domenica 19 marzo 2017

Obelischi in autostrada e la poetica della dislessia

In questi giorni sto trascurando in blog. Colpa delle belle giornata che mi portano fuori, insieme alla pupattola, a rubare foto ai fiori selvatici o a famigliarizzare con gli asinelli dello zio. La pupattola è già stata messa in groppa all'asinella Zenobia, con apparente soddisfazione reciproca.
Il poco tempo che riesco a stare al computer cerco di dedicarlo alla narrativa. Ho troppi conti aperti con troppe storie lunghe, alcune da piazzare, altre da rivedere, altre ancora da finire. Ho deciso di chiuderne almeno uno, quello con la storia delle "Piccole Nonne", interrotta per causa di forza maggiore. Mi sono accorta che purtroppo ha più magagne di trama di quanto ricordassi, il che rende il lavoro più incerto e frustrante di quanto vorrei. Avendo poco tempo, vorrei avere una scrittura facile, una storia in cui sguinzagliare la mia creatività e immergermi totalmente in un mondo o in un personaggio, invece litigo con parole e coerenza interna. Ma questo è il motivo per cui i conti in sospeso sono i più difficili da saldare.
Rubo letture qua e là, in momenti persi e nanne improvvise, spesso fuori casa, cosa che acuisce la mia tendenza alla decontestualizzazione. Ricordo i contenuti, ma fatico ad associarli a nomi precisi, faccio il pieno di affermazioni senza autori.
Quindi è su un qualche giornale nella caffetteria sotto casa, cosa che restringe il campo a La Stampa o al bollettino parrocchiale, che mi sono imbattuta nell'intervista a un poeta dislessico. Per me rimarrà solo questo, il poeta dislessico, di cui non ricordo ne il nome ne il viso. Presumo solo di non averne letto le opere, in caso contrario confido che sarei riuscita a fissarlo con più precisione nella memoria. Ecco, come me, un altro dislessico scrivente. Certo, la sua intervista finisce su La Stampa, la mia nel bollettino parrocchiale, ma facciamo parte della stessa sparuta minoranza.
Spiegava, il poeta dislessico, come per lui la dislessia sia strettamente connessa con la poesia. Non so se un non dislessico possa davvero apprezzare l'articolata spiegazione data dal poeta. Ma io potrei dire, con altrettanta sicurezza che la dislessia è strettamente connessa alla narrativa. O, almeno, alla mia narrativa. Della poesia non mi è stato dato il dono, purtroppo, mi sono votata a muse differenti, ma probabilmente il poeta ha ragione. La dislessia è di per sé vocazione poetica o narrativa.
Qui mi tocca fare il solito spiegone per i nuovi arrivati. La dislessia non è, come mi è stato detto "la malattia di chi non vuol studiare". Non è proprio una malattia, è una funzionamento non patologico, ma minoritario del cervello. Si ragiona per percorsi differenti rispetto a quelli percorsi dalla maggioranza. Cosa che rende più lenti degli altri ad associare un'immagine a un suono o a una parola. Si è più lenti (frazioni di secondo, secondo un recente studio pubblicato su Le Scienze) nel ricordarsi il nome di un conoscente incontrato per strada (anche minuti, nel mio caso). Non si crea automatismo nel collegare i simboli, come le lettere, ai suoni. Per la maggioranza questa è una via di collegamento mentale facilmente percorribile, per noi è sbarrata. Io non so dedurre la grafia di una parola dal suo ascolto. Devo imparare a memoria la sequenza di lettere senza riuscire ad attribuire ad esse un senso fonetico. Fatico a ricordare elenchi a cui non so attribuire il senso. Fatico a ricordarmi il posto di ciascuna lettera nell'alfabeto e, dovendolo dire velocemente, è facile che ne perda dei pezzi per strada. 
Sono sopravvissuta al liceo classico in un'epoca in cui la dislessia non era certificata perché comunque il cervello crea altre strade, altre vie. Io non leggo le parole, le riconosco, come se fossero un geroglifico, un'immagine. Questo mi dà, nei momenti migliori, una velocità di lettura invidiabile. C'è però da dire che le parole, per me, sono come le sagome di animali che il cacciatore spia da lontano in un'alba nebbiosa. Il cavallo, il cervo e la renna possono confondersi. Il cacciatore esperto saprà se è più probabile che sia l'uno o l'altro. Le parole lunghe più o meno o uguali con all'incirca le stesse lettere mi sembrano uguali. È il contesto che mi dice se sto leggendo "megera" o "mangerà", ad esempio. 
Se però il contesto manca, si insinua la poesia, o la narrativa. Perché il cervello fa le sue sostituzioni, attraversa le sue vie, arriva poi alla soluzione giusta, ma intanto si è creata un'immagine che può essere l'inizio di una poesia o di un racconto.
Qualche giorno fa ero in autostrada, guidava il marito e io osservavo pigra il paesaggio. Abbiamo incontrato uno di quegli avvisi agli automobilisti. E io come prima parola ho letto obelisco. Ovviamente la parola era "obbligo". Ma io avevo letto obelisco. E mentre la parte della mia mente preposta al linguaggio segnalava il possibile errore e cercava una soluzione logica, l'altra, quella creativa, mi presentava un quadro surrealista con un obelisco, o meglio, un monolito come quello di 2001 Odissea nello Spazio sorto all'improvviso in mezzo a un'autostrada. 
Se fossi un poeta le avrei tratto dei versi, ma essendo il mio animo narrativo, mentre il paesaggio cambiava, mi facevo domande, avrebbe causato incidenti l'obelisco? Perché era sorto? Qualche civiltà aliena che lo aveva inviato? Come avrebbero dato la notizia i telegiornali?
Come raccontava il poeta dislessico nell'intervista, quando si tratta di compilare velocemente dei moduli è un incubo, sopratutto se ci sono delle persone in coda dietro di te che hanno fretta. Però la dislessia ha una sua poesia, si prendono armadilli per armadi (per anni ho pensato che il famoso libro di Lewis fosse "Il leone, la strega e l'armadillo", fino a che non mi sono imbattuta nella pubblicità del film e ho finalmente capito che non era una fiaba africana) e si aprono intuizioni improvvise, immagini non cercate che possono essere porte per altri mondi.

