giovedì 29 settembre 2016

Rivoluzioni copernicane

Non posso aggiungere molto all'immagine, perché, in effetti, non c'è molto da aggiungere. È evidente a chiunque mi frequenti via web che se domenica mi inerpicavo per i boschi e ieri bevevo il caffè con Sandra non posso aver partorito o essere prossima al parto. 
Si vede una cicogna, ma si legge adozione. 
E in effetti il sistema della cicogna va inteso proprio in senso letterale in questo caso. Una vita a imparare la scienza, per poi scoprire che aveva proprio ragione la nonna...
Non posso diffondere né dati né foto, almeno non a breve, ma potete dedurre più o meno tutto dall'immagine. Aggiungete tanta, tanta, tanta FELICITÀ (e un pizzico di panico).

I giorni scorsi sono stati abbastanza folli, tra l'ansia nostra di sapere qualcosa di più di un generico "c'è un bambino" e l'impossibilità di dirlo in giro, che mi ha portato, a scuola, a dare fondo alla mia creatività per procrastinare qualsiasi decisione/scelta/programmazione. Pare quindi che le alternative per la maternità siano due: partorire con dolore o adottare con terrore. Le mie amiche Ansia e Paranoia, però si stanno riciclando tutto sommato bene come fate madrine.

Non ho idea di che ne sarà del blog. O, meglio, ho idee, ma non so se riuscirò a realizzarle. Mi piacerebbe raccontare un po' attraverso delle vignette (giusto che io non so disegnare) qualcosa sull'adozione. Mi piacerebbe continuare a raccontare le mie storie. Ma ovviamente una rivoluzione va dove vuole lei, non dove chi vi ha dato il via vorrebbe.

UN ABBRACCIO A TUTTI
Spero a presto.

martedì 27 settembre 2016

Impressioni di settembre


A volte non c'è modo più giusto per specchiare il proprio animo che usare parole che qualcun altro ha già scritto per noi. Del resto è questa l'essenza della scrittura: lasciare su carta pensieri, emozioni e sentimenti che un giorno qualcuno leggerà e troverà perfetti per se stesso.
Sarò banale, ma oggi sono così.
 Impressioni di settembre.
Di questo settembre non penso riuscirò mai a fare un racconto coerente, quali siano le cose che ancora mi riserverà, me ne resteranno soltanto impressioni.
La PFM ha già svolto il lavoro per me. E ascoltando la canzone, percepisco ancora una volta il privilegio di potermici rispecchiare per intero e letteralmente, senza dover trovare sostituti per l'odor del grano, il mare d'erba o i cavalli.

Già l'odore della terra 
odor di grano 
sale adagio verso me 
e la vita nel mio petto batte piano 
respiro la nebbia 
penso a te 
Quanto verde tutto intorno 
e ancor più in là  
sembra quasi un mare l'erba
e leggero il mio pensiero vola e va 
ho quasi paura che si perda 


venerdì 23 settembre 2016

Anteprima "La Spada, il Cuore e lo Zaffiro" – I miei tre racconti preferiti


Ormai ci siamo! Tra pochissimo avrò il libro fra le mani, così come chiunque vorrò acquistarlo al prezzo di lancio di 10€.

Intanto mi stanno succedendo tantissime cose, tra cui un super corso di aggiornamento con tanto di esame finale in centro a Torino, trattati per una volta come professionisti veri (palazzo liberty, sala bella e attrezzata, tutti motivati a dirci che insegnare è bello), per cui, complice la stanchezza arretrata, la mia presa sulla realtà inizia a farsi labile. Se penso che solo un mese fa stavo dando l'orale del concorso mi vengono le vertigini.

Avevo promesso però delle anticipazioni.

