lunedì 20 febbraio 2017

Profumo di primavera

Nell'aria c'è profumo di primavera, o, meglio, è iniziata la fioritura del nocciolo e io starnutisco, segno che è iniziata, se non la primavera, almeno la stagione dell'allergia.
Un attimo fa era settembre, con le sue rivoluzioni e ora ho già dovuto firmare per la maternità facoltativa, perché quella obbligatoria è agli sgoccioli.
La pupattola è cresciuta al punto che non la reggo più. Fisicamente. Giovedì mi è ceduto un polso. Credo che il problema sia strutturale. Oggi sono andata in farmacia a cercare una fascia. Il farmacista mi ha guardato il polso, lo ha misurato ed è andato a prendermi una fascia taglia 0, che mi sta larga. Più piccola c'era solo con gli orsetti e più o meno adatta ai coetanei della pupattola. Lei, poi, non ha decisamente la mia ossatura, iniziamo a presumere che sia imparentata con gli orsi e nessuno più si preoccupa che non mangi abbastanza. Non che sia ciccia, si badi bene, è solo grossa, più lunga di quanto previsto dalle tabelle di crescita e proporzionata di consistenza. 
Quindi sali le scale con lei in braccio, scendi le scale con lei in braccio, sistema le cose con lei in braccio, sali e scendi le scale con lei all'interno dell'ovetto, alla sera scopro l'esistenza di muscoli a me ignoti e bramo il fine settimana per mollarla, fisicamente intendo, al marito. Se dovessi dare un consiglio, adesso come adesso, a una futura mamma adottiva, me ne uscirebbe uno dal cuore: fai palestra, cerca di arrivare fisicamente preparata, perché i figli sono un peso, letteralmente!
Muscoli doloranti a parte, il nuovo passeggino da sterrato ci ha cambiato la vita e ora ci sentiamo padrone delle colline, con il corso di acquaticità da poco iniziato per l'estate contiamo di diventare anche padrone dei laghi. 

È una vita strana questa, con dei ritmi a cui non ero abituata. Le pappe e i biberon scandiscono il tempo, con un ritmo quasi da monastero (fortuna che abbiamo ormai abbandonato il latte di compieta). Ascoltiamo oziose le chiacchiere al bar con un mezzo sorriso sotto i baffi a chi si lamenta delle palme in piazza Duomo a Milano che "non sono tipiche" quando qui fino a qualche decennio fa la palma era segno di ricchezza e ce n'è una praticamente in ogni giardino (a un certo punto, suppongo, devono essersi svalutate).
Questa sensazione di essere in una bolla oziosa dove le notizie sono i nomi dei nuovi vitelli del pastore o l'apertura, dopo tanto tempo, di un ristorante in paese, mi piace ma a tratti mi sta stretta. Mi manca un poco il contatto col mondo, con i ragazzi e i colleghi. A settembre mi darò della cretina per aver solo osato formulare questo pensiero, ma forse è anche questa l'essenza della primavera. Un risvegliarsi del pensiero, degli interessi, della voglia di fare. Ora, appunto, non c'è più la compieta del biberon e anche il mattutino si svolge in orari più umani, c'è la possibilità di pensare. 
La maternità impone gesti lenti ma continuativi e in mezzo si insinuano i pensieri, abbozzi di trame, desiderio di scrivere o riscrivere. Si insinua poco il tempo per farlo, ma se una cosa mi hanno insegnato le storie è che, se sono forti, trovano comunque un modo di farsi strada. Magari prenderanno la forma di filastrocche per la pupattola, magari di racconti o addirittura di romanzi. Ancora non so. Nell'aria c'è profumo di primavera, ma ancora non è sbocciata.
Per il momento faccio sollevamento bimba, ascolto le chiacchiere al bar e starnutisco.

sabato 18 febbraio 2017

Istantanee dal Leynlared by Viola

In questi giorni gira il bel meme iniziato da Silvia. L'idea è quella di mostrare delle cartoline inviateci dai nostri personaggi. Il problema è che i miei mi riempirebbero quasi di sicuro di insulti. A parte Holmes e Watson, che maltratto certo, ma solo in limiti ragionevoli e comunque permetto anche loro di fare quel che più amano, risolvere dei crimini, gli altri miei personaggi potrebbero farmi causa per quel che tiro loro addosso. Preferisco evitare che si rivolgano direttamente a me e che prendano coscienza della loro natura di personaggi (troppo Pirandello in età adolescenziale deve avermi segnato). 
In compenso la bravissima Viola è andata come reporter nel Leynlared e nelle zone limitrofe e ha scattato alcune foto da cui ha tratto delle splendide illustrazioni.