mercoledì 15 marzo 2017

Discorso sul cambiamento climatico e l'immigrazione – racconto breve

DISCORSO SUL CAMBIAMENTO CLIMATICO E L’IMMIGRAZIONE

L’uomo prese la parola con un sorriso triste nel bel volto massiccio. La luce della saggezza brillava nei suoi occhi chiari, all’ombra delle grandi sopracciglia. 
– Non possiamo più nasconderci davanti all’evidenza. Il clima sta cambiando – esordì. – I ghiacci si stanno ritirando e le calotte si assottigliano sempre più. Chiunque abbia un poco di dimestichezza con i ritmi della natura se ne può accorgere, il nocciolo ormai fiorisce fino ai cinquecento metri d’altitudine. Presto dovremo abbandonare per sempre i ricchi pascoli della Francia, che ci sostengono da millenni e il rimboschimento selvaggio sta distruggendo la tundra.
Ma la cosa peggiore è l’ondata migratoria che questo cambiamento climatico minaccia di portare.
Non possiamo più nasconderci. Gli africani stanno per invadere l’Europa. Non crediate a chi dice il contrario.
     Da troppo tempo i pacifisti indicano il medio oriente come la culla di una possibile convivenza felice, con i suoi insediamenti misti e, orrore, le sue famiglie meticce. 
       No. Loro non vogliono convivere con noi. Loro sono diversi, geneticamente portati alla violenza. Non fatevi ingannare dalla loro struttura slanciata ed esile. Si fanno chiamare sapiens ma la loro sapienza sta tutta nell’uccidere. Dove arrivano loro i grandi animali si estinguono, le risorse si esauriscono e, sopratutto, scompaiono le altre specie umane. Da troppo tempo, ormai, non abbiamo notizie dei nostri cugini australopitechi d’Africa. 
Ora, la formazione di un deserto appena a sud delle coste africane del Mediterraneo li porterà giocoforza ad emigrare e noi dobbiamo essere pronti. Perché io ve lo dico, vengono per uccidere i nostri mammut e i nostri rinoceronti, violentare le nostre donne e uccidere i nostri figli. Come una marea inarrestabile vogliono invadere l’Europa e l’Asia e persino le lontane Americhe dove l’uomo non ha mai messo piede. 

