mercoledì 17 gennaio 2018

Ha senso insegnare letteratura nella scuola media?


Tra noi docenti di lettere delle medie, sopratutto tra quelli più attenti alle nuove metodologie didattiche, è aperto il dibattito se insegnare oppure no i rudimenti di letteratura nella scuola media.
Mi sono trovata davanti a posizioni piuttosto radicali che dicono che non solo non si dovrebbe, ma bisognerebbe vietarlo espressamente. Dal momento che la letteratura è difficile e la maggior parte degli alunni non è interessata, risulta solo una gran perdita di tempo per tutti, tempo che è meglio utilizzare altrimenti. Del resto chi ha un vero interesse avrà modo di studiare la letteratura.
Ebbene, io voglio usare questo spazio per esprimere la mia opinione. Non sono d'accordo e mi batterò con tutte le mie forze per continuare a insegnare letteratura anche alle medie.

Per una volta rubo le parole a una persona più saggia di me: mio marito. Persona non coinvolta nel dibattito, in quanto farmacista. 
"La scuola dovrebbe insegnare sopratutto tre cose:
la matematica, perché permette di descrivere il mondo
la scienza, perché permette di comprendere il funzionamento del mondo
la letteratura, perché permette di comprendere l'animo umano"

Ecco.
La letteratura permette di comprendere l'animo umano.
Di riconoscersi nell'altro letterario, vivere i suoi drammi, entrare nelle sue scelte.

In questo periodo con la mia prima media stiamo trattando l'Iliade. Mi importa poco che dei ragazzini di undici anni sappiano cos'è la questione omerica o mi recitino a memoria pagine di critica che non possono umanamente capire.
Voglio che si scontrino con una storia di guerra in cui Ettore ha le sue ragioni, Patroclo le sue (siamo freschi di lettura della morte di Patroclo), non c'è un buono assoluto o un cattivo e non c'è lieto fine per nessuno. Già questa per loro è una novità, sono abituati a storie di un manicheismo schiacciante, dove magari i buoni hanno le loro ombre, ma alla fine vincono sempre su cattivi che più cattivi non si può.
Oggi, raccogliendo le idee è emerso che per qualcuno Ettore contro Patroclo è spietato, per altri ha fatto il suo dovere per difendere la città. Patroclo viene colpito alle spalle, per qualcuno è vigliaccheria, per altri è furbizia. Non c'è una risposta giusta. L'unica cosa giusta, per me è che ci abbiano pensato, i primi della classe così come quelli che faticano. Mi interessa che capiscano che nelle guerre, da sempre si muore e si soffre e a morire non è "chi se lo merita". 
Certo, avrei potuto usare un testo più moderno e più facile, ma l'Iliade funziona in questo senso da qualche millennio. Io non mi sento di rottamarla.

È difficile. Certo. Far confrontare i ragazzini con testi vecchi è difficile. Ma mi sento di dire due cose.
– Il nostro dovere specifico di insegnanti è adattare i contenuti alla fascia d'età che abbiamo di fronte, dire "è troppo difficile per loro" mi sembra un voler semplificare la vita a noi prof.
– Non credo che presentare solo insegnamenti facili ai ragazzi sia educativo. Si può anche iniziare una lezione avvisando che sarà difficile e impegnativa e farci tutti insieme un grosso applauso alla fine per avercela fatta. Un professore deve motivare alla difficoltà, non farla aggirare.

Tanto, quelli bravi rifaranno tutto al liceo.
Certo e quello sarà il momento di affrontare i testi in modo meno ludico e emozionale, mettendo tutti i puntini sulle i. Ma come si fa a decidere di andare a fare un liceo che prevede lo studio non solo della letteratura italiana se non ci si è mai confrontati con essa? Come si fa a capire se piace oppure no?
E chi va a fare meccanica o la scuola di parrucchiere? A loro dobbiamo negare il piacere, sì, il piacere, di avere letto che so io, Dante? L'episodio di Paolo e Francesca, tanto per citarne uno, è, secondo me, un patrimonio dell'umanità. Suscita sentimenti così profondi e istintivi che super qualsiasi barriera culturale. Negarne la lettura a qualcuno è come impedirgli di assaggiare un piatto prelibato perché "tanto non lo capiresti".
Lasciamo che siano i ragazzi a scegliere se la letteratura a loro piaccia o no, ma dopo averla provata! E magari il ragazzino turbolento "con poca voglia di studiare" salterà fuori con un'osservazione acuta su Dante, o si riconoscerà nella rabbia di tanti poeti o nello strazio di Leopardi.