Mappa di Valeria De Caterini,
la bravissima illustratrice delle antologie RiLL
Il Leynlared e le sue vicinanze è la zona del mio mondo mentale in cui sono ambientati gran parte dei miei racconti fantasy, compresi i quattro racconti finale dell'antologia La Spada, il Cuore e lo Zaffiro.

Dapprima Viola si è recata a sud nell'Impero di Mar-Tial e si è imbattuta nel racconto Elisandre, che potete leggere qui


Tre giorni dopo, quando giunsero al monastero, la bambina aveva fatto amicizia col cavallo e sedeva in sella davanti a Morn con in mano Tippy due. Era solo un sasso ricoperto di stoffa su cui erano stati disegnati due occhi e una bocca col carbone, ma se la bambina l’aveva promossa a bambola, bambola era.

Poi Viola si è recata a Nord, nel Leynlared, da qualche parte nella Ley del centro e si è imbattuta in Quello che gli uomini sognano, un racconto che è stato per qualche tempo on-line e ora si trova nell'antologia. Il protagonista è Amrod, lo stesso giovane che la bravissima Valeria De Caterini ritrae in copertina.

“Ehi, cosa vuoi per cena?”
La voce che aveva parlato era giovane e riscosse lo straniero dal suo quasi sonno. La cameriera fu una sorpresa. Più che graziosa, quasi elegante. Poteva avere al massimo sedici anni, ma sotto gli abiti si indovinava un corpo già da donna. Aveva un viso pulito, cosa notevole considerata la locanda, illuminato dal sorriso delle labbra sottili e gli occhioni verdi. Anche i capelli erano puliti, ricci, rossi, ribelli.

A questo punto non posso che ringraziare moltissimo Viola, che ha la mia ammirazione sconfinata, e invitarvi tutti nel Leynlared attraverso la mia antologia.
L'antologia è in questi giorni disponibile anche allo stand di Rill a BUK, a Modena, stand 8

giovedì 16 febbraio 2017

Seguendo la cometa 13 – Sognando l'Africa


Il che dimostra come le adozioni internazionali a volte si complichino senza che gli enti ci mettano lo zampino. Entrambi questi eventi sono capitati prima che noi scegliessimo un ente, anzi, quello dell'Etiopia molto gentilmente al telefono mi disse che non era proprio cosa e che non avevano intenzione di spillarmi denaro per tenermi anni in stallo. Le famiglie che però avevano già depositato la documentazione hanno vissuto dei gran brutti momenti. Adesso per entrambi questi stati le cose sembra che abbiano riprese a muoversi, ma si sono persi dei mesi, in alcuni casi ad abbinamenti avvenuti. Insomma, quando ci si lancia nell'adozione internazionale si è proprio un po' in balia del caso, perché tutto può accadere.