Se non prendiamo provvedimenti ora, fino a che siamo ancora in tempo, ci distruggeranno. Saranno gli unici padroni di un mondo che hanno strappato ai loro fratelli e non avranno pace fino a che non sarà morto l’ultimo neandertal d’Europa, l’ultimo doneviano delle steppe e l’ultimo florensis d’Asia. Padroni di un mondo usato esclusivamente come una carcassa da depredare, dove di noi non resterà che un ricordo sbiadito, evaporato con la fine della glaciazione.

lunedì 13 marzo 2017

venerdì 10 marzo 2017

Dal classico al fumetto, figure femminili da proporre e riproporre

E eccoci alla carrellata di figure femminile in letture poco impegnative da proporre. Tutte ragazze o donne che a un certo punto prendono in mano la propria vita, fanno la loro scelta e si rendono conto che, guarda un po', sono perfettamente in grado di autodeterminarsi. Molte fanno scelte del tutto semplice, quasi scontate, ma sono le loro. Perché quello che dobbiamo dire alle ragazze non è che debbano per forza essere astronaute, solo che possono, se lo desiderano, così come possono diventare moglie e madri, ma solo se lo desiderano davvero.

LETTERATURA PER RAGAZZI
Stargirl, dal romanzo Stargirl di Jo Spinelli.
Stargirl è una ragazza che, a ben vedere, non vuole certo fare la rivoluzione. Vuole solo vestirsi con gli abiti le piacciono, portare la sua buffa borsa e chiamarsi, appunto Stargirl. Questo basta a farla definire una "strana", a farla isolare e quello che le chiede il ragazzo che si innamora di lei è proprio di adeguarsi, essere come le altre. Ebbene, la scelta della ragazza  è un bel no. Non si rinuncia a se stessi neppure per amore, sopratutto da ragazzini.



Jo, dal romanzo Piccole Donne. Ricordato anche nei commenti all'introduzione, il personaggio di Jo è in giro dal 1880 e forse è il caso di farlo scoprire anche alle bambine di oggi. Perché lei, delle quattro sorelle, è quella che prende la difficile via della scelta. Lei è quella che sbaglia, perché questa è la caratteristica di chi sceglie, la possibilità dell'errore, ma anche quella che più di tutte, ha la possibilità di scegliere. Si fa carico della famiglia, vende i propri capelli per portare un aiuto, diventa scrittrice, all'inizio un po' per scherzo e un po' per guadagno. Anche grazie al lavoro si fa via via più indipendente, una di quelle donne di fine ottocento che iniziano prima con incertezza a camminare con le proprie gambe e quasi con sorpresa si scoprono forti.


CLASSICI
Elisabeth da Orgoglio e pregiudizio.
Molti leggono Orgoglio e pregiudizio come una storia romantica in cui alla fine l'amore trionfa. Può essere, personalmente ci vedo anche molta pungente ironia che a volte sfocia nel cinismo. Sopratutto è la storia di una ragazza di inizio ottocento che, pur consapevole della scarsa indipendenza che la società le concede e non intenzionata a sovvertirne le regole, rifiuta non una, ma due proposte di matrimonio, una più vantaggiosa dell'altra. In un mondo in cui una donna, sopratutto se senza dote, può solo pregare in ginocchio che qualcuno "se la prenda su", Elisabeth è una sorta di rivoluzionaria dolce. Il senso comune è ben esemplificato dalla sua amica, che si sposa a un uomo noiossissimo ma che "non sarà peggiore di altri", le può garantire un avvenire e le darà dei figli su cui riversare amore e affetto. Che altro si può chiedere. Elisabeth legge e pensa, ha le sue idee, le sue passioni e fa le sue scelte. E poi, certo, Darcy è Darcy, ma voi non avete avuto l'impressione, leggendo, che Elisabeth se la sarebbe cavata benissimo anche da sola?

