martedì 6 dicembre 2016

Il fascino discreto della forma passiva

Dopo la mia accorata difesa degli avverbi in -mente mi sento di scagliare una lancia anche in favore di un'altra specie grammaticale minacciata, la frase passiva.

Basta ascoltare come parlano i ragazzi per rendersi conto che l'uso del passivo nel linguaggio delle nuove generazioni è quasi scomparso. Quando proprio un esercizio li obbliga a scrivere una frase passiva escono esperimenti molto creativi, ma che poco hanno a che fare con la grammatica italiana.
Poi ci si mettono anche i guru della scrittura, sopratutto americani a sconsigliarne l'uso nelle narrazioni. È involuto e appesantisce inutilmente la prosa. Il capofila, in questo, è il buon King, che io assai stimo, ma con cui a volte dissento. Oltre tutto non sono così sicura che questi diktat pensati in una lingua si possano applicare fatti e finiti in un'altra.
La frase passiva è, inutile negarlo, più involuta e pesate di quella attiva. Per dire lo stesso concetto usa più parole, cosa che è considerata ormai quasi da tutti un male assoluto in narrativa.
Il suo scopo, però, è focalizzare l'attenzione del lettore sulla persona, l'animale o la cosa che subisce l'azione.
Qualcuno aveva lasciato una rosa rossa sul comodino a fianco del letto
Concentra subito l'attenzione su "qualcuno" e il mistero che rappresenta.
Una rosa rossa era stata lasciata sul comodino a fianco del letto
Porta la nostra attenzione sulla rosa rossa, che come tale avrà un significato. Il mistero su chi l'abbia lasciata permane, ma siamo più consapevoli dell'importanza della rosa. Abbiamo ben chiaro che è rossa e già la nostra mente ha escuso la nonna come autrice del gesto.

Gli assassini avevano accoltellato l'uomo al cuore
Lo trovo quasi una mancanza di rispetto nei confronti della vittima. Perché concentra tutta l'attenzione sugli assassini, che visualizziamo nell'atto di accoltellare l'uomo, anche se di fatto l'azione è già avvenuta. È come se si parassero tra noi e la vittima, occupando tutto il nostro campo visivo.
L'uomo era stato accoltellato al cuore dagli assassini
Ha un effetto diverso. In questo caso non visualizziamo l'azione, ma il suo effetto. La vittima a terra (presumibilmente), con la lama del coltello che spunta dal petto. Nella nostra immagine mentale gli assassini possono anche non esserci. Tutta l'attenzione è sulla vittima.
A ben vedere si tratta di uno slittamento dell'attenzione non da poco, tanto che io utilizzerei le due frasi in contesti diversi, a seconda se voglia dare più attenzione a chi agisce o a chi subisce l'azione.
La prima frase quando siamo concentrati sugli esecutori:
Gli assassini hanno accoltellato l'uomo al cuore. Solo a un primo sguardo sembra opera di un solo uomo. I lividi al collo e ai polsi della vittima dimostrano chiaramente, mio caro Watson, che erano almeno in due. Uno lo teneva fermo mentre l'altro colpiva.
A Holmes della vittima importa poco o nulla, a lui importa capire l'enigma che l'omicidio comporta e trovare gli assassini. La frase in forma attiva gli viene naturale alle labbra, perché la sua attenzione è concentrata sugli esecutori.
L'uomo era stato accoltellato al cuore, su questo pochi dubbi, considerata la lama che ancora sporgeva dal torace. Notai subito che si trattava un professionista benestante, un avvocato, forse un medico, a giudicare dagli abiti...

La frase passiva, almeno nella lingua italiana, l'unica che conosca abbastanza da pronunciarmi, crea sfumature di significato differenti, focalizzato l'attenzione in modo diverso da quanto fa quella attiva. È di certo più pesante, ma ha uno scopo preciso. Come tutti gli strumenti specializzati va usata a proposito, solo quando serve, proprio come non si usa un cannone per colpire un fringuello.
Però difendiamola (insieme ai poveri avverbi in -mente). A forza di semplificare la prosa a volte penso che ci verrà proposto di scrivere romanzi solo con gli emoticon. 
Voi cosa ne pensate?