Naturalmente questo implica fare letteratura in modo diverso da come l'abbiamo studiata noi all'università. Non possiamo sciorinare vita, opere e critica degli autori. Dobbiamo agire sul piano emozionale. E riscoprire i testi.
I testi, secondo me, una volta resi in un linguaggio comprensibile (leggasi: parafrasati sdrammatizzando un po' e usando un linguaggio vicino a quello dei ragazzi) riservano sempre delle sorprese. Così come delle sorprese riservano i ragazzi.
La mia quest'anno?
"Prof ma lo possiamo fare cantato il Proemio dell'Iliade di Monti?" (e io, fessa, non ho avuto la prontezza di registrarli).
E qualcuno, senza che io neppure mi sia sognata di chiederglielo, lo sa a memoria.


lunedì 15 gennaio 2018

Partita a scacchi con i virus


Non si può dire che non ci avessero avvertito.
Il primo anno di nido sarà terribile, dicevano.
Ma noi confidavamo in una pupattola da combattimento e ci siamo avventurati con coraggio verso l'inverno.
Devo dire che fino alle vacanze di Natale abbiamo più o meno retto. Poi il tracollo.
Dal 24 dicembre non siamo più stati bene tutti e tre assieme, a volte siamo stati male assieme. Al mare, dove dovevamo riprenderci, ho iniziato a tossire io e, come da tradizione, ciò che per la mamma è un malanno da poco si trasforma in ben altro per figlia e marito.
Insomma, l'organizzazione del tempo è una continua partita a scacchi con i virus, giocando d'anticipo, se possibile, facendo il tetris organizzativo nonni/pediatra/permessi per evitare di finire in scacco matto.
Questo anche per scusarmi per un tot di assenze ingiustificate e di mail dei blog amici a cui non ho risposto (Cristina, sto valutando il post, ma richiede una testa che ora non ho...)
In tutto questo mi sono incaponita a partecipare con il romanzo finito in autunno a un concorso. Più che altro perché gli invii spontanei in casa editrici lasciano sempre più il tempo che trovano. Peccato che la consegna sia il 31 gennaio. Nella mia testa avevo tempo. Tutto un programma ben definito. Lettura con commento da parte della nostra Chiara Solerio (super professionale), tre giorni di lavoro intensivo con pupattola al nido e un'altra settimana e mezza per rifinire. Conti fatti senza l'ospite virulento. Ciao ciao tre giorni di lavoro intensivo con bimba al nido (influenza intestinale), ciao ciao lavoro di rifinitura (influenza normale) e scadenza sempre più imminente.
Chiara mi aveva dato tutta una serie di consigli assai sensati. Alla fine ho fatto il minimo sindacale per rendere la storia più scorrevole e più aderente al bando. L'alternativa era rinunciare in partenza, cercare la perfezione con la possibilità di non avere più un bando appetibile di un buon editore. Qui sono già stata una volta il finale, cosa che vuol dire, suppongo che il romanzo è stato letto. L'alternativa, mi pareva, era di avere un testo migliore che rischia però di essere cestinato senza neppure essere aperto. Dire che sono convinta della mia scelta è troppo, ma nella partita a scacchi con i virus non sapevo quale altra mossa fare.
Voi cosa avreste fatto?