martedì 14 febbraio 2017

Il lungo viaggio dei miti

A casa mia si legge Le Scienze. 
Prima una madre biologa e poi un marito farmacista. Le Scienze per me è parte del normale arredo di casa, una cosa che do quasi per scontata, come che ogni giorno si debba cenare. Io non leggo tutti gli articoli, ma sono affascinata dall'infinitamente piccolo, sono cresciuta con la biologia e l'etologia e sono deliziata dall'evoluzione umana e dagli articoli più attinenti con quello che fu il mio campo di studi, l'archeologia preistorica.
Questo mese, però, c'è un articolo di Julien d'Huy che ha deliziato la narratrice che è in me.
Che alcune storie mitiche si ripetessero quasi uguali in popolazioni molto diverse è un fatto noto da tempo. Jung spiegava questo fatto con "l'inconscio collettivo", un inconscio simbolico condiviso da tutti gli uomini, derivato forse da comuni antenati.
Un approccio un po' più analitico ha fatto osservare che alcuni miti, come quello della "grande caccia", in cui un cacciatore sta per uccidere un animale che scopre però essere un suo parente/una creatura sacra e viene fermato da una divinità che trasforma cacciatore e animale in costellazione è presente in Africa, in Europa, in America del Nord, in alcune regioni dell'Asia, ma non in Australia (dove non c'è alcun canguro celeste). Gli animali cambiano di poco, o sono orsi o sono cervi o simili e anche le costellazioni interessate sono sempre quelle, Orione per il cacciatore, l'Orsa Maggiore per l'animale, qualche volta si inseriscono le Pleiadi. 
Secondo gli studi paleontologici, la migrazione che ha portato l'uomo moderno in Australia è avvenuta prima di quella che ha portato l'uomo dalla Siberia al Nord America. 
L'ipotesi di lavoro è quindi che il mito della Grande Caccia si sia creato in un qualche momento tra la migrazione in Australia (indicativamente 60000 anni fa) e quella in America (indicativamente tra 28000 e 13000 anni fa in più ondate) e abbia viaggiato insieme ai migranti, trasformandosi e adattandosi all'ambiente che essi trovavano, fino ad arrivare fino a noi.
Lo studio è stato poi applicato ad altri miti che in base all'area di diffusione sono stati messi in relazione con le migrazioni umane per cercare di capirne l'età e l'origine.

La cosa che trovo estremamente affascinante è che noi continuiamo a raccontarci storie che hanno almeno 20000 anni, se non di più. Nate in un'epoca in cui ancora i mammut calpestavano la terra e i Neanderthal abitavano l'Europa e che tuttavia ancora ci parlano e ci raccontano qualcosa di noi.
Il mito della Grande Caccia ci sembra lontano, appartiene a un mondo perduto in cui la sopravvivenza derivava dalle prede catturate e sentiamo tutti i millenni che ci separano da quel tempo. Un'altro dei miti analizzati, però, si è rivelato assai antico e moderno insieme.
Diffuso anch'esso più o meno ovunque ad eccezione dell'Australia ha almeno 30000 anni e pare nato da qualche parte verso l'attuale Somalia. Parla di un uomo che, per alleviare la propria solitudine, scolpisce una statua dalle fattezze di una bellissima donna e tramite la magia/l'intervento divino la statua prende vita, con esiti a volte lievi, a volte nefasti.
Frankestein? 
O il recentissimo film Ex Machina che di fatto riprende quasi paro paro la versione primigenia del mito.
Mi ha colpito l'idea che oggi si possa andare al cinema a vedere una storia che gira da 30000 anni. 
Ho pensato a quante futili siano le divisioni che oggi ci paiono insormontabili. Se è 30000 anni che ci raccontiamo sempre le stesse storie è perché l'umanità è evidentemente sempre uguale a se stessa. All'epoca dei mammut e dei cacciatori raccoglitori sognavamo ed avevamo paura di creare un uomo artificiale, esattamente come ora. Poco importa se allora a dargli autocoscienza erano gli dei e oggi l'informatica. Se tornassimo indietro a quel tempo, quindi, tolte le barriere linguistiche non troveremmo persone tanto diverse da noi, addirittura scopriremmo di avere già una mitologia comune.
Quindi non venitemi a dire che non potremo mai capire chi ha una diversa origine, una diversa religione o una diversa cultura perché "sono diversi". Siamo sempre noi, esseri umani, che intorno al fuoco o seduti sulle comode poltrone di un cinema ci raccontiamo le stesse storie di sempre.