La Spada, il Cuore e lo Zaffiro è una raccolta di racconti fantastici, in parte già premiati all'interno dei concorsi organizzati da RiLL e in parte inediti o apparsi su riviste.
Non c'è un singolo racconto di cui non sia fiera, sopratutto dopo il lavoro di lima e di cesello di Alberto Panicucci, che ha pesato ogni parola e ogni virgola, costringendomi a penetrare come mai mi era successo nei miei stessi scritti.
Tre di questi racconti, però, sono, a mio avviso, i migliori che abbia scritto. Se dovessi fare (se mai un giorno farò) una sorta di Best of ci andrebbero di sicuro insieme al racconto Come foglie nel vento edito da Giallo Mondadori nel 2012 (a oggi il mio miglior racconto giallo, insieme a un altro ancora inedito).

Sono una pessima pubblicitaria, ma
Se volete leggere i miei racconti migliori leggete questa antologia
E in particolare (in ordine di apparizione nell'antologia):

Ulisse e la tartaruga
Che io adori l'epica classica è risaputo. Così, quando mi è capitato un concorso in cui si doveva scrivere un racconto con alcuni elementi obbligati tra cui: Ulisse, tartaruga, una frase su una profezia e un luogo pieno di neve mi è sembrato che il regolamento fosse scritto apposta per me.
Ne è nato un racconto pratchettiano, ambientato in un'antica Grecia alternativa in cui la Tartaruga, costretta dal Fato a vincere qualsiasi scommessa, è obbligata a sfidare Ulisse a una gara di indovinelli proposti dalla Sfinge.
In ogni riga c'è una citazione e il tono è comico fino al finale. Non fino alla fine, però, solo fino al finale.
Mi piace perché considero il mito classico qualcosa di ancora vivo e in grado di parlare al presente. È il mio miglior gioco metaletterario e non è da tutti giocare con Ulisse e uscirne vivi.
Eccovene un frammento:
... Ricorrere alle profezie per prevedere i risultati delle competizioni era illegale, così come molte altre cose ma, in un mondo dove c’erano più Pizie e Sibille che panettieri, era inevitabile che gli scommettitori si rivolgessero a loro. Del resto erano gli opposti inconciliabili e congruenti di quella terra: assoluto rigore logico e filosofico e incrollabile fiducia nelle profezie.(...)Questo permetteva il proliferare di una quarta figura professionale, oltre a quella degli scommettitori professionisti, dei filosofi e dei profeti, cioè quella degli interpreti dei responsi, anch’essi molto più diffusi dei panettieri.

Notte stellata
Questo è il racconto che considero il mio gioiello stilistico. È uno dei racconti più recenti e ha scalzato dal podio, in questa categoria, un altro dei racconti dell'antologia Anche se ti uccide (il mio unico "racconto quantistitico").
A parlare è un fantasma anomalo. Il fantasma di un politico colluso milanese (che il fantasy non sempre racconta l'altrove). Un uomo dalla squisita formazione umanistica, che ha improntato al propria vita alla ricerca del guadagno personale. Da morto non intente rinnegare se stesso, ma sempre più si insinua in lui la sensazione (per lo più negata) di essersi perso qualcosa.
Mi piace perché è un racconto in bilico tra mero virtuosismo e zuccherosità. Trova un suo equilibrio di malinconia e di luce soffusa.
Eccovene un frammento:
Ho pensato, d’istinto, che la mia dannazione mi riservasse un ultimo, non cercato, piacere. Osservare, non visto, i loro corpi, come un tempo spiavo le voluttuose curve di Samantha. Tuttavia, non so cosa sono, ma non sono più vivo. (...) Nel mio guardare non c’è progettualità, né speranza o sogno d’azione. Non ci sono più centri del piacere da attivare. Nulla più che il vedere senza alcuna reazione una delle ragazze che si toglie il reggiseno mi ricorda che non sono più un uomo.

