lunedì 29 agosto 2016

L'Italia non è un paese per fantasy? – Scrittevolezze


Me lo ripetono ciclicamente.
L'Italia non è un paese per fantasy.
Non abbiamo una tradizione.
Non li sappiamo scrivere.
E poi comunque in fantasy non ha niente da dirci.

Io sono, evidentemente, lenta di comprendogno. Sarà che vivo sulle rive di un lago che si dice sia popolato da un drago. Drago sfrattato, ma non ucciso, dal santo e pertanto emigrato dall'isola a una caverna.
Nel paese dove abito le streghe le abbiamo avute fino al XIX secolo avanzato. In pratica mentre Sherlock Holmes a Londra disquisiva di impronte digitali per inchiodare i criminali qui ci si chiedeva se una ragazza potesse volare.
E i boschi sono pieni di "massi coppellati", cioè incisi in qualche momento nella preistoria. E poi usati per riti magici di varia natura.
Sarà un'eccezione.
Perché proprio non capisco perché a me per la mia italianità dovrebbe venirmi in mente mentre passeggio in questi luoghi una storia senza magia, mentre per un abitante, che so, della Cornovaglia, la cosa sarebbe naturale? Solo perché le loro pietre incise sono più grosse?

In questo agosto, con i libri rigorosamente al seguito (e accompagnata da Panico e Paranoia, simpatici gemelli venuti in vacanza con me) sono stata nel nostro bel Lazio, subito prima che il sisma lo sfregiasse (anche se le zone non erano proprio quelle).

Sono stata a Bomarzo.
In pieno rinascimento a Bomarzo un nobile, Vicino Orsini, ha costruito un antesignano dei parchi tematici ispirato alle sue letture preferite. A inizi 1500 Vicino Orsini leggeva un genere di cui noi non abbiamo tradizione, si dice, il fantasy. 
Va bene, lo chiamavano poema cavalleresco ed era scritto in versi. Comunque il fatto che vi si potevano trovare "leoni, orse, orchi e draghi" secondo me lo inquadra abbastanza bene.

È proprio un drago!
Le opere che tanto piacevano a Vicino Orsini non è che siano poi tanto letteratura spazzatura. L'Orlando Furioso, per dire. 
Ma noi di fantasy non abbiamo tradizione...
Le leggende arturiane si possono infinitamente riadattare, ma i cavalli alati che raggiungono la Luna per recuperare le cose perdute vanno ammirati da lontano, studiati in modo possibilmente noioso e guai a dissacrarli rielaborandoli oggi.

Poi, magari, sono io che mi faccio un film in testa per colpa di Vicino Orsini e le sue stramberie. 
Una manciata di chilometri più in là ecco la villa del vicino di Vicino, villa Lante.

Fonte: Wikipedia
Appena si entra ecco un bel Pegaso rampante.
Per carità, è tutto più ordinato, ma tra simboli alchemici, personificazioni e creature fantastiche di varia natura a me tutto continua a suonare fantasy. Ma forse, dato che era la villa di Vescovi non si può dire, che si sa, il fantasy assai poco piace alla chiesa...

Ne siamo poi così sicuri?
Perché quella di Tuscania è senza dubbio una chiesa.
E ha un drago che corre lungo la facciata!


C'è sicuramente un alto significato allegorico. 
Ma c'è anche, innegabilmente, un drago che corre per la facciata. È così bello e plastico, che mi è subito venuta l'idea per un racconto con maghi che danno vita alle sculture di pietra (solo che ci mettono moltissimo a scolpirle, tanto che i tornei di magia sono decennali). Oddio! Un'idea fantasy venuta fuori da un monumento italiano! Laziale, addirittura!

Quindi a questo punto io sono un po' confusa. La letteratura che insegno è piena di bestie strane e i monumenti del mio paese sembrano pronti da un momento all'altro a prendere vita per volare via.
Però continuano a dirmi che il fantasy non è un genere italiano. Non lo sappiamo scrivere e non ha nulla da dirci.