Tutto ciò mi ha fatto pensare anche all'intrinseca forza delle storie. Se questo studio ha ragione (è una ricerca agli inizi, di cui questo articolo è una delle prime pubblicazioni), qualcuno in Somalia, circa 30000 anni fa, forse prima, ha raccontato una storia che è piaciuta così tanto che qualcun altro, spostandosi l'ha rinarrata. Di gruppo in gruppo, di villaggio in villaggio, qualcuno ha aggiunto qualcosa o ha cambiato un nome. La donna scolpita nel tronco di un albero sacro è diventata qui una statua di pietra, là un'effige d'argilla. Da qualche parte la donna e l'artista vivevano felici, altrove hanno preferito un finale drammatico. Eppure qualcuno ha avuto l'idea, ha narrato per primo la storia che oggi ancora circola. Credo sia un pensiero che metta nella giusta prospettiva le nostre misere velleità letterarie. Noi cosa sogniamo, 100 lettori, 10000 lettori, 10000? Valer due righe su Wikipedia? Che misera forza possono avere, anche nel migliore dei casi le nostre storie rispetto a quella del cacciatore africano di 30000 anni fa!
Oppure, magari, storie simili nascono ancora. E non sono, si badi bene, grandi opere letterarie, ma nude storie, che i padri raccontano ai figli e questi ai loro figli e così via. In non so più quale film si presentava un futuro post apocalittico in cui i sopravvissuti, intorno al fuoco, si raccontavano e mettevano in scena Guerre Stellari. Ecco, se penso alle storie di oggi che possono avere la forza di sfidare la storia e essere raccontate e riraccontate, penso più al cinema popolare che alla letteratura. Penso che tra mille anni è più probabile che girino ancora delle versioni di una complicata relazione che finisce con una donna che dice "domani è un altro giorno", o di un cattivo mascherato che, sfidando il giovane eroe a duello gli riveli "io sono tuo padre", piuttosto che i così detti grandi romanzi.

Al di là delle mie divagazioni sui miti che potranno sopravvivere tra mille o diecimila anni, questo articolo mi ha profondamente affascinato e anche consolato, col pensiero che, oltre qualsiasi barriera geografica e culturale, potremo sempre riconoscerci nelle nostre storie archetipe, e volevo condividerlo con voi.

sabato 11 febbraio 2017

Due parole sulla scuola e gli universitari analfabeti


Un cucciolo d'uomo in casa impone ritmi lenti, cosicché si arriva in ritardo su tutto, anche sulle polemiche. Pochi giorni e il dibattito sugli docenti universitari che denunciano il sostanziale analfabetismo di molti studenti è già montato, si è sgonfiato ed è già sulla via del dimenticatoio. Tuttavia, essendo io, tra le altre cose, un'insegnante, ci tenevo a dire la mia.

Una percentuale non indifferente di studenti universitari fanno errori grammaticali che sarebbero gravi in terza elementare? Sì

La scuola ha delle colpe? Sì

La scuola ha delle gravissime colpe, riassumibili in due punti principali.


IL PRECARIATO

Il sistema delle graduatorie per gli aspiranti insegnanti è delirante e fino a questo momento ogni tentativo di migliorarlo lo ha di fatto peggiorato.
Ogni anno rimangono migliaia di cattedre vacanti (circa duecento in media solo nella mia provincia) i provveditorati si muovono per riempirle, attingendo ai precari sono ad anno scolastico iniziato. Se va bene convocano tutti gli aspiranti, se va male ogni scuola contatta singolarmente gli insegnanti. Questo porta a un caos generalizzato che spinge i precari ad accettare il primo posto che viene loro offerto, con buona pace della continuità didattica. Tranne pochi casi fortunati, quindi, significa per lo studente perdere i primi giorni di lezione e avere un insegnante diverso rispetto a quello dell'anno prima. Due insegnanti ugualmente validi avranno comunque metodi differenti, inoltre serve un certo periodo di assestamento per conoscere una classe. Nel migliore dei casi, quindi, si perdono 15/20 giorni aggiuntivi di lezione.
Il caos di queste nomine fa sì che nel 90% dei casi ci siano errori. Nel restante 10% dei casi le graduatorie vengono aggiornate ad anno in corso oppure il governo introduce una qualche nuova norma di cui tenere conto. In ogni caso la prima nomina non è definitiva, è su "avente diritto". Tra ottobre e gennaio vi è di solito un'altra tornata di nomine che causa inevitabilmente altri spostamenti di insegnanti. Altri 15/20 giorni di assestamento. In anni particolarmente sfortunati le tornate di nomine sono di più, regole improbabili obbligano i docenti ad accettare posti fuori regione con preavvisi minimi. Alcuni di questi docenti si trasferiscono, altri cercano ogni escamotage per evitarlo. Non è così raro vedere classi che iniziano a tutti gli effetti i programmi dopo Natale. Perdendo quasi metà anno scolastico. Come volete che apprendano i ragazzi in queste condizioni?