domenica 4 dicembre 2016

Mio caro focoso amante

Mio caro focoso amante,
tu che segue il tuo istinto e che nulla ti può fermare, tu che sei giovane dentro e che conosci il potere della nostalgia.
Io capisco tutto questo, davvero. La difficoltà di ritagliare nelle vostre vite un istante di passione, riassaporare quelle emozioni che solo gli adolescenti gustano piene, quando non hanno l'età per apprezzarle davvero. 
Ti immagino nel prepararti, la mente già al dopo, l'auto lustra con tutta la sua cilindrata e le decine di migliaia di euro che ci hai investito ben in evidenza. Lei che sale al tuo fianco nel luogo convenuto. Ormai ha un'età per cui non deve fingere imbarazzo o timidezza, siete pronti entrambi ad assaporare il gusto della trasgressione. Il piacere di fare tutto come se aveste diciotto anni ancora.
Però, io mi chiedo...
Mio caro focoso amante, lo so che che hai una vita piena e l'occasione va presa quando arriva, tempus fugit e compagnia bella, ma alle 15,30 di una domenica pomeriggio ti apparti con la tua bella, in auto, come quando avevate diciott'anni?
Mio caro focoso amante, io lo capisco che il macchinone a imboscarsi rischia di rovinarsi e tu l'avevi lavato per l'occasione e poi se ti ripresenti nella tua vita con il fango su tutta la fiancata qualche domanda la gente finisce per farsela, ma, e non dirmi che non avevi progettato tutto, non era il caso di fare prima un sopralluogo? Giusto per trovare un posto che appartato lo fosse davvero? Giusto una curva dopo la strada asfaltata?
Mio caro focoso amante, se proprio lì dovevi andare, io capisco che la natura chiama e al cuor non si comanda, ma magari parcheggiare un poco al lato strada? Solo un poco?
Perché, mio caro focoso amante, se alle 15,30 del pomeriggio tu ti imboschi sulla sterrata principale, occupandola tutta, non puoi poi guardare male il podista che per passare ti si arrampica sul parabrezza, vedendo inevitabilmente assai più di quando avrebbe voluto.

Con la speranza che le nostre strade non si incrocino, letteralmente, più.
Mamma podista. 

P.S: e poi, suvvia, lo capisco l'effetto nostalgia, ma siamo a dicembre. Lei mi sembrava piuttosto infreddolita, non era meglio una cara vecchia stanza in un motel? Così finisce anche che lei, più che innamorato, ti ritenga spilorcio.

(Questo non è un racconto, ma uno spaccato del mio pomeriggio)

mercoledì 30 novembre 2016

Intervista a Brandon Sanderson


È finalmente on-line l'intervista allo scrittore Brandon Sanderson, che ho incontrato a Lucca Comics, corredata dalle belle foto esclusive di Massimiliano Malerba (autore di quella qui sopra).
Dell'aspetto emotivo dell'incontro ho già parlato qui.
Ora è tempo di entrare nel cuore delle storie e dei mondi di questo autore. Penso che Brandon Sanderson sia uno di quegli scrittori che ha tanto da insegnare a chiunque ami scrivere, a prescindere dal genere che predilige. Questo per vari motivi. È abbastanza giovane da ricordarsi quando era lui stesso un aspirante scrittore (non c'è libri in cui non ringrazi il docente di uno dei corsi che ha seguito) e sa cosa significa cercare di districarsi tra le mille indicazioni contrastanti. È un gran lavoratore, con idee ben chiare in testa, sa cosa vuole fare, come lo vuole fare e non ha problemi a raccontarlo. Ha il dono della divulgazione. Non tutti sanno trasmettere i propri segreti del mestiere, a prescindere dalla propria bravura. Avete in mente Michelangelo? "Come si scolpisce maestro?" "Guardi il blocco di marmo e tiri fuori la statua che c'è già dentro, figliolo" (e grazie tante, maestro, immagino rispondesse tra sé l'aspirante scultore). Brandon Sanderson, invece, sa scrivere, ma anche insegnare a scrivere.
A questo proposito vi segnalo questo bel post dell'amico Andrea Atzori che racconta la lezione di scrittura tenuta da Sanderson sempre a Lucca.
Pronti e preparati?