giovedì 11 gennaio 2018

Di sogni letterari e di passeggiate con Tolkien



Dal mio punto di vista c'è una sola cosa positiva nel tornare ad alzarsi (troppo) presto al mattino.
Quando la sveglia suona (troppo) presto, sono ancora in piena fase onirica e quindi mi ricordo i sogni. Con fatica. Devo sempre fare uno sforzo di memoria e di concentrazione e spesso comunque non vengo a capo di tutto, ma ne vale comunuqe la pena.
Adesso, non vi immaginate una svolta mistica. Io non cerco l'illuminazione nei miei sogni. Il mio inconscio lo sa e quando proprio deve darmi un messaggio lo fa senza immagini criptiche da interpretare. Quelle due o tre volte che ne ho avuto bisogno ho sognato un tizio che mi diceva paro paro quello che dovevo sapere. Suppongo, giacché si è trattato di informazioni giuste, che il mio inconscio le avesse già elaborate e abbia trovato una strategia a prova di scettico per farle avere alla mia parte cosciente. È capitato, quindi, ma raramente e io non cerco verità dai sogni. O, almeno, non quella verità.
I miei sogni sono sempre, meravigliosamente, narrativi.

A volte sono sogni, come dire, "metaonirici", sogno una storia che so che non mi appartiene, come se fosse un film o un sogno altrui, come se la mia coscienza sapesse di stare sognando.
Sono in generale bei sogni, anche quando si tratta di storie inquietanti, perché so di esserne spettatrice. Da uno di questi sogni, particolarmente articolato e ben ricordato, ho tratto il mio unico racconto genuinamente horror (lo tengo sempre nel cassetto per chissà quale occasione, ma magari conviene che lo posti sul blog).
Martedì notte ho avuto uno di questi sogni. La trama era complicata e non sono riuscita a ricostruirla del tutto, ma c'era almeno un viaggio nel tempo. Nel pezzo di cui mi ricordo si era nel settecento e c'erano due cicisbei tutti cipria e parrucche stratificate che dovevano darsi alla carriera militare. All'inizio sbeffeggiati dalle truppe per i loro modi riuscivano poi a farsi valere, nonostante nastrini e belletti. Tutto sommato anche ricordandone solo un pezzetto potrebbe uscirne un racconto.

Qualche tempo fa, invece, il mio inconscio mi ha fatto davvero un regalo, realizzando un sogno che solo in sogno poteva realizzarsi.
Io sono di quei nerd che non solo hanno letto Il Signore degli Anelli e Lo Hobbit, ma sanno districarsi tra le genealogie elfiche, hanno un'idea ben precisa della successione dei re di Numenor. La Terra di Mezzo è il mondo in cui ho vissuto almeno metà adolescenza, in alcuni momenti più reale ai miei occhi di quello che mi circondava. Una parte di me ancora passeggia per il Verdecammino. Eppure, per varie ragioni, negli ultimi anni ho potuto dedicare a queste letture molto amate solo dei pensieri distratti e non prendo in mano quei libri da secoli.
Ma eccomi in sogno catapultata nella campagna inglese degli anni '50 o della fine anni '40. Come spesso accade in sogno tutto mi era assolutamente famigliare. Dovevo trovarmi dalle parti di Dover e avevo affittato una casa per passarci l'estate con figlia e nipotino (suppongo il marito al lavoro).
Al ritorno da una passeggiata troviamo un grosso cagnone nero nel giardino e poco dopo ecco arrivare il proprietario, con pipa e cappello, che si scusa per l'irruzione: il professor Tolkien in persona.
Il mio io cosciente lo riconosce subito, perché è paro paro alle foto più famose, l'io del sogno fa la conoscenza con un professore universitario che sta passando l'estate nella casa accanto. Vedendo i libri iniziamo a chiacchierare. Seguono quindi passeggiate sulle scogliere con io e il professor Tolkien a discutere di libri e figlia e nipotino a giocare con il cane.

Al risveglio la cosa che più mi ha colpito è quanto il mio sogno fosse radicato nell'ambientazione, poiché ricordo che io e Tolkien abbiamo parlato solo di libri editi prima degli anni '50 e in particolare di Joyce, della Woolf e di Hemingway e del suo amore per la letteratura inglese antica, imparagonabile con quella contemporanea. Ricordo che mi disse che il suo romanzo (immagino Il Signore degli Anelli) avrebbe potuto essere amato o odiato, ma che pochi avrebbero capito la sua ricerca stilistica (eh, già, io per prima, avendolo letto solo in traduzione) con la riproposizione di alcuni stilemi dell'epoca applicati alla modernità.