Io però sono finita nella bocca di un orco!


sabato 27 agosto 2016

Luce alla fine del concorso


In questi giorni è difficile essere allegri o anche solo sollevati senza sentirsi inopportuni alla fine di un'estate che ricorderemo tutti più per le tragedie che per le vacanze.
Però da quattro giorni sono in vacanza-vacanza anch'io.
Martedì ho finito (bene) il mio percorso al concorso docenti e sono adesso una prof certificata, in attesa di sapere come mi sono classificata in una graduatoria che probabilmente determinerà il mio futuro lavorativo.
Nonostante il lieto fine non riesco a parlare bene dell'esperienza concorso. Forse anche voi avete sentito o letto qualche articolo che ne ha parlato, 55% di bocciati su scala nazionale, una percentuale sconvolgente se si pensa che si tratta di un concorso riservato agli abilitati, cioè a docenti che hanno già dedicato alle teorie didattiche tempo e denaro, errori, problematiche varie, ricorsi incrociati.
Quello che io rimpiango alla fine è il tempo e le energie che ci ho dedicato, davvero tante. La scrittura, negli ultimi mesi (per non parlare dell'ultimo in cui non ho scritto una parola) è stata la più sacrificata. Non ha significato solo non scrivere, ma anche economizzare su tempi e relazioni. Non tutti l'hanno presa bene e di questo mi spiace particolarmente. 
Oltre tutto, per quel che ho visto, il merito è stato valorizzato solo fino a un certo punto, cosa che mi fa sentire più una miracolata che altro. La selezione l'ha fatta principalmente lo scritto e, tra le mie conoscenze, sono state penalizzate le madri di famiglia che hanno avuto meno tempo per studiare un programma didatticamente in gran parte inutile, e persone meno rapide a scrivere a computer. Alla fine, nello scritto, l'unica competenza davvero valutata, con i 15 minuti netti per progettare percorsi didattici, era la velocità di scrittura. Sinceramente ho dei dubbi che sia questa a fare di un prof un buon prof.
Per come ho vissuto io l'orale, qui le cose sono andate un po' meglio, almeno per la mia esperienza la commissione era attenta e costruttiva, anche se la modalità era comunque ansiogena e un po' folle. In pratica si andava sul posto il giorno X, si pescava una traccia e si tornava 24 ore dopo a esporla. Chiaro è che, se come me, si abitava a due ore dal luogo dell'esame, la competenza più valutava diventava la capacità di lavorare in auto o di notte. Inoltre io ho avuto decisamente fortuna nell'estrazione. Adoro la Divina Commedia e non è stato difficile lasciar trapelare il mio entusiasmo per Dante. Immagino che il collega che ha esposto (molto bene) dopo di me sul tema "L'idea della morte in Leopardi" abbia avuto qualche problema a mostrare il proprio animo solare.
Insomma, in questi mesi per preparare il maledetto concorso ho dovuto dire tanti NO. Alcuni difficili da far capire a chi li riceveva. La cosa, per carità, ha pagato, ma sarebbe bastato un refolo di fortuna in meno per avere un risultato opposto.
Porto a casa il tempo impiegato a riflettere davvero sulla didattica, la grande solidarietà tra colleghi, in primis quelli dello scorso anno scolastico, ma anche quelli del gruppo di studio su fb e un briciolo di autostima in più. Mi piacerebbe anche portarmi a casa il posto di lavoro e spero che lo stato non consideri questo un chiedere troppo.

Poi, per carità, nei ritargli di tempo in questo agosto ho anche vissuto. Ho letto, principalmente grazie al Gruppo di Lettura che ha segnato l'estate con due romanzi di cui riparlerò, e sono stata anche un po' in giro, portando come sempre a casa spunti per riflessioni e storie.

In questi ultimi scampoli di estate intendo alternare il più possibile "giorni da papera" al lago e "giorni da vombato" dedicati al riposo (in questo senso gli ultimi quattro giorni sono stati fenomenali, ho nuotato più in due mattinate al lago che negli ultimi due anni), ma pian piano voglia anche riprendere contatto col web e con le mie storie. Per l'autunno, lo sapete, c'è una sorpresa in arrivo e sarà il caso che inizi ad attrezzarmi...
Per intanto auguro a tutti un buon rientro.

giovedì 4 agosto 2016

Agosto


BUON AGOSTO A TUTTI
IL BLOG È IN VACANZA
TENAR INVECE STA STUDIANDO...

Un enorme e speciale in bocca a lupo a tutti i prof che, come me, stanno passando l'estate in balia del concorsone.

venerdì 29 luglio 2016

Solo gli amanti vivono

Il bello di avere un blog è il frequentare altri blog. Così può capitare che è un pomeriggio d'estate e sei a casa ad aspettare che arrivi il tecnico per la lavastoviglie (che attendi più o meno come un messia, perché odi, profondamente, lavare i piatti). La mattina hai studiato perché devi fare l'orale del concorsone, altro che vacanze, e hai letto Svevo e Joyce (preferendo di gran lunga Svevo a Joyce, tra l'altro). È pomeriggio, quindi, e stai scrivendo. Ma hai il cervello a ricarica breve e ogni venti minuti massimo impone una pausa. Quindi vai su uno dei blog che segui, quello di Hel, e ci trovi questo post.
C'è uno spunto, o una sfida.