Come tela di ragno
È il racconto che ha ispirato la copertina. A voler fare l'intellettuale, il mio tentativo di fare un racconto "alla Carver" in ambiente fantasy classico. Un racconto che inizia due pagine dopo la fine di ogni romanzo fantasy che si rispetti. Il legittimo erede ha vinto la guerra e ha raggiunto il trono. E tutti sono felici? Una guerra civile lacera animi e famiglie, lascia solitudini desolate che non fanno che ferirsi a vicenda.
Mi piace perché ritengo che sia il mio miglior racconto di analisi delle relazioni tra i personaggi. 
Eccovene un frammento:

"Uomini, che vi prendete il piacere dove volete, calpestando giuramenti e anime affrante come cavalli al galoppo sui fiordalisi. Credi che non abbia visto il bastardo di tuo padre, nel tuo seguito? E tu? Andavi a conoscere la tua promessa sposa portandoti dietro il tuo amante. Se non vi avessero scoperto glielo avresti mai detto? L’avresti sposata ugualmente, lasciandola sola a disperarsi, a domandarsi cosa ci fosse di sbagliato in lei, per quale suo errore non riuscisse a illuminare lo sguardo del marito. No. Non disprezzare Erya o me, per averle permesso di vivere un frammento di felicità a dispetto delle guerre degli uomini.”

Come vedere ci sono molte cose diverse dentro questi racconti, storie diverse, stili diversi, sperimentazioni diverse. C'è anche, il meglio di me. Che magari non è abbastanza, ma è anche tutto quello che posso regalare al lettore.

L'antologia è in prevendita qui

mercoledì 21 settembre 2016

I misteri di Parigi – Piovono libri


Come raccontavo l'altro giorno, in estate i libri assegnati dal gruppo di lettura sono due, uno breve (Bellezza e Tristezza) e uno lungo, I Misteri di Parigi.
Era un libro che aleggiava da tempo sul gruppo, più volte citato e tirato in causa ed è arrivato a occuparci l'estate come un'ineludibile appuntamento con il destino.
Ne avevo lo ammetto, un sacro terrore, dovuto solo in parte alle 1200 pagine di cui è composto.
Romanzo d'appendice, anzi, IL romanzo d'appendice, papà di tutto il feuilleton francese, edito tra il 1842 e il 1843, all'epoca amatissimo, copiatissimo, saccheggiato più o meno da tutti, da Hugo a Dumas e oggi ignorato dai più mi inquietava assai. I suoi emuli e i suoi eredi quando di valore sono passati alla storia, ancora oggi leggiamo I tre moschettieri, perché quindi non leggiamo più I Misteri di Parigi? Il nome, poi, mi evocava un Dan Brown ante litteram e immaginavo una truculenta e intricata storia di società segrete e cospirazioni che, in quest'estate già intricata di suo, mi attirava ben poco.

Ovviamente ad essere sbagliata era la mia prospettiva. I Misteri di Parigi (di cui, in retrospettiva, si potrebbe criticare il titolo) è una sorta di telenovelas ante litteram, ambientata in una Parigi in cui le classi sociali si mescolano ed entrano in contatto, cosicché è raccontato il nobile quanto l'operaio.

Col senno di poi è abbastanza facile intuire perché oggi sia una lettura di nicchia. I feuilleton francesi passati alla storia si sono abilmente riciclati come romanzi per ragazzi. Spesso le edizioni tagliano o sorvolano su alcuni passaggi (I tre moschettieri ne sono un esempio lampante), cosicché noi professoresse possiamo in tutta tranquillità consigliarne la lettura ai ragazzi delle medie.
Nessun adattamento o velata censura potrebbe mai nascondere il fatto che l'eroina de I Misteri di Parigi entri in scena come prostituta sedicenne, né che parte della vicenda verta su uno stupro, per non parlare poi delle numerose scene ambientate in prigione, comprese la descrizione di una sanguinosa esecuzione. Insomma, no, non è libro per dodicenni e in questo modo I Misteri di Parigi si è vista negata la seconda giovinezza accorsa invece ai romanzi di Dumas padre (immagino però che La signora delle camelie abbia avuto più o meno la stessa sorte).