Mi sono svegliata del tutto malvolentieri da questo sogno, ma felicissima di essermelo ricordato.
Grande delusione quando mi sono informata con la massima esperta di Tolkien che io conosca (ci ha fatto anche la tesi di laurea) e ho scoperto che il professore non ha mai avuto una grossa cagnona nera. Quindi non ho davvero incontrato lo spirito di Tolkien (il sogno era talmente dettagliato che per un poco il dubbio l'ho avuto), ma era solo una proiezione del mio inconscio. È stata comunque una delle esperienze oniriche e letterarie più particolari che mi sia mai capitata.
Del reso meglio chiacchierare con il proprio idolo letterario in sogno che non farlo mai.

Almeno, quando il lunedì e il mercoledì sera punto la sveglia per l'alzataccia del mattino dopo (che non è neppure così antelucana, sono io che sono un modello obsoleto e ho bisogno di dormire tanto), spero almeno di svegliarmi al mattino con il ricordo di un incontro straordinario.

A voi è mai capitata una cosa del genere?

PS: la foto non ha nulla a che vedere con i miei sogni letterari, ma dimostra come Orlando Calibano Nerone si stia infine adattando. Ieri sera è finalmente salito sul divano a farsi coccolare anche da me.

lunedì 8 gennaio 2018

La svastica sul sole – Piovono libri


Il gruppo di lettura mi ha regalato tanti romanzi inaspettati, letture a cui io mai mi sarei avvicinata e che mi hanno avvinta nelle loro spire, trascinandomi dentro mondi in cui mai mi sarei avventurata.
Prima o poi doveva avvenire anche il contrario, avere grazie al gruppo la spinta a prendere finalmente in mano un libro che mi aspettava sullo scaffale da tempo e uscirne in gran parte delusa.

Non posso dire che non ce ne fossero le premesse. In casa girava una vecchia edizione consunta e palesemente usata.
– Nik, lo hai già letto?
– Sì, ma non mi ricordo quasi niente.
Lapidaria e terribile recensione.

Eppure La svastica sul sole è un libro a suo modo mitico, è l'Ucronia con la U maiuscola, IL libro con i nazisti al potere. Chi non l'ha mai sentito nominare? E, amando la fantascienza, come avrei potuto non amarlo?