FANTASCIENZA
Cordelia da L'onore dei Vor e Barrayan de La saga dei vorkosigan
La fantascienza, sopratutto cinematografica, ci ha regalato una serie di donne fortissime, in grado di ammazzare alieni che spuntano dalla pancia della gente come di sterminare zombie. Molte di loro, però, hanno poco da scegliere. Si trovano lì e devono ballare o morire. Per quel che mi riguarda preferisco un personaggio dagli angoli più smussati, ma non meno capace di farsi valere. Cordelia è la protagonista di due romanzi di Luis McMaster Bujold. Comandante di una missione esplorativa, si trova isolata su un pianeta sconosciuto con la non voluta compagnia di un militare in aggressivo pianeta rivale. Ovviamente scatta qualcosa tra loro, ma ci sono dei ma. Io adoro le storie d'amore dove ci sono dei ma importanti e sopratutto interni. I loro mondi sono inconciliabili, Barrayan, il pianeta di cui lui è originario ha una mentalità feudale e considera le donne poco più che soprammobili. Quindi Cordelia torna a casa e si arruola poco dopo, ovviamente contro Barrayan. E se alla fine l'amore trionfa è perché Cordelia ha avuto il tempo di ragionare e di fare le sue scelte. Tenersi l'uomo che ama, seguirlo sul suo pianeta natale e cambiare Barrayan. Porsi volutamente come esempio e modello di donna diversa, a partire dalla scelta di dare alla luce e difendere con le unghie e i denti il proprio figlio disabile.

GIALLI
Livia Ussaro da Le indagini di Duca Lamberti di Scerbanenco.
Dopo molti dubbi, poiché il giallo propone molte belle figure femminili, ho optato per Livia Ussaro, dato che il tema è la scelta. E Livia è una che le sue scelte le fa e le paga fino in fondo. Troppo intelligente per la Milano di fine anni '60, entra in scena come una ragazza alla ricerca di emozioni forti. Si delinea poi come un personaggio tutto celebrale, che vuole capire il mondo sperimentando anche il suo lato peggiore. Si fa coinvolgere in un'indagine, insiste per avere un ruolo pericoloso e finisce male. Scerbanenco non indora la pillola su quello che accade a Livia. La cosa che, però, me l'ha fatta amare moltissimo è che Livia non esce di scena così. Rimane se stessa, razionale, solida, capace sempre di chiamare le cose col loro nome e, forse, più consapevole nel scegliere la propria strada nella vita.

FUMETTI
Marjane in Persepolis di Marjane Satrapi

Al contrario che per gli esempi precedenti, qui abbiamo a che fare con una storia vera e quindi a tratti più dura e commuovente. Persepoli è un'autobiografia a fumetti in cui Marjane Satrapi racconta la propria infanzia e la giovinezza tra Iran e Europa, tra modelli culturali, sociali oltre che femminili, differenti. Appartenente a una famiglia che si oppone al regime religioso, a Marjane è richiesta una precoce consapevolezza e capacità di scelta. Non a caso, mandata a studiare in Europa per la propria sicurezza, si stupirà per la vacuità dei discorsi degli adolescenti europei, del loro menefreghismo. Commuovente e doloroso, il racconto di Marjane insiste anche sul peso delle scelte. La giovane cerca di assecondare prima le richieste della società europea, poi di quella iraniana, prima di capire quale possa essere la sua strada. E la sua strada, quella di artista che denuncia le durezze del regime, non può che portare verso l'esilio, con tutta quella lacerazione degli affetti che questo comporta. Dal fumetto l'autrice ha anche tratto un film animato che è subito diventato tra i miei preferiti in assoluto.