Col senno di poi è anche facile intuire il perché del travolgente successo d'epoca. L'autore, E. Sue è un genio della serialità. 
Il romanzo è diviso in una miriade di piccoli episodi, come una puntata di telefilm con un loro svolgimento chiuso, una rivelazione finale soddisfacente (nessuno degli interrogativi è tirato troppo per le lunghe) e un aggancio per la prosecuzione delle vicende. Lo stile è dinamico e efficace, sopratutto per l'epoca, e non si perde in troppi spiegoni inutili, relegandoli piuttosto alle note e alcuni momenti riassuntivi ben piazzati permettono di non perdersi tra le centinaia di pagine (anche se uno schema a un certo punto inizia ad essere utile).
Considerato per quello che è, un romanzo d'intrattenimento di inizio '800, svolge ancora egregiamente il proprio lavoro e si lascia leggere con piacere nonostante la mole. Alla fine, si finisce per provare simpatia anche per le assurdità di questo genere di narrazione.

Parigi, per come è descritta nel romanzo, è grossa più o meno come il paese in cui abito io (Briga Novarese, tremila abitanti), poiché in 1200 pagine, le location si contano sulle dita della mano: due dimore nobiliari, un palazzo popolare, una bettola, una fattoria fuori città, una prigione, un covo di delinquenti e un ospedale. Otto ambienti in cui si incrociano e si intersecano le storie e i destini di poco più di una ventina di personaggi.
Rodolphe è un principe ricchissimo, che ha l'abitudine di frequentare i bassifondi, anche per aiutare una serie di persone che ha preso sotto la sua protezione. In una taverna incontra una giovanissima prostituta dalla triste storia e che decide di aiutare. Le attenzioni che il principe riserva alla ragazza, però, finiscono per attirare su di lei anche lo sguardo dei nemici del principe, dando origine a una serie di peripezie, tra rapimenti, riconoscimenti ed equivoci. Intano la storia pian piano si allarga. Rodolphe è anche alla ricerca del figlio scomparso di una sua protetta, cosa che lo porta in un palazzo popolare dove scopre che alcuni antichi nemici che pensava sconfitti sono ancora all'opera. Infine il nostro principe è anche innamorato della moglie del proprio migliore amico, mentre un'altra nobildonna, con cui in gioventù ha avuto una relazione da cui è nata una bambina che entrambi credono morta, è disposta, letteralmente a fare carte false pur di portarlo all'altare.
L'incrocio di queste tre linee narrative (le peripezie di Rigolette, la giovane prostituta dal cuore d'oro, la ricerca del figlio perduto della protetta e i problemi di cuore del principe) si diramano e si intersecano, sempre e solo nelle otto location principali, per tutte le 1200 pagine.

Sue è bravo a giocare con le assurdità di queste premesse e il piacere della lettura sta nel fatto che ogni tre pagine un personaggio ne incontro un altro di conosciuto (o di perduto da lungo tempo) in un luogo improbabile e la situazione viene gestita con una serie di espedienti improbabili, ma non privi di una loro eleganza. La mia scena preferita è ambientata in una stanza di un nobile perdigiorno che ha sperperato il proprio patrimonio. Il padre va da lui (anche per chiedergli conto della propria dissolutezza), attende in un salottino dove spunta, tramite passaggio segreto, l'amante del figlio. I due si incontrano e l'imbarazzo svanisce subito: il vecchio nobile riconosce l'amante del figlio come una bambina a cui un tempo era molto affezionato, lei lo saluta come un vecchio zio. Due pagine dopo sono alleati nel fronteggiare un nemico comune.