– SEGUONO INEVITABILI SPOILER –

Il problema, temo, era tutto nelle aspettative. L'Ucronia. Il libro sul mondo con i nazisti al potere. I nazisti al potere ci sono e quest'ambientazione alternativa è tutto il fascino del romanzo. Un mondo in cui Germania e Giappone si sono spartiti la torta, con la Germania che ha prosciugato il Mediterraneo, distrutto l'Africa e si è affacciata su altri pianeti del sistema solare. Il Giappone ancora radicato al suo senso dell'onore, affascinato dal passato che ha contribuito a distruggere e incapace di progredire. Un'America sottomessa e marginale, sopra cui volano i razzi per altri mondi, ma in cui ci si sposta in risciò, che svende i suoi, veri o falsi cimeli (da cui l'orologio in copertina sul cui senso per anni mi sono interrogata) e vittima di un senso di inferiorità nei confronti dei vincitori.
Il problema è che tutto ciò non è il cuore del romanzo.
L'impressione che ho avuto è che questa visione così lucida e inquietante, alla fin fine interessasse relativamente all'autore.
Il titolo italiano, così bello e così diverso dall'originale, qui trae moltissimo in inganno. Perché La svastica sul sole focalizza tutta l'attenzione sul potere nazista e il mondo alternativo. Ma il titolo originale è un altro e suona più correttamente L'uomo nell'alto castello e pone l'accento sul vero cuore del romanzo.
L'uomo nell'alto castello è l'autore di un libro vietato ma letto da tutti che racconta di un altro mondo ancora, un mondo in cui i nazisti abbiano perso, ma che non è la nostra realtà.
Si insinua quindi il dubbio che quella che stanno vivendo i personaggi, una vita per altro scandita dalle profezie del libro cinese degli oracoli, possa non essere la realtà. Sono forse loro stessi i personaggi di un libro? O, tra tutti gli universi possibili, hanno avuto la sfortuna di vivere in uno particolarmente sfortunato? O forse è solo il sogno di un qualche gerarca nazista in disgrazia a un passo dalla morte?
Forse lo avrebbe saputo nel seguito che Dick non riuscì a terminare, in questo romanzo non lo sapremo mai.
Quindi le mi aspettative andavano in una direzione, l'esplorazione di una realtà parallela, mentre l'autore mi portava sul concetto di realtà e di percezione della realtà. Cosa di per se interessante, se non che a me, vera o falsa che fosse, interessava di più la realtà accennata nel romanzo.
Forse, se ci fossero stati altri personaggi, in grado di prendermi per mano e condurmi nella storia, la cosa non sarebbe stata poi così grave. Per me i romanzi sono sempre la storia di qualcuno. È forse un mio limite di lettrice, ma fatico davvero ad appassionarmi a un libro se dei personaggi non mi importa nulla. E i protagonisti di questo mi lasciano del tutto indifferente, cosa ben peggiore del risultare odiosi. Li ho trovati potenzialmente interessanti, ma alla prova dei fatti insulsi, con lo spessore della carta velina. Che sia voluto, ci siamo chiesti? Può essere. Se non sono altro che proiezioni, sogni o personaggi di un libro altro forse è giusto che che siano così psicologicamente evanescenti. Tuttavia fatico a seguire per centinaia di pagine dei personaggi che hanno meno complessità, per quello che ne ho visto, del mio nuovo gatto. Almeno Orlando Calibano Nerone ha un passato misterioso, un fare schivo e un agire che riserva qualche sorpresa. Questi no, si muovono da A a B e possono essere riassunti con non più di due aggettivi.

Alla fine, dunque, di questo libro mi rimane l'enorme fascino di un'ambientazione inquietante ma assai poco esplorata, qualche domanda sulla realtà e poco altro.
Ho il triste sospetto che tra qualche anno, rivedendo il volume sullo scaffale dirò: "Ah, il libro con i nazisti al potere che forse è solo un'illusione. Ci erano i personaggi? Cosa succedeva? Non me lo ricordo".

Voi lo avete letto?
E quale libro famoso vi ha lasciato un retrogusto di delusione?

sabato 6 gennaio 2018

Mare d'inverno con pupattola


Se devo essere sincera il mare lo preferisco d'inverno.
Mi piace nuotare, ma non rosolarmi al sole, contendermi in mio fazzoletto di spiaggia come fosse un fortino assediato con la sensazione di galleggiare in un brodino di creme abbronzanti altrui.
Il mio mare d'estate ideale o è quello del nord Europa o è quello di spiagge deserte troppo lontane da casa mia.
D'inverno il mare, invece, ha una sua malinconia particolare che fa eco a quella che sta di sottofondo alla mia anima.
Oppure regala tramonti che sono ingorghi di colore.
Meraviglie troppo schive per rivelarsi alla massa del turismo estivo.
Il mare d'inverno è la spiaggia aperta e finalmente di tutti, con le impronte sulla spiaggia che si mescolano a quelle degli uccelli e dei granchietti, mostrando che altri, finalmente, si riappropriano di uno spazio che in definitiva sarebbe loro.