Avrei voluto continuare ancora e non è detto che in futuro non riprenda il discorso, ma questa sera mi è ostile la connessione e la stanchezza. Non ho toccato il fantasy, perché il mio personaggio femminile di riferimento nel fantasy già lo conoscete, è Tenar, raccontato a U.K.Le Guin ne La saga di Earthsea 
Giovane prescelta per essere sacerdotessa di divinità oscure, salva, più che essere salvata,  un giovane mago. Che non le regala il suo amore, ma del tempo per scegliere chi vuole essere. E Tenar, che non rinnega se stessa e la propria storia, sceglie di essere una donna comune. Solo molti anni dopo, ormai vedova, incontrerà di nuovo l'ormai non più giovane mago. Si rivelerà una donna fortissima, in grado di tenere testa a draghi, principi e stregoni senza né spade né incantesimi, solo con la propria saggezza e il proprio sguardo disincantato sul mondo. Mi chiedo, adesso, quanto aver incontrato da adolescente questo personaggio sia stato importante per me. Per capire che non c'è niente di male ad essere una persona dai pensieri complessi e dai desideri semplici. Per capire che genere di vita desiderare. Per capire... Chi lo sa... La storia di Tenar, alla fine, è anche la bellissima storia di un'adozione, quella della piccola Teanu. Difficile quindi non chiedersi quale sia davvero l'importanza di queste letture leggere, che però si sedimentano dentro e finiscono per sgrezzare i nostri pensieri.
Speriamo, però, di non aver portato a casa un cucciolo di drago...
Vi lascio con due immagini di Tenar, un giovane e una matura (questa dal purtroppo non soddisfacente film dello studio Ghibli). E la curiosità di sapere qual è il personaggio in cui più vi riconoscete e perché.
Il film non è un gran che, ma alla alla fine io e il Nik
ci assomigliamo proprio a questi Tenar e Ged
  