Per me questi sono giorni particolarmente strani. Con l'adozione nessuno ha certezze sui tempi. Così cerchi di farti un'idea della tempistica pensando di andare all'estero e ti trovi invece con una splendida pupattola da nazionale prima, però, che la sua cameretta non solo sia pronta, ma costruita. Così i lavori per l'ampliamento che pensavamo di avere tutto il tutto il tempo per fare sono partiti da quattro giorni, da cui i miei commenti sui martelli pneumatici come ninna nanna. Quindi ho internet a singhiozzo, perché ogni due per tre qualcuno si attacca all'impianto sbagliato e fa saltare la corrente, inoltre ci sono momenti in cui casa viene invasa dalla polvere e io e pupattola dobbiamo fuggire (per fortuna oggi la giornata è splendida e siamo fuggite al lago). Quindi mi scuso con Viola, Michele, Marina e Helgado per le risposte tardive (o il non essermi accorta proprio di cose inviatemi), purtroppo da cellulare non mi trovo molto bene a lavorare.

Se internet mi assiste, però, questa sera sarò in radio insieme agli altri amici di Rill:
Oggi, mercoledì 30 novembre, dalle 21 alle 21.30, RiLL sarà ospite della trasmissione Cosplay on Air, sull'emittente Radio Dimensione Musica. Parleremo del Trofeo RiLL, di SFIDA e delle antologie di racconti, insieme ad alcuni "nostri" autori: Antonella MeceneroMaurizio Ferrero e Alain Voudì.
Potete ascoltarci in FM sulle frequenze 103.1 – 88.5 – 100.8 MHz (se vivete a Bologna, Modena, Pistoia e provincia) o in streaming: qui

lunedì 28 novembre 2016

Seguendo la Cometa illustrato da Viola!


Quando ho iniziato a postare "Seguendo la Cometa" tante persone si sono proposte di illustrare le mie bozze o di mettermi in contatto con dei disegnatori. Grazie davvero a tutti quanti. Il blog è, me ne rendo conto sempre più, una cosa meravigliosa che permette di far circolare le idee, mettere in contatto le persone, dare spunti e creare sinergie.
Viola non si è fatto scoraggiare da nulla, neppure dal fatto che io, persa dietro alla pupattola e ai lavori di ampliamento della casa (e, sì, pensavamo proprio di partire per il paese in cui devi stare almeno tre mesi e quindi di avere un sacco di tempo per allestire casa a misura di bambino, indovinate qual è il paese) ci abbia messo un sacco a vedere i suoi disegni, rispondendole per altro all'inizio a monosillabi.
I suoi disegni sono splendidi. Non solo io mi rispecchio perfettamente nella Tenar/fumetto, ma anche lo stile è esattamente quello che avevo in mente.
Non ho davvero parole per ringraziare Viola, spero che siate voi a farle i complimenti che merita qui o sulla sua pagina fb.
Spero davvero che questa collaborazione possa continuare perché penso che per me sia un onore poter lavorare con lei.
Intanto vi ripropongo le puntate precedenti illustrati (a iniziare da queste tavole, perché sono belle e già ottimizzate per il blog, che qui la corrente va e viene e la connessione ora c'è e poi chissà).

Vi segnalo anche una bella intervista in cui parlo de La spada, il cuore e lo zaffiro. La trovate qui

venerdì 25 novembre 2016

I demoni di zia Matilda – Racconto inedito completo

Racconto che frullava in testa da un po', scritto durante una nanna insolitamente lunga della pupattola (favorita, parrebbe, dai martelli pneumatici dei muratori che lavorano dall'altra parte del muro...).

I DEMONI DI ZIA MATILDA

Ci sono parenti che non ti ricordi neppure di avere, fino a che un giorno qualcuno ti telefona per dirti che sono morti.
Sinceramente, ero convinto che zia Matilda fosse trapassata già da un pezzo. Nei miei ricordi zia Matilda non solo è sempre stata vecchia, ma decrepita. E non è una questione di memoria che distorce. A quanto mi ha detto l’avvocato, se ne è andata serenamente all’età di 110 anni e considerando che non ho ricordi di lei precedenti ai quattro o cinque anni, non l’ho mai vista sotto gli ottanta. A gli occhi di un bambino di cinque anni una vecchia di ottanta ha già un piede e mezzo nella fossa. Forse non solo agli occhi di un bambino. Ho il sospetto che parecchi parenti in attesa di eredità l’abbiano preceduta dall’altra parte…
Io non la vedevo almeno da dieci anni, ma c’è stato un periodo, quand’ero bambino, in cui la frequentavamo spesso.