Bisognerebbe scrivere un romanzo d’amore intricatissimo, partendo da un’idea semplicissima: gli amanti vivono, tutto il resto è vita di coppia.

Io un romanzo d'amore non so scrivere. Però ci posso fare un mini racconto. Con i piatti da lavare, l'insoddisfazione, l'estate e un'idea da una puntata di telefilm della sera prima.



SOLO GLI AMANTI VIVONO

Gli amanti vivono. Tutto il resto è vita di coppia. I coniugi si lasciano vivere. È questo che volevi dire? Che noi non viviamo davvero, perché la banale accettazione dello status quo ci uccide? Perché finiamo per fare quello che tutti si aspettano che facciamo e dimentichiamo di fare ciò che vorremmo fare? 
Ecco, Ernesto, neppure mi ascolti…

Un amante costringe al segreto e al sotterfugio e quindi a uscire dall’ordinario e tutto quello che è fuori dall’ordinario fa sentire vivi. Ci costringere a compiere delle scelte e ad assumere dei rischi. Gli amanti non si amano l’un l’altro, amano il fatto di essere amanti. Se non fossimo sposati, Ernesto, ti gireresti, mi guarderesti, mi presteresti attenzione. E ti sentiresti vivo al pensiero che sei qui, sotto la veranda con la tua amante e devi fare in modo si non essere scoperto. Dovresti darmi un motivo, continuamente, per farmi restare qua. Sarei una scelta e non un’abitudine.
Ernesto… 
Dimmi qualcosa, alzati da quel dondolo, è così frustrante parlarti mentre mi dai le spalle…

Se io fossi la tua amante non importerebbe la mia età o la mia bellezza. Ameresti te stesso e l’essere qui di nascosto, non me. E forse anch’io riuscirei ad amare quest’orrenda baita dei tuoi dove ogni estate finiamo per venire. E il fatto che rimani la sera sotto la veranda, seduto sulla sedia a dondolo a guardare le vette, mentre io lavo i piatti. Forse, se fossimo amanti e avessi scelto di venire qui, mi sentirei viva e amerei anche lavare i piatti. Non vorrei essere altrove, magari qualcun altro, fantasticando e, pertanto, dimenticandomi di vivere. Forse non è neppure colpa nostra. Solo gli amanti vivono. E possono essere felici.
Ernesto… 
Però adesso alzati, inizia a fare freddo…

Ernesto…
Ernesto…
Ernesto, cielo! Respira! Resiti! Dove caz... ho messo il cellulare… Chiamo il 118!
Non mi lasciare Ernesto!
Non posso vivere senza di te!

mercoledì 27 luglio 2016

Quello che ancora non ho capito sulla scrittura


Dopo Cose che ho capito sulla scrittura sarà in caso di scrivere anche quello che ancora non ho capito, con un po' di serietà e di sciocchezze estive, tutto mescolato per bene!

– Come scrivere un best seller mondiale

– Come può uno scrittore, se non campa di scrittura, come pare non campi quasi nessuno qua da noi, a stare sempre sui social, a fare mille presentazioni in giro per l'Italia, a rispondere sì a tutte le richieste, a tutte le collaborazioni, specialmente quelle non retribuite, a essere sempre carino, bello, intelligente, interessante e disponibile. E a non morire di fame nel mentre.

– Come fare a capire se quell'idea vale davvero la pena di essere sviluppata

– Perché lo sviluppo di un'idea mi esce quasi sempre meno forte dell'idea stessa?

– Come fare a capire se quello che hai scritto vale la pena di essere letto, anche se 10 o 20 editori te l'hanno rifiutato

– Come fare in modo che la revisione migliori il testo, invece che peggiorarlo

– Come farsi venir voglia di revisionare per la decima volta un testo

– Com'è che tanti autori riescono a danzare con eleganza intorno a un buco di trama grosso come una voragine e io invece ci cado dentro?

– Com'è che a volte quelli che ai miei occhi sono eroi vincenti/positivi vengono considerati dei falliti/depressi da chi legge/valuta?

– Come fanno i grandi autori a gestire le grandi storie corali se io già mi incasino con tre personaggi?