mercoledì 8 marzo 2017

Dal classico al fumetto figure da proporre per l'8 marzo – introduzione


Mia madre era una femminista convinta. Troppo convinta. Verso i sei anni il mio sogno proibito era una gonna rosa che mettevo di nascosto solo quando d'estate ero in vacanza dei nonni. Davanti a lei mi sarei vergognata tantissimo a indossarla, manco fossi il nerboruto capitano di una squadra di rugby, invece che un'esile bambina bionda. Ovviamente portavo i capelli cortissimi nonostante i miei sogni boccolosi e mi è stata inculcata talmente a fondo l'idea che gli orecchini sono come gli anelli al naso dei vitelli che quando mi è stata ventilata l'ipotesi di metterli alla pupattola ho guardato il malcapitato come fosse uno che i bambini gli squarta un giorno sì e uno anche. 
Sono però anche consapevole di essere solo la seconda generazione nella mia famiglia di donne che possono autodeterminare la propria vita. 
Mia nonna apparteneva a una famiglia bene, una privilegiata che non ha sofferto mai fame o freddo e credo che anche il suo concetto di miseria fosse relativo. Ciò nonostante non le è stato permesso di continuare a studiare, perché una donna troppo istruita era considerata inutile. Il periodo della sua vita che ricordava con maggior piacere era quello della guerra, che ha passato in un postaccio, Omegna, al confine con la Repubblica Partigiana dell'Ossola, un posto dove partigiani e veri o presunti simpatizzanti venivano fucilati in piazza. Eppure lei ricordava quegli anni con nostalgia. Suo zio aveva una bottega là e, essendo per ovvi motivi a corto di garzoni, aveva preso la nipote come aiuto. Lo zio, poi, vendeva ai tedeschi dalla porta principale e teneva quella di servizio per i partigiani. Mia nonna fu arruolata quindi per portare cibo a partigiani nascosti, piccolo contrabbando, saltuari passaggi di informazioni. E sopratutto stava in bottega. Brevi anni di libertà rubata. Sessant'anni dopo ancora si dispiaceva di non aver continuato a lavorare in negozio. A ben guardare avrebbe avuto tutte le possibilità di farlo, persino di aprire una bottega sua. Ma non stava bene. La famiglia fu ben felice di vederla sposata a un uomo (mio nonno) economicamente un po' in disgrazia, ma che aveva rispettabilità da vendere in quanto professore e avvocato. E la moglie rispettabile di un avvocato non lavora in bottega. A pensarci adesso non credo che a mio nonno sarebbe importato poi molto. È che era semplicemente impensabile. Impensabile che una donna studiasse (almeno se un fratello maschio poteva portare avanti le attività di famiglia) o lavorasse senza averne la necessità. A ben guardare mia nonna sarebbe stata brava il doppio del prozio a portare avanti quelle attività che, ovviamente, non ereditò, perché suo padre si premurò di passare tutte le proprietà al figlio maschio. Non credo che mia nonna sia stata infelice nella sua vita ed era, agli occhi di mia madre la femminista, l'essenza stessa della donna reazionaria, tutta casa e chiesa, ma a me bambina raccontò senza giri di parole i propri rimpianti. Il fatto, principalmente, di non aver potuto scegliere. I suoi sogni, poi, erano del tutto ragionevoli: continuare a studiare o almeno a leggere, svolgere un lavoro rispettabile e per cui era portata. Ma tra le molte cose impensabili c'era che una donna potesse avere sogni propri.
Per questo, per la possibilità di scegliere che a me è stata data e a lei no, nonostante ne conosca fin troppo bene gli eccessi, sarò sempre grata al femminismo. La possibilità di scegliere e autodeterminare la propria vita è vecchia di appena due generazioni e a ben vedere è fragile e assolutamente non scontata.
Io alla fine ho scelto una vita che non sarebbe spiaciuta neppure alla mia bisnonna, un lavoro rispettabile (che la famiglia non è più così "bene" da permettermi di non lavorare), un marito rispettabile e ora pure una figlia, ma questa vita ho potuto sceglierla tra scavi archeologici, viaggi in solitaria, scegliendo studi, letture e amicizie come meglio credevo, fino ad essere sicura di cosa volessi davvero. Questo è non solo un privilegio che è stato conquistato, ma è anche necessario conservarlo. Io non voglio alcun futuro predefinito per mia figlia, solo che abbia la possibilità di scegliersi il suo, eppure troppe volte vedo alunne, ragazzine nate, supponevo negli anni della libertà, limitate persino nei sogni, esattamente com'era stata mia nonna.
Ragazze che ancora crescono pensando che ci sia un solo futuro possibile per loro, che la cosa importante sia essere graziose per essere scelte dal "giusto" ragazzo, magari quello che se fa una scenata di gelosia un po' eccessiva, magari anche fino al ceffone, lo fa "perché le ama".
Mi preoccupano un po' le letture che vanno in mano alle ragazzine e alle adolescenti di oggi. Noi, tutto sommato, anche accendendo la tv ci trovavamo di fronte ai famigerati "cartoni animati giapponesi", che però ci presentavano pallavoliste di successo e capitane d'armi insieme a giovani romantiche, cioè una vastissima gamma di modelli tra cui scegliere. Oggi abbondano le ragazzette "prescelte" impegnate a redimere il bello e maledetto di turno, future mogliettine da cinquanta sfumature. Non che ci sia nulla di male nel sognare il marito bello, ricco, innamorato e con un certo gusto per pratiche piccanti, purché sia chiaro che questa è una dei possibili sogni che una ragazza può avere, non l'unico.
Nel prossimo post (che il discorso si è fatto lungo e la palpebra cala, non tanto per l'ora, quanto per la stanchezza, dato che ogni tanto anche la pupattola non dorme la notte) quindi proporrò una serie di figure femminili letterarie in letture poco impegnative incentrate sul tema della scelta del proprio futuro.
Nel mentre inizio a chiede voi che letture proporreste su questo argomento.

lunedì 6 marzo 2017

Seguendo la cometa 15 – La scelta del paese



Mi raccomando, cliccate sulla meravigliosa prima tavola per ingrandirla!