Unica sopravvissuta della generazione di mio nonno, ci teneva a tenere i rapporti con nipoti e pronipoti. Era il tipo di prozia dalle guance piene che faceva le torte di mele e lo zabaione col marsala, che a Natale rinunciava alla pensione per mettere cinquantamila lire nella busta di ciascun pronipote. 
Abitava in una vecchia cascina, in paese, con il giardino, l’orto e il pollaio e per noi bambini di città andarla a trovare voleva dire cercare i lombrichi sotto le pietre da dare alle galline, impastare torte di fango e far diventare i pantaloni verdi d’erba sulle ginocchia. Ci fu un momento nella mia infanzia in cui zia Matilda fu davvero molto amata, per la disperazione di mia madre che non capiva come solo in un’ora nel cortile della zia riuscissi a distruggere tutto ciò che avevo indosso. 

Nel fondo del giardino di zia Matilda c’era il capanno degli attrezzi. Nessuno di noi bambini c’era mai stato e di solito era chiuso con una catena e un lucchetto. Dentro c’era conservato il becchime per le galline e, dato che uno dei nostri divertimenti preferiti era nutrire il pollame, quando era il momento aspettavamo religiosamente fuori mentre la zia entrava, si chiudeva la porta alle spalle, prendeva la giusta quantità di mais e grana verde e tornava fuori. Avremmo giurato, però, che, dentro il capanno, la zia parlava con qualcuno. Persino noi bambini, però, sapevamo, che dopo una certa età si diventa tutti un po’ strani…

Una volta mi capitò di sentire i miei che parlavano di lei.
– Com’è che non si è mai sposata? – stava chiedendo mia madre.
– Be’, sai, ha i suoi demoni…
Poi la conversazione proseguì a voce così bassa che non riuscii a seguirla.
Da quella volta mia madre insistette perché io non mi trovassi mai da solo con la zia. Chiesi spiegazioni, perché non era facile. Se ad esempio ero fuori a giocare con i cugini e mi scappava, entravo in casa e zia Matilda mi accompagnava in bagno. Mia madre non addusse spiegazioni particolari, ma ribadì che non dovevo farlo e basta. Piuttosto la tenevo fino a che non scappava anche alla cugina Caterina, allora potevamo entrare tutte e due in casa e andare in bagno a turno. Quindi capii che non potevo stare da solo con la zia perché “aveva i suoi demoni”…