– Come si fa a farsi venir voglia di scrivere la cosa che alla gente piace leggere? Non è che a me non vengano idee "alla moda". È che l'idea di scriverle mi repelle

– Come inserire coscientemente in un testo quei lampi di genio che rendono memorabile anche la descrizione di una cosa banale

Ecco qua. Voi cosa ancora non avete capito sulla scrittura?
E, sopratutto, avete capito le cose che io non ho afferrato e me le sapete spiegare?

lunedì 25 luglio 2016

I megaliti dietro casa – I megaliti di Aosta


L'amore si vede dalle piccole cose. 
Tutti, penso, sogniamo di essere amati e apprezzati proprio per le nostre caratteristiche più peculiari ed essere considerati interessanti e speciali in virtù delle nostre stranezze.
Mio marito questo l'ha capito benissimo, quando, come primo regalo mi ha fatto trovare un cazzuolino da archeologo. Per l'anniversario di matrimonio, quest'anno mi ha portato a vedere i megaliti di Aosta, in una breve fuga a due quanto mai gradita.
Non è che sia un'estate all'insegna del relax, questa, con l'ansia che sale ogni volte che inizia un telegiornale, con il concorso docenti e tante altre follie scolastiche che si allungano sotto l'afa e hanno  tutta l'intenzione di voler venire con me anche in vacanza.
Quindi Aosta e i megaliti!

Ah, i megaliti!
I megaliti, sono, letteralmente, grosse pietre. 
C'è stato un periodo, indicativamente tra il neolitico e l'età del ferro, in cui i nostri antenati andavano matti per le grosse pietre. Le allineavano, le univano, ne facevano circoli per onorare i morti e gli dei. Si sa pochissimo di quegli uomini e dei loro riti, ma il fascino dei megaliti lo conosce chiunque sia stato, o abbia solo visto in foto, i siti della Bretagna, di Stonehenge o del nord del Regno Unito
Megaliti alle Orcadi – Fascino
Quello che di solito si ignora è che i nostri megaliti li abbiamo anche qua, spesso dietro casa. Un po' ovunque anche in Italia ci sono resti megalitici. Solo che nel migliore dei casi non sono valorizzati. Nel peggiore sono stati più o meno coscientemente distrutti. Intorno a dove abito ci sono pietre incise un po' ovunque nei boschi, ignorate dai più. Ci sono i resti di costruzioni piuttosto imponenti. La più impressionate è tutt'ora usata come recinzione degli orti in un paesino qui vicino (fino a che è usata in questo modo almeno non si rovina). Presumibilmente è quello che rimane di una fortificazione decisamente imponente di un'epoca non precisata né precisabile in assenza di scavi.
Quindi Aosta.
Nulla di speciale che ad Aosta, dunque, ci siano dei magaliti, che non sono neanche particolarmente grandi. La cosa che rende meravigliosa la visita al nuovo museo di Saint-Martin-de-Corléans è che il sito megalitico è stato studiato meravigliosamente e musealizzato in modo sensato, comprensibile e affascinante.
Quindi, in breve, appena fuori Aosta c'era un sito sacro già nel neolitico. La cosa più impressionante ritrovata (è impressionante sopratutto il fatto che sia stata ritrovata) sono i resti di un'antichissima aratura, probabilmente sacrale. Cioè si vedono i segni lasciati nel terreno da un aratro migliaia di anni fa! Lì intorno, poi, furono tirate su delle steli finemente incise di eroi o di dee e scavate delle fosse riempite di offerte.
Dea, eroina o sacerdotessa
Altri pali, presumibilmente sacri, sono stati piantati nel terreno sopra a delle offerte.
Poi, qualcosa è cambiato. Le steli sono state decapitate, abbattute alle base e buttate giù con la faccia decorata contro il terreno. Il luogo, però, non ha perso la sua sacralità ed è stato usato come cimitero, cimitero presumibilmente speciale, con tombe a camera contenenti i membri insigni di un intero clan.

L'attenzione con cui questo sito è stato scavato e poi musealizzato apre una finestra su un mondo da cui siamo separati da migliaia di anni e da intere civiltà. Prima dei Romani, prima, probabilmente, anche dei Celti, abitavano ad Aosta persone basse e robuste, pacifiche (pochissimi armi nelle sepolture, nessun segno sulle ossa che faccia pensare a ferite di guerra), abituate a camminare in montagna. Offrivano agli dei i semi di quanto coltivavano e i crani dei loro animali migliori.
Erano in grado di trapanare il cranio e far sopravvivere chi si sottoponeva al trattamento (i resti sono davvero impressionanti), anche se non sappiamo se fosse un pratica medica o sciamanica.