All'epoca quello che fece scalpore, in realtà, fu la descrizione trasversale delle società. In un libro che trasuda buoni sentimenti ci sono un medico di colore ex-schiavo (siamo nel 1842), prostitute in odore di santità, delinquenti pronti a cambiare vita alla prima occasione per riscoprirsi eroi. Le riflessioni morali e sociali di Sue hanno la semplicità delle considerazioni di chi guarda il popolo da una posizione comunque privilegiata. Tuttavia nella loro ingenuità le denunce contro un sistema carcerario che lascia ben poche possibilità di redenzione e che, di fatto, condanna i figli dei delinquenti a non poter essere altro che delinquenti, vanno a segno. 
Le pagine che rimangono più impresse sono quelle in cui la Rigolette racconta la sua storia, spiegando come per un'orfana abbandonata a se stessa la prostituzione era di fatto l'unica strada, o le vicende di una famiglia piagata dai debiti o ancora le molte scene ambientate in carcere.
È evidente che Hugo è un'altra cosa (anche se senza questo libro forse avrebbe scritto altre cose), ma con tutta la sua semplicità, I Misteri di Parigi funziona e ci offre comunque uno sguardo non privo di interesse sulla Parigi pre 1848.

Mi ha colpito come almeno parte dell'eredità rivoluzionaria e napoleonica fosse ormai del tutto introiettata, come ad esempio il divorzio sia considerato un dato acquisito, ormai un diritto inalienabile. 
L'attenzione che Sue dà, sia pure semplificandole all'osso, alle questioni sociali e il successo che ebbe il libro all'epoca mi raccontano comunque di una società Parigina che si interrogava su se stessa anche al di fuori dai salotti intellettuali. I ragazzi che divorarono il romanzo di Sue, furono i giovani che andarono in piazza nel 1848 e poi gli uomini che diedero vita (con tutte le tragiche conseguenze del caso) alla Comune. 
È un romanzo popolare che, pur con tutta la goffaggine e l'ingenuità del caso, ha contribuito a formare la coscienza sociale di una generazione.
Alla fine di queste letture mi chiedo sempre non sia più questa "non letteratura" ad influire davvero sulla società piuttosto che altro. È un interrogativo a cui non ho una risposta netta, ma che mi pongo.

Letto oggi, mi chiedo quanto ancora si aspetti a trasformarlo in un serial. I Misteri di Parigi è già una serie tv praticamente pronta, con un minimo di adattamento. Tutto sommato credo che potrebbe oscurare il successo che ebbe qualche tempo fa Elisa di Rivombrosa, esempio lampante di come la narrativa popolare possa essere ancora popolare, anche dopo un invecchiamento di cent'anni e più.
Voi, invece, quale libro di un'altra epoca proporreste subito come serie tv? 

lunedì 19 settembre 2016

Anticipazione "La spada, il cuore e lo zaffiro"


Ecco, non potevo resistere. È arrivato il momento di svelare in cosa consiste la "sorpresa autunnale"

LA SPADA, IL CUORE, LO ZAFFIRO
Antologia di racconti fantasy – Antonella Mecenero

RiLL è l'associazione che ogni anno bandisce un premio letterario dedicato al racconto fantastico tra i più partecipati d'Italia. Ogni anno sceglie anche un autore a cui dedica un'antologia personale. Dopo brillanti autori di fantascienza e di horror è toccato a me l'onore di avere la prima antologia fantasy di RiLL

In un'Italia in cui ancora il fantasy è spesso considerato di serie b e i racconti "non se li fila nessuno" la sola idea di avere un giorno un'antologia personale di racconti fantastici era immediatamente archiviata nel reparto "sogni impossibili", subito di fianco a "cavalcare un Fortunadrago". Forse, bazzicando nel campo del fantastico, avrei dovuto imparare da tempo che nulla davvero è un impossibile.
Un grazie infinito agli amici di RiLL, un abbraccio gioioso e senza fine ad Alberto Panicucci, per mille cose, non ultimo un editing di cesello che è il sogno di ogni autore e a Valeria de Caterini che ha dato sostanza a ciò che viveva solo nella mia testa e ha illustrato questa splendida, splendida, splendida copertina.