Arrivò il giorno in cui, fatalmente, mi trovai da solo a casa della zia. Mia madre aveva non so che impegno e mio padre, non sapendo dove piazzarmi, aveva optato per la vecchia parente. Conoscendo le fisime di mamma, però, si era assicurato che ci fosse anche Caterina, ma arrivati là scoprimmo che la cugina era stata trattenuta a casa da un malanno improvviso. Mio padre, preso alla sprovvista, adottò una soluzione tipica.
— Ricordati di dire a mamma che Caterina c’era – mi sussurrò prima di andare.
Io per un po’ rimasi in ansia, temendo che la zia mi spingesse in un forno dopo essersi assicurata che ero abbastanza cicciottello o facesse una qualsiasi delle altre cose che potevo attribuire a una signora “che aveva i suoi demoni” e fui un poco deluso quando invece zia Matilda mi propose di andare a giocare fuori mentre lei preparava una variante di zabaione al cacao. Forse ero ancora troppo magro per essere cucinato.
Da solo, però, era tutto meno divertente e finii per bighellonare in cortile senza neppure troppa voglia di sporcarmi. Come accade nelle fiabe a questo punto, scoprii che il lucchetto del capanno era stato dimenticato aperto.
Da dentro provenivano dei rumori. Una sorta di frinire e fruscii di qualcosa che si muoveva. Ne usciva un’odore strano, che riconobbi come alcolico. 
Inutile dire che misi dentro la tesa. 
Quello che vidi fu un animaletto dall’aspetto simile a quello di una scimmia, ma ricoperto da penne rade, come la gallina che tutte le altre beccavano, intento a succhiare del liquido trasparente da una bottiglia. Con le zampe posteriori prensili teneva già pronta una ciotola che sembrava contenere del vino rosso.
Un altro animaletto simile, ma dal pelo fulvo e con due cornini ritorti da ariete che spuntavano dalla fronte stava invece fumando tre sigarette. Lì vicino un altro dall’aspetto vetusto, con la pelle cascante, stava impilando delle vecchie monete in torri ordinate. Fu il primo a vedermi e si girò digrignando i denti gialli, ma ancora affilati.
Feci un passo indietro, urtando, credo, un rastrello, che cadde percuotendo un secchio di latta. Mi girai di soprassalto.
Dietro il secchio caduto stava una quarta creatura. Questa aveva seni prosperosi, ma attributi decisamente maschili, anche se forse vi era anche una piccola vulva, cosa che all’epoca non ero in grado di appurare. Si toccava con le mani sia i seni che il pisello in un modo che non avevo mai visto fare e che pure mi affascinava. Il volto scimmiesco, ma a suo modo affascinante, aveva un’espressione di piacere che io di certo non avevo mai avuto, neppure con lo zabaione.
– Vieni via, sei un po’ piccolo per farci amicizia.
La voce di zia Matilda ruppe l’ipnosi in cui ero caduto e con vergogna mi resi conto che stavo infilando le mani nei pantaloni.
– Vieni, è ora di merenda – continuò la zia, con dolcezza.
– Chi sono? – chiesi.
Ne avevo visto un altro. Aveva messo un piccolo cappio attaccato a una trave nel soffitto e sembrava intenzionato ad impiccarcisi, zia Matilda, però, non sembrava preoccupata. Aveva in mano una bottiglia di grappa che con naturalezza mise in mano alla creatura spennacchiata, in sostituzione a quella già svuotata.
– I miei demoni – rispose, tranquilla. – Un sacco di gente ne ha uno addosso, ma non lo sa trattare a dovere. Io li tengo bene e non permetto che vadano in giro a saltare su chicchessia.
Di colpo non mi interessava più.
– Andiamo a giocare a rubamazzo, zia? – proposi. – Però ci puntiamo dei soldi. La busta di Natale. Se vinco io mi ci metti due cinquantamila dentro, se perdo ti do la mia collezione di figurine dei calciatori. Potremmo anche giocare a tris, io punto la mia macchinina nuova, quella che cambia colore se la metti nell’acqua calda, tu cosa ti giochi?
La zia mi fissò con attenzione, senza tuttavia riuscire a farmi smettere di parlare. Avevo una voglia matta di tornare a casa a giocare. A dire in vero non avevo voglia di giocare. Avevo voglia di vincere. Vincere cose.
– Ecco, immaginavo. Sciò! Via! Torna a cuccia – gridò, con lo stesso tono con cui scacciava le galline.
Dalla mia spalla scese un’altra di quelle creature, magra e con gli occhi furbi. Aveva in mano delle carte e mi accorsi che ne era rimasta una sulla mia spalla. Un due di picche.
– Andiamo a far merenda – disse la zia.
Io annuii. Non avevo più voglia di giocare.
– Dove si trovano i demoni? – chiesi.
– Un po’ ovunque, sulle spalle delle persone più impensabili – rispose la zia. 
Sospirò e parve soppesarmi.
– Più avanti, magari, ti spiegherò come prenderli senza farti male. Per ora, però, sarà il nostro segreto.
Io annuii. Adesso che il Demone del Gioco era sceso dalla spalla tutta la mia attenzione era rivolta all’imminente zabaione.

Come pattuito, raccontai che Caterina era stata con me tutto il pomeriggio. Tornai ancora da zia Matilda, ma trovai sempre il capanno chiuso. Qualche volta, furtivo, mi ci avvicinai. Sentii ancora l’odore della grappa del Demone dell’Alcool e persino i versi osceni e affascinanti di quello della Lussuria, ma non ci entrai più.
La primavera seguente a papà fu offerto un lavoro lontano e ci trasferimmo. Nonostante i buoni propositi, finimmo per andare a trovare sempre meno zia Matilda.
Una volta, un paio di anni dopo, sentendo parlare di un uomo vittima del demone dell’alcool chiesi se il demone avesse le piume. Tutti mi guardarono in un modo così strano che ritenni in caso di non parlarne più.
In effetti ho raccontato questa storia a una sola persona. 
Anche se con il passare degli anni ci ho pensato sempre meno non l’ho mai dimenticata del tutto e ogni tanto, crescendo, ho finito per chiedermi cosa fosse successo davvero in quel capanno. La mia ragazza, ai tempi dell’università, studiava psicologia. Quando le raccontai dei demoni di zia Matilde mi disse con dolcezza, ma senza troppi giri di parole, che ero stato abusato e la mia mente aveva creato la storia degli animaletti a forma di scimmia per proteggersi. Che ora i ricordi stavano emergendo e avrei dovuto farmi aiutare, se volevo diventare un adulto sereno. In caso contrario la cosa mi avrebbe rovinato la vita. 
In effetti rovinò quella relazione. Io non avevo nessuna voglia di farmi psicanalizzare e non mi sentivo addosso alcun trauma e la mia ragazza continuava a insistere che invece dovevo parlarne, farmi ipnotizzare, che lei voleva aiutarmi ma non sapeva come fare. Ogni volta che ci vedevamo finiva col piangere per il mio supposto trauma e alla fine la mollai. Decisi che probabilmente mi ero immaginato tutto e non volli più né pensarci né parlarne. Da allora, probabilmente, non parlai più di zia Matilda.
Fino a questa mattina.