Un altro punto dolente è la valutazione dei docenti e dei precari in particolare, categoria a cui ho fatto parte fino a ieri e quindi lungi da me fare di tutta l'erba un fascio, ma guardiamo in faccia alla realtà.
Ammettiamo anche che gli insegnanti abilitati siano tutti molto validi, il fatto che per molti anni non ci siano stati modi per abilitarsi fa sì che le scuole attingano alla così detta "terza fascia".  Alla terza fascia si accede solo con la laurea. Di più. Con l'autocertificazione della laurea. Io sono uno delle poche ad aver avuto il controllo a campione dei titoli, ma c'è gente che insegna da anni con come unico titolo la propria dichiarazione di essere laureato e di aver dato gli esami richiesti. So per certo di insegnanti che non sono in regola con gli esami (anche perché le regole sono cambiate in corsa). Ora, alcuni degli insegnanti migliori che io conosca sono tutt'ora in terza fascia e tutti siamo partiti da lì, ma la terza fascia è un marasma senza controllo dove girano dei totali incompetenti come mine vaganti. 
Chi vi è inserito da poco finisce sbattuto in classe ad anno iniziato, spesso senza una parola sulla situazione dei ragazzi, senza la minima preparazione in pedagogia o psicologia. Io mi sono comportata in modo terribile, nei miei primi anni, per pura inesperienza nel trattare con dei ragazzini. 

Ora, in queste condizioni, come può esserci un insegnamento di qualità?


LA SVALUTAZIONE DELLA SCUOLA

In una delle mie prime esperienze scolastiche ho avuto una preside che era un'istituzione. Chiunque bazzicasse il mondo della scuola in provincia la conosceva per nome. 
Come spesso capita nella scuola italiana, in una delle classi in cui insegnavo eravamo quasi tutti precari e lei al primo consiglio di classe ci disse:
"Se pensate di dover bocciare un ragazzo dovete iniziare a muovervi a novembre".
Qualcuno obbiettò che non si poteva certo decidere a novembre il destino di un ragazzo conosciuto a settembre. Lei rispose che non si trattava di prendere una decisione, ma di pararsi le spalle. Eravamo giovani, precari e quindi più attaccabili. Se non si voleva incappare in un ricorso o in una denuncia da parte della famiglia bisognava avere prove documentate di aver fatto tutto il possibile per salvare il ragazzo e avvisare la famiglia. Bisognava aver mandato tot lettere a casa, averlo inserito nei corsi di recupero, avergli offerto tot possibilità di rimediare, recuperare, riprendersi. Insomma, per essere tranquilli bisognava muoversi a novembre. In caso contrario, se poi a giugno ci fosse stata una bocciatura e la famiglia avesse avuto da ridire, saremmo stati noi dalla parte del torto.
Non è questa la sede per discutere se la bocciatura alle medie possa servire oppure no, ma sono abbastanza sicura che la promozione non possa essere un atto dovuto. Né che le famiglie possano imporre la promozione attaccandosi a una lettera non ricevuta, a prescindere dal rendimento del ragazzo.
Oltre tutto stiamo parlando di dieci anni fa. Ora ci sono genitori che muovono guerra non per un rischio bocciatura, ma per un'insufficienza. Una singola insufficienza e te li trovi a minacciare. Ora, io sono dislessica, nessuno più di me sa che è necessario diversificare la didattica, offrire una valutazione formativa e delle prove che possano essere svolte. Tuttavia è ora di far capire anche che un 4 significa "così non va", ma non è la fine del mondo.
Sempre che la lamentela sia per un insufficienza.
Il momento più critico della mia carriera di insegnante, anni fa, ben prima della scuola col pontile, l'ho avuto per un sei. Una sufficienza. Ma il ragazzo, secondo la famiglia, si meritava di più. Il voto lo aveva depresso e scoraggiato. Famiglia influente, minacciate le vie legali. Che si fa in questi casi? Sei giovane, sei precaria, che potere hai? Inizi una guerra impari o regali il 7 e non ci pensi più? 
Molti genitori pensano che il loro dovere sia salvare i figli da ogni dolore e ogni frustrazione, spianando loro la strada e pretendendo traguardi che dovrebbero essere conquistati con l'impegno come atti dovuti. 
Si può e si deve rendere l'insegnamento più interessante, anche divertente, ma c'è una parte di impegno e di fatica che non si può togliere. E certi traguardi non possono essere regalati.
Se alle elementari e alle medie è necessario tener conto di tutti gli effetti psicologici che una valutazione negativa può dare, questo non può continuare in eterno. 
Non so voi, ma io non voglio attraversare un ponte progettato da un ingegnere divenuto tale "perché  se no ci rimaneva male", né essere operata da un chirurgo laureatosi "perché se no ne avrebbe avuto un danno psicologico". Ci dev'essere un momento, possibilmente prima della laurea, in cui si accetta il fatto che alcuni traguardi vanno conquistati, oppure non si otterrà mai quel dato titolo.
Dobbiamo però cambiare la percezione che abbiamo della scuola. Dobbiamo iniziare a dire ai ragazzi anche che la fatica è inevitabile e che l'impegno è un valore.