Questo non è il fantasy che vi aspettavate di leggere, ma quello che avete bisogno di leggere.
Se dovessi scegliere uno slogan per promuovere quest'antologia, sceglierei questa frase. Non è il fantasy uno si aspetta.
È fantasy alla mia maniera, umanistico, antieroico, intimista e letterario.
Sono dieci racconti, dieci pezzi del mio cuore, ognuno è un frammento della mia anima. Tra questi, tre dei racconti, diversissimi tra loro, sono, a mio avviso, le cose migliori che io abbia mai scritto.
C'è il fantasy-fantasy, ovviamente, anche se non tutti i draghi stanno al loro posto e non tutti gli eroi fanno quello che ci si spetta da loro. C'è il qui ed ora, in cui il fantastico è solo un diverso modo di percepire il reale. C'è l'epica classica, che a suo modo è fantasy, rivista e rivisitata alla mia maniera. C'è il personaggio che vedete qua sopra, che all'inizio non doveva neppure figurare e poi si è rosicchiato un pezzo di attenzione alla volta fino ad arrivare a monopolizzare la copertina e ben tre dei racconti. 
Ci sono storie che vorrei davvero arrivassero al lettore. Più avanti vi racconterò qualcosa di più di questa antologia (dopo tutto al momento è solo in stampa), ma vi lascio con una frase che secondo me descrive tutti e dieci i racconti e racchiude la mia idea di fantasy

È assai più sicuro 
un incontro a mezzanotte
con un fantasma esterno
piuttosto che incontrare
disarmati il proprio io
in un posto desolato
— E. Dickinson –

Il libro attualmente e sarà acquistabile su vari canali. Chi, però, volesse essere sicuro di averne al più presto una copia, può prenotarlo fin da ora al prezzo lancio di 10€ all'indirizzo http://rill.it/?q=node/29

sabato 17 settembre 2016

Bellezza e tristezza – Piovono Libri


Ieri sono riprese le sedute del gruppo di lettura Piovono Libri, dopo una pausa estiva in cui abbiamo letto due romanzi, Bellezza e Tristezza di Kawabata e I Misteri di Parigi di Sue. Trattandosi di libri estremamente diversi, ma entrambi molti dibattuti e non privi di spunti, ho deciso di dedicare a  entrambi il giusto spazio e dedicare a ciascuno un post.

BELLEZZA E TRISTEZZA

Si è trattato del primo impatto, per me, con la letteratura giapponese, apparentemente il migliore possibile, dato che si tratta di un premio nobel. Purtroppo tra me e questo romanzo non è scattato nulla di positivo (parecchio di negativo) e anche se il confronto con altri lettori mi ha aperto nuove prospettive, il mio giudizio finale non cambia.

L'inizio del romanzo è di indubbio fascino. La scrittura è elegante ed evocativa e la vicenda si apre senza inutili preamboli. 
Il viaggio a Kyoto per ascoltare il suono delle campane tradizionali è per l'affermato scrittore di mezza età Oki solo un pretesto. Il suo vero scopo è rivedere Otoko. Con lei, Oki, più dieci anni prima, aveva vissuto una  travolgente e tragica storia d'amore. Mentre l'uomo era già sposato, Otoko era solo un'adolescente. Rimasta incinta, la ragazza aveva avuto poi un crollo nervoso in seguito alla morte della figlia e Oki, all'epoca già sposato e padre, non la rivede da quei giorni.
A Kyoto, però, l'incontro tra Oki e Otoko non va come l'uomo aveva sperato. La donna ora è un'artista affermata e vive con una splendida allieva a cui è legata anche sentimentalmente e non ha alcun interesse a riallacciare un legame con il vecchio amante.