Ed ecco poi com'è andata la scelta del paese. 
La scelta del paese è un atto ufficiale, che viene comunicato sia al ministero italiano che a quello del paese, quindi, anche se per cause eccezionali (ad esempio colpi di stato, catastrofi naturali o guerre che impediscano fisicamente di andare là e che avvengano prima che ci sia un abbinamento a un minore) si può modificare, è una scelta davvero importante. La domanda per l'adozione nazionale rimane attiva, fatto salvo per alcuni paesi (come la Corea) che chiedono una formale rinuncia. Se c'è un abbinamento in nazionale prima di quello in internazionale (come poi è capitato a noi) l'internazionale decade. Stessa cosa se avviene il contrario. Dal momento che le adozioni nazionali sono numericamente inferiori e proprio in quei mesi c'era un rallentamento per motivi burocratici noi avevamo già dato la nazionale per persa e la scelta del paese è stato uno dei momenti di maggior crisi.
Abbiamo scelto un ente che ci dava delle garanzie sul piano etico, cioè la piena trasparenza sul destino dei nostri soldi, non per taccagneria, ma perché stavano uscendo scandali uno dopo l'altro e non volevamo certo che la nostra adozione andasse a finanziare, che so, il traffico d'armi. Inoltre in ogni paese l'ente aveva un referente in loco che si sarebbe accertato delle reali condizioni di salute del bambino. Purtroppo ho sentito di molte coppie che hanno dovuto rinunciare all'adozione sul posto dopo aver capito che il bambino aveva delle patologie per loro insostenibili. Questo credo che sia l'aspetto più brutto dell'adozione, nessuno (spero) vuole la garanzia del figlio perfetto, ma arrivando di solito un bambino già grandicello devi essere certo di poter gestire determinati problemi. Ad esempio casa nostra, per motivi di muri portanti, non può essere adattata per una carrozzina disabili e non si può capire di dover traslocare quando si è all'estero con magari un ritorno tassativo quindici giorni dopo e altre patologie già presenti in famiglia non ci rendono la coppia ideale per un figlio cieco (mentre avevamo disponibilità, ad esempio, per alcuni tipi di sordità).
Quindi date le nostre disponibilità (soffertissime, vi assicuro che ogni crocetta in quei maledetti questionari è una morte) ci siamo affidati al personale dell'ente che ha sentito a uno ad uno i ministeri di vari paesi alla ricerca di uno che potesse andare bene. Siamo stati sballottati per un bel po' tra un'ipotesi e l'altra (perfetti per la Corea, no, non vi vuole, meglio Lettonia, no, non ci sono minori compatibili con la fascia d'età scritta nelle relazioni...) con la sensazione di non andare bene per nessuno nonostante le ottime relazioni dei servizi sociali e psicologici. Alla fine siamo approdati alla Colombia per pura esclusione.
La Colombia ci è piaciuta tanto per il modo di fare, il sito dedicato all'adozione per altro è mille volte più chiaro e trasparente di quello italiano, ma lasciare per tre mesi tutto ci preoccupava davvero tanto, sopratutto per le condizioni di salute dei miei (infatti il mese scorso mio padre è stato operato, anche se è stata una cosetta già superata). 
Insomma, come dicevano le operatrici, le adozioni si fanno, ma con fatica (e fortuna), e sopratutto mettendo sempre alla prova le proprie forze reali, che a sopravvalutarle si rischia il disastro.

PS: presto avremo la prima trance dei documenti della pupattola, che per ora è ancora nel suo limbo burocratico di parziale esistenza. Potremo darle una residenza ufficiale (non vi dico le facce ogni volta che spiego che non posso compilare la voce "residenza" sui moduli) e più avanti iscriverla nel nostro stato di famiglia!