Non sappiamo quale lingua parlassero, non sappiamo se l'abbattimento delle steli sia stato un cambiamento pacifico o se sia il segno di una conquista da parte di altre genti o di un altro clan. Eppure l'abilità degli archeologi, che hanno recuperato tracce minutissime, come frammenti di contenitori in corteccia di betulla, permette di sentirli vicini.

I museo, inaugurato da pochissimo, ha il raro dono della chiarezza. Si sviluppa intorno al sito, che è stato inglobato nella costruzione (io di solito preferisco i megaliti mantenuti all'aperto, ma immagino che la fragilità dei resti di aratura giustifichi pienamente la scelta). Ci si gira intorno e lo si guarda dall'alto, mentre le luci simulano il passaggio dal giorno alla notte. Tutto intorno i pannelli permettono di osservare, comprendere e spesso toccare le riproduzioni dei resti trovati. Finalmente un museo che non si limita a esporre, ma permette di capire il significato di un frammento trovato e racconta ciò che si può dedurre da quell'oggetto. Vari gradi di approfondimento permettono a tutti di trovare il percorso più congeniale, dal bambino all'archeologo.
Permette un raro incontro non tanto con i megaliti in sé (anche se le steli decorate sono magnifiche e ben valorizzate), quanto alla gente che li ha eretti.
Perché no, non sono stati gli alieni o i depositari di chissà quale sapienza scomparsa. Sono state persone basse e pacifiche, che soffrivano di ascessi ai denti e di artrosi in età avanzata.

Per saperne di più:
Area megalitica di Saint-Martin de Corléans
Corso Saint-Martin de Corléans
11100 AOSTA (AO)

venerdì 22 luglio 2016

Scorci di letture estive


Barriera per conigli – Doris Pilkington
Ne avevo sentito parlare durante il mio viaggio di nozze, in Australia. Cercato, mai trovato, fino a che un'amica non me l'ha regalato.
Se vi capita a tiro, leggetelo. Esile di pagine, ma tutt'altro che di contenuti è la storia vera, narrata dalla figlia di una delle protagoniste di tre ragazzine mezzosangue che vengono strappate dalla loro famiglia aborigena per essere "civilizzate". Loro scappano e viaggiano a piedi per due mesi nell'entroterra australiano per tornare a casa. Uno dei pochi romanzi che abbia letto che ribalta davvero il nostro punto di vista. Perché, parliamoci chiaro, queste erano ragazzine analfabete, figlie di padre ignoto, che vivevano ben al di sotto della soglia di povertà ed escluse (o così sembravano) anche dalla loro comunità. Quale assistente sociale, anche oggi, non approverebbe un allontanamento famigliare? Il loro punto di vista è, comprensibilmente, differente e fa a brandelli la nostra percezione.
Manu ne ha parlato qui
Io ho scritto qualcosa qui