Mare d'inverno con pupattola è godere di temperature che nelle nostre belle colline non sono concesse. Scoprire che il lungo mare è cristallizzato in uno luna park anni '80, in cui, a guardar bene, forse ritrovo quella stessa identica giostra in cui sono salita ia quando avevo le dimensioni della pupa e costatare come questo dia una strana sensazione rassicurante. Tutto sommato diventiamo tutti grandi sullo stesso bruco-mela (speriamo che nel mentre abbiano almeno fatto la dovuta manutenzione).
Mare d'inverno con pupattola è finalmente camminare tutti e tre insieme, a ritmi che il lavoro non permette. 
Ci godiamo i suoi passi, la conquista di parole sempre nuove. Noi che, al contrario di moltissimi genitori non dobbiamo abbassare le nostre aspettative da un idealizzato bimbo ideale a un bimbo reale. A noi il bimbo ideale lo hanno preso a cannonate tempo fa. Ci hanno detto che nostra figlia, se mai fosse arrivata, sarebbe stata traumatizzata e in ritardo sulla vita. Ci troviamo invece con questa frugoletta ricciuta pronta a conquistare il mondo a sorrisoni, a dimostrare che lei è grande, a neppure un anno e mezzo, per fare questo e quello da sola.
Mare d'inverno con la pupattola è godercela appieno, gongolanti e fieri di ogni sua conquista.
Mare d'inverno con la pupattola è anche, non si capisce bene come, tornare a casa con quel raffreddore che si voleva evitare (saranno stati i 15 gradi di sbalzo termico?).


domenica 31 dicembre 2017

I libri del mio 2017

L'anno è proprio agli sgoccioli, ma non potevo terminarlo senza il tradizionale post sui libri che più mi hanno colpito quest'anno e che, quindi, mi sento di consigliare come letture per il 2018.
Post che ho faticato un poco a mettere insieme perché mi sono resa conto di non aver parlato sul blog di molte delle letture fatte, sopratutto negli ultimi tempi. Credo di avere un po' di post libreschi da recuperare a inizio 2018...

Comunque, sorpresa sorpresona sopratutto per me, i libri che più mi hanno colpito quest'anno sono tutti e tre di autori italiani. Tre libri diversissimi, che aprono mondi diversi, che mi hanno intrattenuto, arricchito e accompagnato e che mi ricordano di quante buone penne abbiamo avuto e abbiamo nel nostro paese e quanti talenti diversi ci siano.

3° classificato SRDN, Dal bronzo alla tenebra – Andra Atzori


Come ho scritto a suo tempo, il fantasy italiano che aspettavo da tempo. Non scontato, oscuro, radicato nelle nostre tradizioni. 
Consigliato per il 2018 a chi voglia leggere di una Sardegna lontanissima da quella dei villaggi turistici.

2° classificato LEONARDO, genio senza pace – Antonio Forcellino
Questo per me è stato l'anno delle letture rinascimentali (che confido di continuare anche con un fumetto appena acquistato). Tante cose lette, non tutte apprezzate, alcune amatissime. Alla fine, anche se ho capito che il mio personaggio del cuore è quell'insopportabile di Michelangelo, il libro che mi ha più colpito è stato questo. Perché scava oltre al mito di Leonardo e riporta a una personalità tangibile, umana, ma non per questo meno affascinante.
Consigliato per il 2018 a chi voglia scoprire un Leonardo diversissimo dal vecchio saggio barbuto che ci viene propinato e magare decidere che il festaiolo dagli abiti di lusso è più simpatico.

1° classificato CRISTO SI È FERMATO A EBOLI – Carlo Levi
Questo romanzo per me è stato la rivelazione dell'anno. Un libro che ho trovato bellissimo, intriso di poesia struggente e che mi ha riportato a un'Italia dimenticata, fatta di miseria, sofferenza e dignità. Da riscoprire, rileggere, promuovere nelle scuole, senza se e senza ma.
Consigliato per il 2018 a tutti, per riscoprire da dove veniamo, magari anche per guardare con meno spocchia chi oggi vive le condizioni che, in fin dei conti, sono state quelle dei nostri nonni.

E voi quali libri consigliate per il 2018? Quali vi hanno colpito di più del 2017?

sabato 30 dicembre 2017

Star Wars – Gli ultimi Jedi, ovvero "Il bigino della forza" – Visioni


Premessa numero uno: sono nell'animo più trekker che starwarsiana, ma per frequentazioni ho finito per conoscere meglio l'universo di Star Wars. Non ho perso un film, quindi, conosco annessi e connessi, teorie e, a questo punto, plurimi universi espansi, ma ne percepisco poco la mistica.