Fino a questo punto, pagina venti, il romanzo mi è piaciuto molto. Purtroppo a oagina venti era già tutto chiaro al punto da rendere inutile il proseguo della lettura.
Chiara la riflessione dell'autore sulla bellezza da ammirare da lontano o da sublimare nell'arte, poiché gli uomini sono capaci solo di distruggere la bellezza che vorrebbero possedere.
Chiare le dinamiche tra i cinque personaggi (Oki, sua mogli e loro figlio, Otoko e l'allieva), francamente troppo pochi per reggere un romanzo.
Chiaro, sopratutto, lo sviluppo che la vicenda avrebbe avuto. Ho sperato fino all'ultimo che l'autore prendesse una strada che non avevo previsto, una svolta inaspettata e invece nulla. Nel momento in cui tutti i personaggi sono in scena è evidente cosa accadrà. È possibile che la sensazione di andare verso un'ovvia e inevitabile tragedia sia voluta dall'autore, tuttavia ha me ha tolto gran parte del piacere della lettura.
Infine, ho avuto l'impressione di assistere a un patinato dramma altoborghese altamente improbabile, ambientato in luoghi splendidi (e ben descritti) ed esclusivi, che dava al tutto un retrogusto di irrealtà, come quei film italiani (l'ultimo che ho visto appartenente a questa categoria, per quanto godibile è Il nome del figlio) in cui tutti sono professori universitari o scrittori, abitano il ville in luoghi incantevoli o in attici lussuosi e sembrano non avere alcuna attinenza con la realtà tangibili del nostro tempo. In particolare irreale mi è sembrata Otoko, il personaggio con cui più avrei potuto empatizzare. La lasciamo in uno clinica psichiatrica dopo un tentato suicidio, con la reputazione rovinata da una gravidanza a 17 anni, sola con una madre povera, in un paese, il Giappone degli anni '60, ancora estremamente classista, dove la rispettabilità è tutto. E la troviamo, con la stessa ingenuità, artista affermata, che posa con le proprie opere su riviste patinate, senza alcuna spiegazione su come ce l'abbia fatta, senza agganci di sorta e con un carattere che definire passivo e arrendevole è un eufemismo.

E dire che i motivi d'interesse non sarebbero mancati. 

Il più ovvio, la descrizione di una relazione lesbica nella società Giapponese degli anni '60, ma la cosa non è per nulla approfondita. Una mattina Otoko si è trovata alla porta una bellissima ragazza che le ha dichiarato il proprio amore e Otoko se l'è presa in casa e nel proprio letto. Fine dell'approfondimento.

Le relazioni diflunzionali che ciascun personaggio ha con gli altri, ma accetta come un dato di fatto, senza provare non solo a modificarle, ma neppure ad analizzarle. 

Più attenzione va alla riflessione sulla scrittura e le sue ripercussioni sulla vita. Oki ottiene fama e denaro raccontando in un romanzo la propria relazione con Otoko, questo, ovviamente, fa si che la moglie ne venga a conoscenza, con tutte le reazioni del caso. E anche Otoko viene individuata come la ragazza del romanzo, vendendosi negare ogni possibilità di rifarsi una vita nell'anonimato. Tuttavia, anni dopo, l'arte vince. Lo scandalo è superato è il romanzo, con la sua bellezza che sembra giustificare tutte le sofferenze passate come se tutti loro avessero agito solo in funzione della nascita di un'opera immortale. Una visione dell'arte totalizzante, sicuramente molto lontana dalla nostra sensibilità, ma non priva di fascino. 