Rilettura Magico Vento
Come si è visto la cultura dei popoli nativi è un mio interesse costante. Dopo aver letto il volume La guerra delle Black Hills mi sono resa conto che era il caso di rispolverare una storia che non prendevo in mano da dieci anni almeno. Quindi sono andata a casa dei miei, ho messo in uno scatolone i 101 numeri "classici" di Magico Vento e me li sto rileggendo dall'inizio (sono oggi all'81).
Non so quanto senso abbia parlare qui di una serie chiusa e fuori commercio da anni, il cui tentativo di ristampa è morto dopo una ventina di numeri. Posso solo dire che è invecchiata benissimo.
Ho iniziato a leggere questo fumetto quando avevo 17 anni e di fumetto non ne sapevo molto. Adesso sono un'appassionata relativamente esperta e posso dire che sì, è una delle cose migliori che si possa leggere.
In questa rilettura mi stanno colpendo molte cose che all'epoca mi erano sfuggite e altre cose torno ad apprezzarle. La cura con cui è narrata la cultura dei nativi americani, sia nelle storie che negli articoli di approfondimento è unica. Narrata con cura, ma non idealizzata. Viene spiegato ad esempio come in teoria nella cultura Lakota le donne avessero ampie libertà, potevano diventare mogli, ma anche guerriere, o persino scegliersi un'altra donna come compagna e avevano facoltà di chiedere il divorzio. Nella prassi venivano vendute dal padre al miglior offerente che, se si sentiva tradito poteva tagliar loro il naso...
Tra le cose le cose che all'epoca della prima lettura mi erano sfuggite, ne cito due.
L'attenzione per i personaggi marginali e marginalizzati. Che siano personaggi ricorrenti, o figure destinate a uscire di scena (spesso tragicamente) in poche vignette, sono raccontati con una sensibilità più unica che rara. Mi hanno profondamente commossa, tra gli altri, l'adolescente indiano Fango che ama correre, viene sfruttato dai bianchi e non viene compreso dalla propria tribù, il ragazzino muto che scopre che l'uomo che considera come un padre ha ucciso la sua unica amica, ma non può comunque fare a meno di volergli bene e le tante donne maltrattate, isolate o uccise perché non conformi, sia esse bianche, nere o native.
La scarsissima autostima del protagonista. Che era un personaggio profondamente contraddittorio lo avevo già colto e apprezzato all'epoca, bianco adottato dai Lakota, vuole essere un lakota, ma continua ad innamorarsi di donne bianche che non potrebbero mai condividere il suo stile di vita, è uno sciamano, ma non regge la solitudine e le pressioni del suo ruolo. Mi sono resa conto a questa lettura che Ned non si sente mai all'altezza delle aspettative della sua gente, non si fida delle proprie capacità sciamaniche, non si sente bravo a far nulla, se non a sparare e la cosa gli fa un po' orrore. Ai suoi occhi l'eroe è Poe, il suo amico giornalista, tenace e intelligente, che spesso risolve le situazioni con le parole e che è riuscito ad uscire dall'alcolismo. Di solito nei fumetti il rapporto tra l'eroe e la sua spalla è dato per scontato, qui no, è una dinamica molto particolare e credibile ed è molto bello come ognuno veda il vero eroe nell'altro.

La pedia scambiata – Georgette Heyer
Libro consigliatomi da Cristina M. Cavaliere, si è rivelato una lettura di stacco piacevole e scorrevole, anche se scontata. Storia d'amore nella Francia pre rivoluzionaria con tutti gli ingredienti del caso, travestimenti, intrighi, scambi di persona, riconoscimenti, redenzioni e lieto fine.
Molta ironia a stemperare la melassa, che non risulta mai eccessiva e una prosa davvero piacevole. Il difetto: tutto molto prevedibile e molto "vecchio regime". Il mio animo rivoluzionario ed egualitario fatica ad approvare fino in fondo.

Il ritmantista – Brandon Sanderson
C'è poco da fare, Sanderson sa sempre come tenere desto il mio senso del meraviglioso. Con lui si ha la certezza che ci si immergerà in un mondo davvero altro e in una trama tutt'altro che scontata. Come "creatore di mondi" credo che al momento sia parecchia spanne sopra qualsiasi altro.
Poi, per carità, è umano anche lui e non è uno scrittore perfetto. Lo stile è scorrevole e senza guizzi e il protagonista al 90% sarà un/a giovane di estrazione popolare dalle grandi capacità e il carattere ribelle (non che sia detto che il protagonista sia l'eroe o il salvatore del mondo, capita anche che scateni per errore l'apocalisse e che l'eletto sia in realtà lo schiavo eunuco, per dire).
Quindi ecco un 1900 alternativo con gli Stati Uniti che sono un arcipelago e l'Europa sotto dominio asiatico. Tra macchine a vapore delle più strane fogge, la magia è legata alla capacità di rendere vivi i disegni fatto con gesso per terra. In pratica sembra che i maghi giochino a campana, ma rendono vive e capaci di uccidere i loro disegni. Ci sono anche dei misteriosi gesseri (disegni di gesso?) selvatici, che i maghi, i ritmantisti tengono prigionieri in un'isola remota.
In una scuola di magia Joel è il classico protagonista alla Sanderson, figlio della donna delle pulizie, geniale, vorrebbe tanto diventare ritmantista, ma non è stato scelto. Diventa invece l'assistente di un professore intento a indagare sulla scomparsa di alcuni studenti. 
Purtroppo Sanderson sforna serie come altri sfornano biscotti e questo è il primo romanzo di chissà quanti. È leggero, gradevole e apparentemente scontato. Apparentemente, perché ormai delle trame di Sanderson ho imparato a non fidarmi. Di certo nessun altro riuscirebbe a rendere credibili i maghi che sembrano giocare a campana. Delle belle illustrazioni spiegano la teoria della magia e i disegni difensivi e offensivi da tracciare sul terreno. Da leggere, quindi, rigorosamente in cartaceo.
Disegni ritmantici