Quindi sì, molti studenti universitari sono di fatto analfabeti.
La cosa non mi stupisce per nulla.
La scuola ha enormi responsabilità in questo.
Tuttavia la questione non è semplice né risolvibile con un manicheismo alla buona (tutti gli insegnanti sono incapaci oppure tutti i ragazzi sono sfaticati).
Sia le istituzioni che la società civile dovrebbero avere il coraggio di guardarsi negli occhi e decidere una buona volta che futuro vogliono per le nuove generazioni e agire di conseguenza.
Considerare la scuola come una mera fonte di spesa, gli insegnanti in toto dei fannulloni (senza un valido sistema di controllo), non preoccuparsi dei problemi strutturali, svalutare in generale la cultura e il tempo necessario per padroneggiarla, pensare che sia più importante salvare i ragazzi dalla frustrazione che non dall'ignoranza ha portato a questa situazione.
La lettera dei docenti universitari, purtroppo, influirà ben poco su questo stato di cose.
È già polemica di ieri, quasi dimenticata.

mercoledì 8 febbraio 2017

Seguendo la cometa 12 – Misteriosi Enti

... Ed è il motivo per cui neppure io chiamerò gli Enti Abilitati con cui sono venuta in contatto per nome, per quanto assurda mi sembri la cosa...

lunedì 6 febbraio 2017

SRDN, dal bronzo e dalla tenebra – Il fantasy italiano che aspettavo

Eccolo, finalmente, il fantasy italiano che aspettavo di leggere da decenni.
Intendiamoci, negli anni ho letto delle belle cose scritte da italiani anche in ambito fantastico. Aislinn e Tarenzi hanno sdoganato un urban fantasy italiano e maturo, che leggo con piacere. Io, però, ho sempre preferito un fantasy in grado di portarmi totalmente in un mondo altro, senza relazioni immediate col presente. Per quanto mi piacciano i treni che partono dai binari 9 e 3/4 o l'idea che girando per Milano ci possa imbattere in dei o angeli caduti, il mio animo sogna da sempre territori in cui la natura la faccia ancora da padrona e il meraviglioso o il tenebroso abitino il cuore oscuro delle foreste millenarie. Bonus aggiuntivo è, per me, quando questo mondo altro prenda spunto da leggende o tradizioni esistenti, giochi con queste tradizioni e il loro contesto storico. Tra i libri che hanno segnato la mia adolescenza ci sono, ad esempio, due rivisitazioni, molto diverse tra loro, ma ugualmente affascinanti, dei miti arturiani, La grotta di cristallo di M. Stewart e Le nebbia di Avalon di M. Zimmer Bradley. 
Possibile, mi chiedevo, che nessuno o quasi in Italia facesse un'operazione simile, attingere al nostro ricco patrimonio di leggende per intessere una storia sospesa tra passato mitico e totale fantasia e che questa fosse oscura e adulta come molte delle nostre leggende sono. Perché, oltre tutto, una cosa che detesto è il ridurre il fantastico a mera favola per bambini, frullando una mitologia che spesso e volentieri gronda sangue per adattarla al palato di quelli che vengono considerati i fruitori naturali di fantastico
Andra Atzori fa esattamente quello che ho sempre sognato un autore italiano facesse, dimostrando che la Sardegna è la nostra Terra di Mezzo. Del resto, ho pensato prendendo in mano questo romanzo, da tempo già sappiamo che la Sardegna è la nostra terra di frontiera, perfetta per reinventare il western. Perché quindi non il fantasy?

