ronzavano piene di pranzi agonizzanti.
 Arrivati davanti ad una villetta dalle piante potate con cura e le lucine messe su una araucaria, il gatto si bloccò.
Annalisa guardò la pianta illuminata.
- Questi devono avere la mia stessa idea di Natale. Ci vorrebbe anche a me un albero così spinoso.
 E’ casa mia. Il commento del gatto graffiava un po’. Io mi fermo qui. I miei umani tornano tra poco. Si sentiranno in colpa per avermi lasciato fuori e mi daranno la carne macinata.
 La madre di Annalisa le aveva regalato una gonna costosa, di un porpora troppo scuro. Forse anche lei si era sentita in colpa. Annalisa rimpianse di non saper apprezzare quell’ammenda come faceva il gatto.
 - Buon Natale, allora – disse, imbarazzata - … Non so neppure come ti chiami.
 Non mi chiamo. Gli uomini perdono tempo a chiamarsi. Noi gatti siamo.
 Con un balzo, l’animale era già dentro il cortile. Con due abili falcate, andò ad acciambellarsi sullo zerbino. Se fosse stato il suo gatto, e lo avrebbe trovato così, arruffato e infreddolito, Annalisa si sarebbe sentita in colpa. Si chiese quanta cura ci fosse in quella posa pietosa. 
 Be’, non aveva senso rimanere lì a guardare un gatto acciambellato. Aveva persino socchiuso gli occhi, ignorandola. 
 Sospirando, Annalisa tornò a casa.

 Aprì con attenzione la porta di ingresso, per non farla cigolare. Scivolò dentro e fluttuò fino a camera sua. 
 Quando apparve di nuovo in salotto la situazione non era cambiata di molto. Sua madre e le zie al tavolo. Lo zio dormiva sul divano come uno gnu esausto. Le tre pesti avevano tirato fuori le macchinine. Sullo schermo lasciato acceso del computer uno scimmiotto in kimono saltellava isterico.
 - Dov’eri? – le chiese la mamma, ma senza allarme.
 - Fuori, a guardare gli alberi di Natale. – rispose Annalisa – Tre case più in là hanno addobbato una araucaria.
 Sua madre annuì, con lo sguardo di chi si stava chiedendo cosa mai fosse una araucaria. 
 - Ha chiamato tuo padre. Voleva parlarti. Gli ho detto di riprovare più tardi.
 La ragazzina annuì, prendendo atto che se mamma aveva detto “tuo padre”, voleva dire che gli aveva sbattuto il telefono in faccia, lieta che lei non fosse nella stanza. Ha lasciato lei, non te. La frase del gatto le risuonò limpida nella mente, con un sottofondo di fusa.

 Fu solo più tardi, quando ormai i gomitoli di discorsi si stavano disfacendosi nel brodo dei ravioli della cena, che Annalisa si accorse di avere un pacchetto di sigarette in tasca, ma di non averne fumata nessuno. Lo avrebbe fatto dopo, forse. 


 ANCORA TANTI CARI AUGURI DI BUON NATALE

10 commenti:

  1. Grazie per il racconto e... non riuscirò più a vedere i gatti allo stesso modo, avrò sempre l'impressione che mi stiano ascoltando e rispondendo :-D
    Buone feste a te, marito e pupattola!

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    1. I gatti ascoltano e rispondono. Sempre.

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  2. Che bel racconto natalizio intriso di saggezza felina!
    Non credevo che avrei mai apprezzato un racconto natalizio... Grazie per avermi fatta ricredere ;)
    Buon Natale!

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  3. Grazie per questo racconto natalizio così particolare, Antonella. I gatti sanno essere molto saggi ;) Un carissimo abbraccio e tanti auguri di buone feste

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  4. Sei bravissima, l'ho letto con scioltezza. Buone feste! Arrivo in ritardo.��

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