Arrivata in fondo al romanzo, devo ammettere che il mio io di scrittrice era abbastanza in crisi. Se io fossi stata un'editor, ricevuto questo manoscritto avrei detto all'autore:
"Ci sono ottime potenzialità, ma puoi ridurlo a un racconto oppure ampliare la narrazione e approfondire le tematiche accennate per renderlo un romanzo compiuto. Così non va".
Peccato che Kawabata abbia vinto un nobel, quindi sicuramente è a me che qualcosa sfugge e non credo che sia dovuto alla sola distanza culturale (che comunque c'è).
Forse, la cosa che mi è davvero spiaciuta è che io questo romanzo lo volevo amare. Non c'era niente, in teoria, che avrebbe dovuto impedirmelo. Avrei davvero voluto amare la dolce e sfortunata Otoko, invece l'avrei voluta riempire di ceffoni dalla prima all'ultima pagina. Mentre ad Oki avrei dato direttamente fuoco in pubblica piazza. Quanto all'allieva di Otoko, camicia di forza subito. Forse, dopo una buona cura psichiatrica, si potevano salvare la moglie e il figlio di Oki.
Ecco, ci ho provato, ma non ce l'ho fatta, non l'ho amato.

giovedì 15 settembre 2016

Nuovi orizzonti


Non sono morta, sparita o scappata all'estero.
Sono una prof vera! Di quelle proprio serie, con gli occhiali (ok, sempre avuti), la borsa piena di libri e... Il posto di ruolo!

Ho dormito probabilmente 5 ore nelle ultime 5 notti, quindi la lucidità non è proprio la mia qualità migliore, ora.
Principalmente non ci credo ancora. Da un lato ho paura in intoppi burocratici dell'ultimo momento, dall'altro il passaggio da prof precaria che più precaria non si può in mezzo a un concorso dalle tempistiche incerte al ruolo è stato fin troppo repentino. Il 23 agosto mi aggiravo per i corridoi di una scuola di Torino in attesa di dare l'orale e il 13 settembre in un'altra scuola di Torino firmavo piuttosto incredula la mia immissione in ruolo.

In mezzo c'è stato un po' di tutto, graduatorie che non venivano pubblicate, graduatorie pubblicate sbagliate, punteggi che non tornavano, convocazioni la sera alle 18 per il mattino dopo alle 9. Contestazioni alla nomine. Blocco delle nomine stesse. Rifacimento al volo della graduatorie. Ripresa delle nomine. Assegnazione a un ambito territoriale senza sapere dove fossero le cattedre disponibili. Collasso del sistema informatico ministeriale, impossibilità di caricare i materiali on-line per la chiamata diretta dei dirigenti. Indagini per capire dove fossero queste benedette cattedre. Preparazione di altro materiale per la chiamata diretta. Colloqui con i dirigenti. Firma nella scuola.
Questo immagino spieghi la mia assenza dal web negli ultimi giorni.

Non credo che sarei sopravvissuta senza il sostegno di tutta una serie di persone. Marito e amici in primo luogo, ma anche la dirigente e i colleghi degli ultimi tre anni. I colleghi mi hanno supportato tantissimo (al punto che lunedì, ancora da disoccupata senza un apparente futuro ero alla scuola col pontile solo per stare con loro), indirizzata e consigliata. A loro va il mio abbraccio speciale.

Ora si aprono nuovi orizzonti, suppongo.
Al momento ho sogni solo in apparenza semplici. L'armadietto col mio nome a un'altezza accessibile in aula insegnanti (di solito al precario va l'ultimo in basso o il primo in alto, anche se negli ultimi due anni ho avuto fortuna). I libri di testo inviati dalle case editrici con tutti gli optional, dalla guida per gli insegnanti, agli approfondimenti on-line. L'accesso gratuito a quei programmi (come prezi) che offrono pacchetti apposta per gli insegnanti. E sopratutto poter guardare dei ragazzi crescere, non nell'orizzonte ristretto di pochi mesi (che poi magari arriva il mitico "avente diritto"), ma di un anno, più anni addirittura.  Poter dire loro "sì, starò con voi tutto l'anno". Addirittura poterli salutare a giugno dicendo loro "ci vediamo a settembre", sapendo di non mentire.