Mi ha telefonato un avvocato di Milano, un tizio piuttosto importante, non il genere di frequentazione che avrei attribuito a zia Matilda. Mi ha informato del decesso e ha spiegato che nel testamento la zia aveva specificato che gli immobili sarebbero andati a me, mentre i risparmi e i, suppongo pochi, gioielli, agli altri pronipoti. La casa, il terreno e il capanno, quindi, sono miei.
– È successa una cosa strana, però, che forse è bene che sappia – mi ha raccontato l’avvocato, prima di passare alle istruzioni legali. – Sua zia, nonostante l’età, era ancora autonoma. I vicini, non vedendola da due giorni, hanno chiamato i carabinieri, che l’hanno trovata morta nel capanno. Infarto, nulla di sorprendente, considerato tutto. La cosa strana è che i due carabinieri hanno portato fuori il corpo, chiamato chi di dovere, ma non sono rientrati in caserma. Uno si è suicidato quella sera stessa, dopo aver perso al casinò di Lugano tutti i suoi averi e l’altro ha accoltellato un vecchio amico di sua moglie, convinto che ne fosse l’amante.
– Appena usciti da capanno di mia zia, eh? – ho mormorato.
– Già…

mercoledì 23 novembre 2016

Seguendo la cometa 5 – Paese che vai...

In un mondo in cui non riusciamo a metterci d'accordo sull'utilizzo di una presa elettrica universale, vi lascio immaginare cosa sia districarsi tra le regole riguardanti l'adozione internazionale... 
Tutte le informazioni sono reali, almeno lo erano due anni fa, e riguardano i paesi dell'elenco, quindi potete divertirvi ad associare il giusto paese con la sua regola, più o meno formalizzata. Sul "simpatico", poi abbiamo un po' il dente avvelenato, perché è un paese che abbiamo preso in considerazione, sulla carta i requisiti c'erano, ma no, non eravamo "abbastanza".

PARLANDO DI TUTT'ALTRO
Oggi mi è arrivato un rendiconto su cui non speravo più. Nel 2016 i miei guadagni relativi al diritto d'autore dovrebbero aggirarsi intorno agli 800 euro, 1000 se le ultime cose che devono arrivare hanno venduto molto più del previsto. Quest'anno non ho partecipato a concorsi e considerando che l'antologia è appena uscita, si tratta di romanzi già fuori da almeno un anno o racconti in digitale. Che sia poco o tanto dipende da come lo guardi, suppongo. Pochissimo se uno ci deve vivere. Considerando che si tratta di romanzi editi da più di un anno o di racconti pubblicati in digitale al (giusto) prezzo di un cappuccino io ritengo comunque di portarmi a casa, oltre a dei bonifici che schifo non mi fanno, la consapevolezza che non tutti gli editori spariscono con la cassa dopo la pubblicazione e il fatto che tutte le spese (editing, impaginazione, distribuzione...) le hanno sostenute gli editori.
Quindi grazie a INTERLINEA, DELOS BOOKS e DELOS DIGITAL.  
(Mondadori ha pubblicato quest'anno un mio racconto che però era stato contrattualizzato prima e Wild Board è, giustamente, all'inizio del suo cammino con me come autrice.)
Lo so che "hanno fatto solo il loro dovere", ma di questi tempi, in questo mondo, la correttezza non è, purtroppo, scontata.

Per quanto riguarda invece LA SPADA, IL CUORE E LO ZAFFIRO, vi segnalo una recensione che però è MOOOLTO spoilerosa (dice cose che mi hanno fatto molto piacere, ma leggete a vostro rischio e pericolo) su IntercoM Scienze Fiction Station