Premessa numero due: eravamo chiusi in casa da giorni con l'influenza. Non andavamo al cinema da un anno. Avrei apprezzato questo film anche se fosse saltato fuori che Luke Skywalker si era riciclato come pornodivo per Hutt.

Concluse le premesse, il primo tempo di questo film è il delirio di uno sceneggiatore ubriaco.
La domanda che continua a risuonare nella mia testa è "perché?"
Insomma, sappiamo tutti dove si deve andare a parare: la giovane promessa ha trovato Luke, che è in esilio volontario e, tormentato da qualcosa che ha fatto/non ha fatto/pensato non la vuole addestrare, ma la ribellione è allo stremo, la giovane rampolla è l'unica speranza e Luke la dovrà addestrare. Nel mentre nella ribellione allo stremo sorgeranno nuovi eroi.
Se tutti sappiamo dove dobbiamo andare a parare, perché?
Perché, innanzi tutto non avete preso per i nuovi ruoli gente che sapesse recitare? Per non far sfigurare una vecchia guardia già mummificata?
Perché i dirigenti del nuovo ordine sono tutti tanto cretini da far rivalutare la classe dirigente italiana?
Perché buttare nello spazio e riportare indietro Leia con una delle scene più brutte di sempre?
Perché perdere tempo in una digressione di rara inutilità, che parte in modo altamente improbabile (la telefonata intergalattica all'usufruitrice della forza), continua in modo peggiore e ha l'unico scopo di far arrivare un anello a un bambino?
Perché, dico io, perché risparmiare sempre sulla sceneggiatura?
Nella prima parte di film, nonostante le pulcinelle di mare galattiche (per chi non lo sapesse, la pulcinella di mare è il mio animale preferito) e le suore pesce, che sono buffe quanto basta, non funziona niente. È tutto fuori fuoco, privo di ritmo e in definitiva inutile. L'unica cosa che si apprende e che il Primo Ordine è governato da un branco di deficienti e che se, nonostante questo, la ribellione è messa così male un motivo ci sarà.

Poi, a un certo punto, sembra che regista e sceneggiatori si siano resi conto che bisognava comunque mandare avanti la baracca nell'unico modo possibile. Luke si rassegna, la fanciulla impara, la ribellione si arrabatta e miracolosamente le cose migliorano.
A livello visivo il film ti piazza lì alcune sequenze oggettivamente belle, come il combattimento nel deserto di sale che rimane comunque memorabile, e a livello di trama qualche guizzo spiazzante. Se c'è una forza che il film ha è nel non rispondere a nessuna delle legittime domande dello spettatore o a rispondere in modo contrario rispetto a quanto fatto nei film precedenti.
Lo ammetto, da miscredente ho apprezzato la sistematica distruzione del mito dei Jedi. 
Gli Jedi sono quei tizi che, consapevoli che nella galassia vi sono individui in grado di incanalare la Forza e che questa capacità si trasmette anche per via genetica, decidono di raggruppare tutti coloro che hanno questa capacità in un ordine di monaci che fanno voto di castità. Ah, poi si lamentano che sono sempre meno...
Joda è quel tizio che, tra una frase a effetto e l'altra, affida il futuro Vader a un giovincello appena diventato cavaliere e non si accorge che Palpatine, a due isolati dal suo tempio, sta diventando imperatore.
Va da sè, quindi, che un bel rogo al luogo sacro Jedi mi risulti benvenuto.
Certo, forse si è un po' esagerato.
Trilogia prequel: servono decenni per diventare un Jedi. Anakin ormai è troppo vecchio per iniziare l'addestramento.
Trilogia classica: Luke, non andartene dopo solo qualche settimana di addestramento intensivo da parte di Joda, è troppo presto.
Nuova trilogia: ti insegnerò tutto in tre lezioni. Facciamo in due, dai.
Il bigino della forza, come diventare maestro jedi in un fine settimana al mare.
Ma, del resto, questo, temo, è un segno dei tempi. Studiare non serve proprio più a niente. Neppure a maneggiare una spada laser.