Si parte da un evento che quasi solo noi archeologi ricordiamo. L'Egitto, sotto i regni di Ramesse II,   Mermptah e soprattutto Ramesse III, sconfisse (secondo gli egizi) o più probabilmente evitò con un po' di fortuna l'invasione da parte dei misteriosi Popoli del Mare. Le cronache egizie riportano i nomi di tali popolazioni, tra cui gli Shardana, che si presume fossero i sardi. Cosa accadde poi a questa armata di invasione, che gli archeologi mette in relazione con una serie di migrazioni e guerre e segnarono la fine di molte grandi civiltà dell'età del bronzo, non è dato sapere.
Atzori riempie il vuoto. All'alba dell'attacco decisivo all'Egitto un oscuro presagio richiama in Sardegna il capo della flotta, Karnak. Qui finisce la storia e inizia la fantasia. 
Il lettore scopre così che i nuraghi, o almeno alcuni di essi, sono dei sigilli posti su una frattura del mondo che da verso il "regno dell'Oltre" da cui demoni/giganti fuoriescono e solo un pastore folle, condizionato da un rito crudele ma indispensabile può renderli inoffensivi. Uno dei sigilli, però, è crollato, il pastore si è perduto e gli Incubi dell'Oltre stanno falcidiando i villaggi. La grandezza dei Shardan è finita, ma Karnak e i suoi compagni forse possono ritrovare il pastore e sigillare nuovamente la frattura.
Inizia quindi una cerca in una Sardegna oscura, segnata da una ritualità crudele, ma che ben si adatta alle logiche brutali della tarda età del bronzo.
Un mondo, quello tratteggiato da Atzori, che mi ha profondamente affascinato. Difficile, del resto, non subire il fascino del Meredeùle, il pastore folle che percorre la Via seguito dal suo gregge di Incubi.
Se ho un rammarico è che un tale mondo venga utilizzato per una vicenda che si dipana troppo veloce per permettere un pieno approfondimento dei personaggi coinvolti, tanto che i compagni di Karnak, con l'eccezione della sacerdotessa Saurra, rimangono solo abbozzati. C'è anche da dire che alle mie antenne di paletnologa è stato subito chiaro quale fosse l'unico modo per chiudere il sigillo, togliendomi un po' di  sorpresa (ma non di impatto emotivo), ma questo non è un difetto.

Essendo io, appunto, una paletnologa, sia pure in disarmo, un discorso a parte merita l'ambientazione, così insolita. Sul suo blog, presentando il romanzo, l'autore mette le mani avanti dicendo di aver voluto scrivere un romanzo fantastico e non una storia "archeologicamente corretta". Ebbene, partendo dall'assunto che si tratta di fantasy che affonda nella storia e non un romanzo storico, l'archeologa, qui, ha ben pochi appunti da fare, giusto due quisquiglie. Avrei evitato il termine "fenicio", prematuro nel XIII sec a.C. e mi ha lasciato un po' perplessa la scelta di mettere in bocca i protagonisti un sardo riconoscibile, davvero troppo moderno alle mie orecchie. L'autore però ben giustifica la sua scelta nella nota finale, dopo tutto è bene sottolineare che ci sono fior fior di romanzi con pretesa di storicità, con ambientazioni molto più facili e ben documentate che mi hanno fatto rizzare assai di più i capelli.

Da leggere, quindi, e da sbattere in faccia a chi dice che l'Italia non ha una tradizione fantastica.